Feb 22

Ermanno Rea – La dismissione

Napoli, con la sua difficile realtà politica e sociale, colta in un arco cronologico che si estende dagli anni della guerra fredda al presente, e il motivo dell’indagine che scaturisce dalla scomparsa, costituiscono probabilmente le due coordinate che meglio consentono di individuare quella specifica regione narrativa all’interno della quale è capitato più di frequente a Rea di giocare la sua scommessa con la letteratura. Già nell’ Ultima lezione (1990) e in Mistero napoletano (1995) erano proprio Napoli e il motivo dell’indagine intorno ad una sparizione a costituire ambientazione e motore narrativo del racconto. A distanza di anni, nella Dismissione (2002), sono ancora questi gli elementi che costituiscono la struttura essenziale del libro.

Ma se nei suoi primi romanzi Rea aveva orchestrato la sua personale investigazione intorno alla scomparsa di due persone reali, nel caso della Dismissione l’indagine ruota invece intorno ad una “sparizione” di diversa natura – quella progressiva e a tratti ineluttabile del complesso industriale dell’Ilva di Bagnoli – e intorno al vuoto produttivo che da quella “scomparsa” inevitabilmente scaturisce. La circostanza diventa quindi occasione per metaforizzare la sostanza di una realtà sociale colta nelle forme di uno storico e perdurante difetto, i cui elementi dismissori rimandano o preludiano ad assenze più vaste, al vuoto e al negativo di una realtà che pare costituirsi per progressive sottrazioni, per il costante e disperato venir meno di ogni sia pure residuale essenza propositiva.

È nel quadro di una realtà siffatta, nel perdurante modello di stringenti logiche rovesciate che il disegno e la “nevrosi” di Vincenzo Buonocore, protagonista del romanzo, paiono acquisire un più certo significato. Ex operaio, ex manutentore, divenuto tecnico d’area delle colate continue, Buonocore riceve l’incarico di sovrintendere al loro smontaggio. È in questo frangente che il protagonista comprende di poter fare della personale e sofferta operazione di smantellamento dell’impianto il suo “capolavoro” professionale. A fronte di una realtà in costante dismissione, che si sfalda per il desolato incombere dell’incuria e dell’inedia, Buonocore intuisce che quella che gli si offre è la possibilità di procedere a una dismissione finalmente ordinata, razionale, persino amorevole, se quella del protagonista e del suo rapporto con la macchina è prima di tutto “la cronaca di una passione”.

E così, mentre il protagonista porta a termine con successo l’operazione di smontaggio delle colate, tutt’intorno a lui le residue illusioni di una civiltà più razionale e ordinata paiono progressivamente venire meno. Nelle pagine conclusive del romanzo è il funerale della giovane Marcella, bella e seduttrice, tenera e malinconica, creatura fragilissima nelle sue contraddizioni, a consegnare al lettore l’impressione di una realtà raggelata, mestamente e forse definitivamente sottratta a qualsiasi speranza di mutamento.

Rea ha il merito di filtrare la materia del racconto attraverso l’impiego di una lingua neutra che guarda agli oggetti, alla realtà materiale delle cose, da una distanza minima, disponendosi quasi naturalmente ad aderirvi. Così, se nelle pagine dedicate alla fabbrica e alle operazioni di smantellamento dei suoi impianti il lessico può farsi specialistico fino a sfiorare la consistenza del tecnoletto, va comunque osservato che la struttura complessiva del periodo resta fortemente tradizionale, ancorata com’è allo statuto di un sorvegliatissimo italiano medio.

Eccolo il mio impianto, immenso come una cattedrale con un’unica navata grigio-azzurra dall’alta volta a coste e i fianchi arabescati da geometriche carpenterie, percorsi da fasci di tubi simili a sistemi nervosi, scale, binari, aerei corridoi. Quante ore della mia vita avevo trascorso in quel luogo? Provai a contarle, ma senza riuscirci. Un numero spropositato comunque. Perché io facevo all’amore con le colate continue quando si può dire che a Bagnoli le colate continue non esistevano ancora, ma c’era soltanto un piccolo impianto che produceva non bramme ma brammette, insomma un impianto da niente, da non potersi neppure paragonare al colosso che si ergeva di fronte a me quella sera: dieci metri e mezzo di raggio alla curvatura; due linee a rulli; due carri paniera e bramme di lunghezza pressoché illimitata da 1350 millimetri di larghezza e 250 di spessore. Il tutto moltiplicato per due, perché due erano gli impianti di colata continua a Bagnoli, allineati su un unico asse e alloggiati sotto un unico capannone. (p. 20)

Con La dismissione lo scrittore partenopeo è parso tornare a scommettere, forse in maniera più convinta di quanto non avesse fatto nei suoi libri precedenti, sulle possibilità del romanzo, sul suo potenziale rigore conoscitivo, sulla sua disponibilità ad aprirsi anche alla realtà storica più recente. Lo ha fatto, in virtù di uno strenuo esercizio di ibridazione, provando a mettere in mora lo statuto canonico del genere, e procedendo, per questa via, ad un quasi detritico accumulo di multiformi materiali letterari: fra diario ed epistolario, confessione, saggio, libro-inchiesta, e naturalmente invenzione, nella ferma consapevolezza che “tra verità e menzogna vi è un solo confine, quello dell’onestà”.

febbraio 2005

E. Rea, La dismissione,
Rizzoli, 2002

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