Lug 08

Elvira Seminara – L’indecenza

(di DONATELLA LA MONACA)

Le lingue rosa della bounganville, dall’aiuola, si allungarono smaniose su quelle stanche del glicine, e foglie e foglie dappertutto, labbra di foglie gonfie e stremate, in una morsa senza fine, un’orgia di foglie screziate e lucide di ogni specie che s’infilavano tremule nei varchi disponibili, una crepa, un vaso rotto, una fessura tra i mattoni. E foglie coi denti che succhiavano il ferro delle sedie, si contraevano e si dilatavano. Ossa di foglie per terra, che gemevano sotto i passi. Foglie molli e sfinite, ridotte a fibre, nervi, polvere. Foglie bagnate e foglie irsute, che mugolavano nel vento e si umettavano i bordi, e poi i tentacoli dei rami neonati che si aggrappavano ad arbusti più forti. Pure un mezzo tronco destinato al camino aveva messo radici e si era tramutato in un albero. Un breve, deforme, tronchetto della felicità.

Si dispiega nella climax ascendente di questo ‘movimento’ narrativo, la modulazione dolorosa che accorda, nel profondo, la partitura compositiva del romanzo di Elvira Seminara, L’indecenza (Mondadori 2008).

La cartografia, sorvegliatamene espressionistica, di questo “giardino malato” si eleva, in un’ eco rimeditata di ascendenze letterarie, a metafora corporea del patimento. Si risveglia, nella memoria, l’immagine della leopardiana “famiglia vegetale” ritratta, dal poeta recanatese, in stato di “souffrance”: la “rosa offesa dal sole, si corruga, langue, appassisce”, il “giglio è succhiato crudelmente da un’ape nelle sue parti, più sensibili, più vitali”, “quell’albero è infestato da un formicaio, quell’altro da bruchi, da mosche, da lumache, da zanzare; questo è ferito nella scorza e cruciato dall’aria o dal sole che penetra nella piaga; quello è offeso nel tronco, o nelle radici; quell’altro ha più foglie secche; quest’altro è roso, morsicato nei fiori; quello trafitto, punzecchiato nei frutti”. L’incalzare spietato, nel passo dello Zibaldone, di verba dolendi, “stracciare”, “straziare”, “stritolare”, “ammaccare”, “spremere il sangue”, “rompere”, “uccidere”, coopera a cifrare, di urente fisicità, la sofferenza endemica del genere umano.

E’, invece, la fisionomia offesa di un microcosmo familiare, “un breve e deforme tronchetto della felicità”, ad incarnarsi nelle scelte espressive e linguistiche di Elvira Seminara, che somatizzano nella contrazione dolorosa di verbi ed aggettivi, nell’iterazione anaforica dell’incedere descrittivo, le movenze di una tragedia contemporanea.

Cova al cuore di questo dolore rappreso, raggelato, eppure acuminato, il trauma di un lutto inspiegabile, la perdita, ancora nel grembo, di una figlia mai nata. Si inerpica su questa maternità blandita, accarezzata e poi rapacemente prosciugata, una spirale di silenzi, solitudini, frustrazioni che erige tra i due coniugi una sorta di barriera isolante. La loro anestetizzata quotidianità alto borghese sembra, però, accendersi dei barlumi di un’illusoria vitalità, nel momento in cui la “bambina” ucraina, la giovane Ludmila, irrompe, con la sua “indecente”, disarmante sensualità, tra le maglie di questo mènage inaridito.

Le pulsioni inconfessate, le fragilità nascoste, le censure a fatica edificate si sciolgono in un crescendo di emozioni ambivalenti e insinuanti giochi seduttivi, profeticamente teso verso la catastrofè conclusiva; un epilogo in cui si addensa l’acme violenta di tutte le passioni carsicamente nutrite.
La narrazione scorre attraverso le tonalità cangianti della ‘voce’ di lei, la madre negata, scissa tra il senso di colpa divorante e la rabbia sorda verso una natura “di volere matrigna”. L’intera tessitura inventiva del romanzo appare tramata, infatti, da eventi naturali parossistici, le piogge torrenziali, devastanti o lo scirocco implacabile che crudelmente infierisce sulla realtà esterna metamorfizzandola nel correlativo oggettivo dell’affanno di vivere:

Una grande e vergognosa traspirazione universale. Le sedie di plastica nel giardino, i vasi di ceramica in casa, le stoviglie, i bicchieri, il pavimento di cotto. Tutto era ricoperto da un velo untuoso e viscido. Persino le foglie boccheggiavano e dopo un giorno di vita, stremate, cadevano dai rami. Le lucertole si paralizzavano sotto i sassi, e i sassi a toccarli erano così caldi che potevi arrostirci le bistecche. Sul ferro rovente delle ringhiere i rami si contorcevano, sino ad assumere movenze oscene. Tutto aveva il respiro corto, si scomponeva. La luce stessa si disaggregava e lasciava pezzi di ombre sulle cose appena sfiorate.

Germinano, dalla rilettura interiore adulterata della coscienza femminile, scenari cifrati dal lessico del disfacimento, dominati da una natura traditrice, antropomorfizzata da una sintassi percettiva, piegata ad esiti di inquietante, minacciosa fisicità. Ed è una natura che continua ad accanirsi, inoculando nella donna la “vergognosa”, carnale attrazione per Ludmi che, pure, le ridona la sensazione inebriante di ‘possedere’ nuovamente un corpo infantile.

E’ a questo punto che la scrittrice avrebbe potuto sciogliere le tensioni cumulate in un explicit liberatorio o, piuttosto, cavalcare l’effetto di un epilogo da noir di triste attualità mediatica. Ma, le implicazioni profonde del romanzo, quel suo scorrere sul sotterraneo filo rosso della conflittualità sorda con leggi naturali perverse, danno un altro, più sottile, spessore alla drammaticità del finale. Lo sguardo deluso e accusatorio del marito che, ignavo dinanzi alle responsabilità personali, ancora una volta tenta di fagocitarla nel gorgo della disistima di sé, della colpa e la decisione di Ludmila di tornare al suo paese scatenano nella protagonista un moto esasperato di rivalsa. E’, infatti, un impulso estremo di sfida a muovere la donna contro quell’ennesimo raggiro ordito da una natura inesorabile, che sembra donare e, invece, spietatamente sottrae, condannandola ad un destino di abbandoni. Dirompe così, al culmine di un logorante rovello intimo, la sua autolesionistica vendetta: l’annientamento, questa volta volontario, della “bambina” venuta dall’Est.

8 luglio 2008

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