Ott 13

Introduzione alla lettura di Roberto Alajmo

Giornalista RAI e polemista sottile, Roberto Alajmo (Palermo 1959) si è sempre rivelato nei suoi libri attento e ironico esegeta di una realtà al limite della follia e del paradosso. La precisione protocollare con cui prende atto delle falle di senso, delle incongruenze e delle illogicità della vita di ogni giorno, nasconde spesso nelle pagine dello scrittore palermitano catacombe di significati ulteriori, pronti a deflagrare quando meno il lettore se l’aspetta.

Alajmo, nelle sue pagine, si manifesta come una specie di Pirandello metropolitano, in grado di isolare il bagliore di un evento, lo scintillio momentaneo di un dettaglio, per poi immergerlo o nell’umorismo più amaro e nero, o in un’abbacinante comicità. Per averne conferma, basta sfogliare il Repertorio dei pazzi della città di Palermo (Garzanti 1994), oppure l’Almanacco siciliano delle morti presunte (Edizioni della Battaglia 1997). Si tratta di due crestomazie di aforismi, di fulminei ritratti, in cui un realismo paradossale, alla Gogol’, prende forma, sullo sfondo di una Palermo perennemente in bilico tra normalità e pazzia. Una città pencolante, sul punto di disgregarsi, ma che Alajmo puntella col suo sguardo graffiante.

Uno sguardo in forza del quale anche la stramberia più peregrina e bizzarra, come nel Repertorio, o l’ultimo momento di vita dei morti ammazzati per mafia, come nell’Almanacco, diventano le assurde tessere di un mosaico che solo Alajmo può ricomporre, certo a modo suo; un mosaico che sulla Sicilia ci dice di più delle tante inchieste, delle analisi di giornalisti o antropologi tese ad afferrare una realtà sfuggente da tutti i lati, eccessivamente proteiforme. Come accade nella raccolta di racconti Le scarpe di Polifemo (Feltrinelli 1998): resoconti stranianti di una realtà dannata all’abiezione morale, all’indifferenza, alla degradazione, che è dei luoghi ma soprattutto dei sentimenti.

La prosa di Alajmo, che sovente lambisce la referenzialità delle pratiche burocratiche, senza però risparmiare scatti allusivi e sapienti sottintesi, fa venire in mente un geniale aforisma di Karl Kraus:

“Ci sono due specie di scrittori. Quelli che lo sono e quelli che non lo sono. Nei primi forma e contenuto stanno insieme come anima e corpo, negli altri forma e contenuto vanno insieme come corpo e vestito.”

Queste parole dello scrittore viennese, con la velocità del corto circuito, ci fanno intendere la vera natura della prosa di Roberto Alajmo, e, di conseguenza, il suo modo di rapportarsi alla materia di volta in volta trattata, soprattutto se si tiene presente il libro Notizia del disastro (Garzanti 2001), nel quale davvero “forma e contenuto stanno insieme come anima e corpo”. La notizia del disastro del titolo si riferisce allo schianto in mare di un DC 9 in volo da Roma e diretto a Palermo, avvenuto poco dopo la mezzanotte del 23 dicembre 1978, che costò la vita a 108 persone e al quale sopravvissero 21 passeggeri. Rimettere assieme i vari cocci di quella tristissima vicenda, dare voce a quanti furono direttamente coinvolti, restituire un volto, una storia, per quanto banale e apparentemente insignificante, alle 129 persone che si trovarono in quell’aereo: questo il progetto narrativo di Alajmo.

A dominare, nel libro, la vicenda dell’incidente, raccontata dal punto di vista di quelli che drammaticamente la vissero, e mantenuta in bilico, come sospesa su quel crinale che separa quasi impercettibilmente vita e morte. Nel far ciò, Alajmo riesce a rendere invisibile la sua scrittura, occultandola sotto le voci, le impressioni, le testimonianze, le paure dei protagonisti, in un’architettura romanzesca caratterizzata dalla plurivocità, da una naturale polifonia. Dei sopravvissuti poi, vengono ricostruititi i momenti trascorsi dall’impatto fino alla lotta titanica per non morire, quando la forza della disperazione e l’istinto di conservazione costringono a sforzi sovrumani. E poi, lo strazio dei parenti, l’angosciosa attesa, il rincorrersi di notizie contraddittorie, il dolore composto, la lenta elaborazione del lutto.

E così, da “Plutarco siciliano dell’improbabile”, con Notizia del disastro Alajmo si è fatto dolente cronista, per risarcire eventuali strappi della memoria, ma anche regista sapiente, in grado di recuperare gli scampoli di tante esistenze cancellate dal disastro, di alitare su di esse e di tenerle sospese tra la vita e la morte, di incastonarle in quegli attimi atroci che pericolosamente oscillano tra normalità e sciagura, che sinistramente ondeggiano tra le leggi del caso e quelle del destino. Il tutto, come se si assistesse a una beffarda moviola, nel corso della quale gli interrogativi sull’esistenza, le domande sul proprio destino, sui capricci del caso incalzano con prepotenza lasciando il lettore senza fiato.

Cuore di madre (Mondadori 2003), il primo vero romanzo di Alajmo, fa registrare uno stacco dalla sua produzione precedente: si tratta infatti della prima opera interamente di fantasia dello scrittore palermitano, di un vero e proprio romanzo noir: nel senso della spietatezza, dell’assenza di redenzione, del mancato lieto fine, del totale pessimismo nei confronti della vita, che trascina il lettore, quasi inavvertitamente, in paurosi vortici di profonda, angosciante disperazione.Un noir continuamente attraversato da beffarde venature grottesche, ma nello stesso tempo spietato, crudele, e via via sempre più claustrofobico.

La storia è ambientata in un piccolo paese della Sicilia dell’interno, spesso fustigato da un vento di scirocco insopportabile, dove si trova la bottega di Cosimo Tumminia, biciclettista, su cui grava la fama nefasta di iettatore, di pirandelliana memoria. Cosimo non ha amici, non ha clienti: è dunque la persona giusta cui rivolgersi per tenere nascosto qualcuno: e così accade. Un giorno gli si presentano “quelli”, fantomatici personaggi venuti dal nulla, che gli impongono la custodia di un bambino rapito, promettendogli un’allettante ricompensa. Ma il tempo passa, e stranamente nessuno si fa vivo. La vaghezza iniziale del romanzo va col tempo infittendosi: tutto appare come avvolto da una nebulosa, che rende opaca l’intera faccenda. Ed ecco che, ad un certo punto, insospettita, arriva la madre di Cosimo, la quale riesce a impossessarsi del segreto del figlio. Una madre la cui presenza tirannica, quasi dittatoriale, farà prendere alla situazione una piega imprevista. Cosimo cerca di spiegare alla donna il perché della presenza del bambino, manifestando il suo disagio, l’incapacità di affrontare la situazione. Alla madre tutto ciò non sembra quasi vero, visto che le offre l’opportunità di riappropriarsi del figlio, di rimettergli le grinfie addosso, di condurre lei il gioco. Da lì, la decisione di trasferirsi a casa di Cosimo, dove la madre comincia a esercitare il suo potere assoluto mettendo a nuovo le stanze, facendo rinnovare l’aria viziata, ma soprattutto invadendo la cucina, dove si mette a preparare cibi succulenti, da propinare all’ostaggio che di mangiare non vuol saperne.

E questa inappetenza diventa il vero assillo dei due: il bambino potrebbe deperire a tal punto da tirare le cuoia. Le pietanze, preparate dalla madre di Cosimo con religiosa meticolosità, non stimolano affatto l’appetito del malcapitato, che diventa sempre più imbambolato. Nel frattempo il contesto sociale, dapprima vagamente delineato, comincia lentamente a sparire, svanendo quasi del tutto, e lasciando spazio unicamente alla casa di Cosimo, all’atmosfera irreale, grottesca, cinica, nella quale si muovono la madre, sempre più sicura del fatto suo, e il figlio, sempre più goffo e incapace. A un certo punto, visto che il bambino peggiora di giorno in giorno e considerato che madre e figlio sarebbero stati ritenuti i diretti responsabili, matura la decisione di farlo fuori; una decisione presa quasi inconsapevolmente, che si affaccia timidamente nelle frasi di Cosimo e che la madre fa sua, senza battere ciglio, con un cinismo impressionante.

L’atmosfera diventa sempre più insostenibile; il figlio, a un certo momento, esce di casa, dopo avere tentato maldestramente di soffocare il bambino. Ci vuole una mano ferma, una volontà ferrea: in una parola, deve pensarci la madre. E così avviene: il delitto viene consumato nel silenzio ovattato di quella casa degli orrori; poi i due provvedono a sotterrare il corpo del bimbo, in una scena degna del teatro dell’assurdo. Come pure il finale del romanzo, nel quale madre e figlio sembrano ritornare alla normalità come se nulla fosse accaduto, come se quel bambino lo avessero sognato. Cuore di madre è dunque un romanzo che sconvolge le viscere, che lascia l’amaro in bocca, che irrita e disturba la nostra più profonda coscienza.

Con E’ stato il figlio (Mondadori 2005), infine, Alajmo ha proseguito la sua anabasi nel ventre della famiglia siciliana. E lo ha fatto raccontando una storia di ordinaria abiezione, ambientata in un noto quartiere popolare di Palermo. Una storia che prende l’abbrivio con l’assassinio di Nicola Ciraulo, lavoratore socialmente utile. Ad aprire il fuoco, stando almeno al titolo del romanzo, il figlio Tancredi; gli agenti della polizia fanno irruzione in casa, iniziano il sopralluogo e rivolgono le prime domande ai familiari del morto, i quali non hanno nulla da dire: ma il loro silenzio inchioda inesorabilmente Tancredi. Anche se, nel corso dell’indagine, non tutti i conti tornano: dov’è infatti andata a finire la pistola? E chi c’era quella sera a casa Ciraulo, oltre al figlio di Nicola?

È stato il figlio è un noir eretico, rovesciato, una sorta di giallo antropologico, che inizia dalla fine, e che però strada facendo inevitabilmente si complica. L’autore si muove a ritroso come un gambero, montando una moviola beffarda, ossessiva. Il suo sguardo procede per accumulo di dettagli, immagazzinando particolari che si moltiplicano quasi per partenogenesi. Nulla sfugge alla sua volontà demiurgica: Alajmo, che sa come rendere i meccanismi cerebrali dei suoi personaggi attraverso l’uso di una lingua cristallina e insieme allusiva, gioca con la sua materia narrativa, e di conseguenza col lettore, alla stregua del gatto col topo. Si tratta di un sollazzo fortemente sadico: da una parte, il felino astuto e subdolo, dall’altra il sorcio intimorito e dannato alla disfatta.

E una volta scoperta la strategia dell’autore, il disegno dell’opera diventa pian piano sempre più chiaro. Il romanzo è regolato da un’orologeria predefinita ma essenziale, da diagrammi di forze ben bilanciati. L’ossatura di È stato il figlio è infatti assolutamente funzionale alla vicenda narrata: il che fa subito pendere il piatto della bilancia narrativa dalla parte dell’autore. Ma va detta anche un’altra cosa: lo schema quasi geometrico del romanzo non mette in ombra la vitalità della storia, il palpito dei personaggi. La polpa c’è, eccome, nelle pagine di Alajmo. Una polpa disciplinata a meraviglia, e che si dispiega per digressioni. Le parentesi narrative si intrecciano, dando forma a una ragnatela complessa. Ogni capitolo ha la dimensione di un racconto: esemplare quello dedicato a Serenella, figlia di Nicola e sorella di Tancredi, uscita di scena prima ancora che il romanzo prenda l’abbrivio, per via di un proiettile diretto a un malacarne.

Con straordinaria bravura Alajmo mette in scena lo scontro a fuoco, osservato da una specola particolare: gli occhi della bambina. Ogni cosa dunque viene immersa in una dimensione mitica, quasi da film western; la dinamica narrata come alla moviola; la disperazione dei familiari di Serenella quasi congelata dalla narrazione impietosa e insieme straniante di Alajmo. Col risarcimento ottenuto in seguito alla morte di Serenella, che ammonta a duecento milioni circa, i Ciraulo, dopo avere finalmente pagato gli interessi esorbitanti all’usuraio di turno, decidono di comprare una Volvo nera fiammante, da mettere invidia a tutto il vicinato. Una volvo messa in mostra come una sorta di spaventapasseri, per allontanare lo spettro della miseria e della maldicenza. La macchina, dopo due mesi di attesa, si materializza, provocando lo stupore dei familiari di Nicola, in un primo momento recalcitranti. E proprio a causa di un graffio alla fiancata della macchina, provocato da Tancredi la sera di un maledetto sabato, trascorso in compagnia della fidanzata, nasce il diverbio tra padre e figlio: i due fanno scintille e ci scappa il morto.

Opere dell’autore:

  • Una serata con Wagner (Palermo, Novecento 1986)
  • Un lenzuolo contro la mafia (Palermo, Gelka 1993)
  • Epica della città normale (Palermo, edizioni della Battaglia 1993)
  • Repertorio dei Pazzi della Città di Palermo (Milano, Garzanti 1994)
  • Almanacco siciliano delle morti presunte (Palermo, edizioni della Battaglia 1997 / Palermo, il Palindromo 2013)
  • Le scarpe di Polifemo e altre storie siciliane (Milano, Feltrinelli 1998)
  • Notizia del disastro (Milano, Garzanti 2001)
  • Cuore di madre (Milano, Mondadori 2003)
  • Nuovo repertorio dei pazzi della città di Palermo (Mondadori, 2004)
  • È stato il figlio (Mondadori, 2005)
  • Palermo è una cipolla (Laterza, 2005)
  • Enciclopedia della memoria irrilevante (Palermo, Mondellolido 2006)
  • 1982 – Memorie di un giovane vecchio (Roma-Bari, Laterza, ottobre 2007)
  • La mossa del matto affogato (Milano, Mondadori 2008)
  • Le ceneri di Pirandello (Drago Edizioni 2008 – con illustrazioni di Mimmo Paladino)
  • L’arte di annacarsi – un viaggio in Sicilia (Laterza, 2010)
  • Tempo niente (Laterza, 2011)
  • Arriva la fine del mondo e ancora non sai cosa mettere (Laterza, 2013)
  • Il primo amore non si scorda mai, anche volendo (Mondadori, 2013)
  • Carne Mia (Sellerio, 2016)
  • L’estate del ’78 (Sellerio 2018)
  • Palermo è una cipolla. Remix (Laterza, 2019)

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