Lug 06

“Cuore di madre”, Roberto Alajmo: Capitolo 1

Il capitolo iniziale del romanzo Cuore di madre di Roberto Alajmo contiene in nuce molti dei temi costitutivi dell’intero libro: il fallimento dei basilari rapporti umani (individuo-collettività; madre-figlio; uomo-bambino), il dramma dell’incomunicabilità, la piaga mafiosa all’interno del tessuto sociale siciliano.

Il fallimento del rapporto individuo-collettività viene subito messo in luce, nella prima parte del capitolo, attraverso la descrizione che l’autore ci propone del protagonista del romanzo Cosimo Tumminia e dell’ambiente in cui egli si trova a vivere: Calcara, piccolo paesino siciliano. Cosimo viene subito presentato quale vittima di una diceria che lo vuole menagramo. Dopo una breve presentazione della fisionomia e delle abitudini del personaggio il lettore non fatica a capire perché la comunità del paese gli attribuisca potere di iettatore:

“Cosimo era perfetto, con la sua aria dimessa, e magro, e triste, e sempre in giro con sua madre più triste di lui anche in passato le pubbliche battute su di lui avevano avuto successo, creando la complicità di gruppo che in quel momento sembrava vacillare” (p. 9).

Il protagonista vive in prima persona il dramma dell’emarginazione sociale, diventando il capro espiatorio sul quale scaricare il peso delle tensioni interne alla collettività, il diverso al quale addossare la colpa del cattivo andamento delle vita quotidiana.

Anche un importantissimo elemento di affermazione e coesione sociale quale è il lavoro non riesce a ricucire lo strappo creatosi tra l’individuo e la collettività.
Cosimo possiede un’officina di biciclettista, ereditata dal padre, frequentata da pochissimi clienti e per la cattiva fama che circonda la sua persona e perché i ciclisti a Calcara sono molto pochi “essendo il paese disposto su una montagna, che rende facilissime – fin troppo facili – le discese, e difficili – fin quasi impossibili – le salite”. Alla fine della prima parte del capitolo, il protagonista ci appare coma un emarginato, un isolato.

Nella parte centrale del capitolo viene descritta la visita del protagonista all’anziana madre: dopo aver chiuso l’officina e prima di ritornare a casa propria, Cosimo “si sente in dovere di passare a salutarla”. Tra i due personaggi si svolge un dialogo condensato e risolto in pochissime battute alla fine del quale la madre, dopo aver pregato inutilmente il figlio di fermarsi per cena a casa sua, gli fornirà comunque il cibo per la cena, che il protagonista consumerà in solitudine.

L’impressione che tra Cosimo e la madre si istituisca una sorta di finzione teatrale proietta però una pesante ombra sulla normalità del rapporto tra i due personaggi. L’autore ci fa notare come lo stesso dialogo tra madre e figlio sia già avvenuto più volte con le stesse battute e come essi recitino un copione prestabilito:

Ogni volta che va a trovarla, entrambi sanno che finirà così: lui si porterà il cibo a casa e mangerà da solo. Ma c’è un rituale da rispettare:
“Non ti piace il brociolone?”
“No, che c’entra?”
“E allora perché non ne vuoi?
[…]
“Veramente non ne vuoi?”
“Ora fame non ne ho, ti giuro…”
“Non c’è bisogna di giuramenti. Sai che facciamo? Te lo metto dentro ad una scatola di queste, così te lo puoi mangiare a casa…”
Le ultime battute del dialogo si svolgono mentre la madre sta già preparando la confezione (p. 19-20)

Il dramma dell’incomunicabilità e l’inaridimento dei sentimenti vengono superati dalla madre e dal figlio per mezzo di battute e dialoghi precedentemente imparati a memoria e grazie ai quali si riesce a superare l’imbarazzo di chi non ha niente da dire.

L’insanità della relazione madre-figlio è infine rivelata dall’evidenza che la reciproca dipendenza dei due protagonisti viene fondata sul cibo piuttosto che su una profondità d’affetto.

Nelle prime due parti del capitolo l’autore accenna più volte ad un bambino che alcuni uomini non meglio identificati lasceranno in consegna a Cosimo perché lo custodisca; nella terza parte il mistero viene in parte chiarito. Alcuni malviventi scelgono il protagonista quale custode di un bambino rapito, che dovrà tenere segregato per alcuni giorni.

Dopo la visita alla madre, Cosimo torna a casa propria e si rende conto che il bambino si trova già nella stanza in cui egli aveva predisposto di rinchiuderlo: la camera degli ospiti in cui precedentemente aveva tenuto, prima che morisse, il proprio gatto Nico. Dei malviventi nessuna traccia, il bambino, invisibile aldilà della porta della stanza in cui è stato rinchiuso, non dà segni evidenti della propria presenza. Nella parte finale del capitolo l’autore, descrivendo i comportamenti adottati dal protagonista una volta accertatosi della presenza del bambino in casa, lascia intuire al lettore l’ineluttabile fallimento a cui è votata la relazione tra il bambino sequestrato e l’uomo sequestratore:

“Se ha fatto mettere il bambino nella stanza degli ospiti un motivo c’è, ed è che prima quella era la camera dove teneva la lettiera ed il cibo di Nico […] Per Nico aveva fatto mettere sulla porta della camera degli ospiti uno di quei piccolo sportelli basculanti che consentono ai gatti di andare e venire anche se la porta è chiusa […] Però adesso da quella gattaiola Cosimo conta di far passare la roba da mangiare senza dover guardare in faccia il bambino. Che bisogno ha lui di vederlo? Se tutto andrà bene, non dovrà mai nemmeno aprire la porta.”

Cosimo però alla fine aprirà la porta che lo separa dal bambino , nel tentativo di instaurare con il rapito un rapporto umanamente soddisfacente. Ma la convivenza risulterà impossibile: il protagonista negherà sempre la sostanziale diversità tra sé e il bambino riducendolo ad una proiezione di se stesso e cercando grazie ad esso di realizzare quei desideri che egli non è riuscito a soddisfare: gli comprerà ad esempio quelle merendine, nella propria infanzia vietatissime dalla madre, che il bambino infine rifiuterà.

Il protagonista una volta compresa la diversità che intercorre tra sé e il rapito mostrerà, nei confronti di quel bambino che con la sua sola presenza rischia di rimettere in discussione le sue più profonde certezze, lo stesso rifiuto che la società ha mostrato nei suoi confronti in quanto elemento destabilizzante perché diverso.

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