Dic 14

Maurizio Maggiani – Il viaggiatore notturno

(di GIADA FRICANO)

Un uomo nel deserto algerino, ospite occasionale del popolo tagil, inizia a raccontare. É il viaggiatore notturno che dà il titolo al nuovo libro di Maggiani, un romanzo che inizia nel segno del racconto orale (“Ascoltate, è ancora il tramonto sul colle dell’Assekrem”) e che celebra il valore arcaico della letteratura come comunione e compartecipazione di emozioni, come patrimonio collettivo.

Il protagonista, voce narrante del romanzo, è un etologo che attende il passaggio delle rondini nel deserto del Sahara. Maggiani attribuisce al suo personaggio, come si evince sin dal titolo, ripreso da un versetto del Corano posto in epigrafe, lo statuto di viaggiatore.

E il viaggio intrapreso è da intendere, come spiega Domenica Perrone in un saggio su Elio Vittorini, alla stregua della “metafora privilegiata […] di un’avventura conoscitiva che assoggetta la realtà esterna alle proprie esigenze di incremento intellettuale, e di verifica anche della propria riserva di nozioni ed esperienze accumulate, che può essere confermata o riconsiderata”.

L’io narrante è spinto a viaggiare dalla volontà di ricercare qualcosa che non conosce. Ascoltando il dimah Tighritz, poeta itinerante che allieta le notti desertiche dei tagil, ma soprattutto facendo sue le massime esistenziali di un monaco vissuto in quei luoghi anni prima, pére Foucauld, l’etologo apprenderà il valore della fantasia, farà proprio l’insegnamento dei tuareg algerini, secondo cui “non esistono solo le cose vere”, il tangibile e l’intelligibile.

Il protagonista, così, da ascoltatore delle storie inventate o interpretate dal dimah, diventa a sua volta narratore: racconterà a Jibril, sua guida e traduttore, i propri ricordi, riconsiderandoli e rivivendoli alla luce di quanto va apprendendo nel deserto. Il protagonista, divenuto quindi cantore di se stesso e del suo tempo, rielaborerà alcuni episodi del suo passato integrandoli con particolari tratti dalla sua immaginazione.

L’etologo parla in un lingua colloquiale su cui innesta numerosi vocaboli tagil; per raccontare se stesso si serve di uno stile limpido contraddistinto però da taluni abbassamenti di tono che, facendo scontrare repentinamente il piano metafisico con uno più realistico, a volte male si integrano fra loro.
La apparente disarmonia della scrittura è una conseguenza di tale ibridazione tonale e stilistica: ma la contaminazione di registri, è, in realtà, presente soltanto nella prima parte del racconto, in cui l’io narrante alterna l’assillo metafisico, suscitato dalla visione del deserto, e il ricordo di alcuni episodi della sua infanzia, come, ad esempio, la precoce passione per le forme sinuose di Liz Taylor.

Con siffatta oscillazione di modi e forme il protagonista rievocherà il suo passato prossimo, trascorso in Bosnia durante la guerra civile, ricostruirà il suo incontro con la Perfetta, ultima rappresentante di una misteriosa e autarchica stirpe caucasica, allegoria dell’uomo che deve scontrarsi con la Storia.

Al centro del romanzo, dunque, stanno il viaggio (reale o immaginario) come esperienza conoscitiva, simbolo della curiositas umana, e il valore del racconto, come trasmissione di esperienze ma soprattutto come mezzo di sopravvivenza alla Storia e alla vita stessa.
Il significato che Maggiani attribuisce alla letteratura è messo in luce nell’ultimo capitolo del libro. Questo, benché inserito nel corpo della narrazione, ha più i toni di una postfazione: lo scrittore, infatti, vi espone brevemente il suo rapporto con i classici della letteratura e la motivazione che lo ha indotto a scrivere il romanzo.

Per illustrare tale scelta, Maggiani racconta una storia di London, Farsi un fuoco: un gruppo di cercatori d’oro viene disperso da una tempesta di neve. Uno dei sopravvissuti accende un fuoco nel tentativo di resistere al freddo ed essere avvistato da qualche compagno. Così avviene; ma i due uomini sono consapevoli che riusciranno a trascorrere la notte solo continuando a stare svegli e ad alimentare il loro fuoco. Proprio per non assopirsi, i due decidono di trascorrere le ore notturne raccontandosi storie reali o immaginarie, e narreranno con fiducia e passione coscienti che solo nel gesto fatico risiede la loro possibilità di salvezza.

Istituendo, dunque, un paragone tra sé e i personaggi londoniani, Maggiani afferma di avere scritto il suo ultimo romanzo perché, “infreddolito com’era”, aveva “bisogno di farsi un fuoco” e tentare in questo modo di “passare la notte”.

14 dicembre 2005

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