Lug 08

Canto al deserto. storia di tina, soldato di mafia

Romanzo ‘impuro’, dal forte impianto saggistico, Canto al deserto (Tea Due, 1997) mostra la sua cifra peculiare proprio nell’abile innesto della finzione narrativa su una materia realistica accuratamente investigata. L’invenzione letteraria, insomma, messa al servizio di una minuta indagine intorno a precise dinamiche socioculturali, si rivela, una volta di più nell’autrice messinese, specola privilegiata da cui osservare e vagliare, in modo critico e militante, la condizione femminile.

Nel romanzo del 1997 una giornalista emigrata molti anni addietro, racconta di essere tornata in Sicilia per scrivere un libro su Tina ‘a masculidda’, adolescente gelese protagonista della cronaca nazionale degli anni novanta perché diventata, nonostante l’età e il sesso, capobanda di un gruppo di malavitosi affiliati a Cosa Nostra.
Per realizzare questo dossier, la giornalista, in cui non troppo velatamente si cela il volto della scrittrice messinese, deve incontrare Tina e svolgere delle preliminari indagini sul campo per ricostruire il contesto sociologico e l’ambiente culturale in cui la ragazzina vive.

La Cutrufelli non ci racconta quindi solamente la storia di Tina, come recita ingannevolmente il sottotitolo, ma qualcosa in più. Prende corpo sulla pagina tanto il racconto di interviste e testimonianze immaginarie quanto la requisitoria sul reale degrado di Gela. La giornalista, mentre tenta di orientarsi nel fitto labirinto di reticenze e omissioni che intrappola i cittadini, formula il suo J’accuse contro la realtà gelese: l’aperta denuncia, tuttavia è modulata secondo le tonalità di un “canto al deserto”, per usare l’immagine poetica di Santo Calì che dà il titolo al romanzo: una voce, cioè, che, cosciente di non essere udita, si leva ugualmente alta per interrompere il silenzio; un elemento destabilizzante che invade dall’interno un ordine costituito e apparentemente immutabile.

Le ricognizioni svolte dalla protagonista, mentre permettono di delineare un ritratto preciso del panorama gelese, offrono anche continui pretesti per una riflessione privata, intimista, consentono, cioè, che la giornalista ripensi il suo rapporto con l’isola, analizzi in modo critico il passato e soprattutto indaghi il profondo bisogno di tornare per raccontare la sua terra:

Riconosco […] i miei stessi sentimenti. Il siciliano errante. La diaspora e l’isola promessa, la nostra terra di missione. Andare e tornare. Un’oscillazione perenne, il nostro vizio segreto. Per quale motivo, altrimenti, sarei qui a frugare in una storia così disperatamente siciliana? (p. 50)

Scrivere di Tina, della Sicilia, significa per la protagonista espiare la colpa, sentita come infamante, di essere fuggita via da una realtà troppo scomoda: “andarsene significa tradire. E chi tradisce perde il diritto alla parola. Abbandonare la Sicilia equivale a scegliere un esilio da cui non si torna.” (p. 36)

Il romanzo assume quindi il valore di risarcimento per l’isola e di riscatto per la giornalista. Canto al deserto si costituisce infatti non tanto, o non solo, come romanzo su Tina, ma soprattutto come cronistoria di esso: le pagine di questo romanzo altro non sono che il resoconto dettagliato dei giorni spesi dalla giornalista a cercare il materiale per scrivere il suo libro.

La narrazione, ricca di metaletterarietà, procede tra considerazioni personali, quasi degli appunti diaristici, da leggersi come confessioni autobiografiche, interviste e dialoghi; da questa fitta trama inizia a prendere forma, opalino, il disegno di Tina.

Ma la donna che narra, stanca di inseguire le tracce di una ragazzina costretta alla latitanza, inizia a sostituire mentalmente la vera Tina con un simulacro. L’adolescente perde così, poco per volta, tutti i connotati reali fino a diventare una chimera, un personaggio romanzesco. La ricostruzione della vita di Tina, lungi dall’essere perseguita con la fedeltà del biografo, si basa su ipotesi e supposizioni, proprio perchè la protagonista compensa con l’immaginazione l’assenza di informazioni precise e testimonianze dirette sul carattere e i sentimenti della “masculidda”.

Il personaggio così romanzato si inserisce nella ricca galleria di ritratti femminili di Maria Rosa Cutrufelli, caratterizzati tutti da “una smodata capacità d’orgoglio, una volontà di esistere, di andare oltre il semplice ripararsi dalla disperazione”. (p. 29)

Tina, col suo inseguire fino al parossismo riscatto e vendetta, permette alla narratrice “una scorribanda nelle estreme periferie dell’immaginazione” (p. 29) e favorisce le incursioni nelle profonde regioni dell’io:

Ho un lampo d’intuizione. Mi sembra di essere arrivata a toccare la cifra segreta, l’impulso che mi spinge a calarmi nella storia di Tina.
È questa incapacità di adattamento – totale, assoluta – ad attirarmi. Questo eccesso di negazione – del proprio destino e del proprio corpo – che alla fine diventa una forza pericolosa e sconosciuta, esorbitante. Questo mi attira. (p. 44)

“Le parole – scrive l’autrice messinese nell’editoriale del terzo numero di “Tuttestorie”, rivista da lei fondata e diretta – rappresentano, giudicano, descrivono, racchiudono. Aprono i recinti delle segregazioni reali o possibili”. Raccontare quindi significa anche cercare di “tematizzare la libertà”, operazione difficile, che è possibile realizzare “soltanto a rovescio, partendo da una negazione, da una mancanza”. (“Tuttestorie”, n. 3, nuova serie, 1995) Ed è proprio da questa mancanza che si origina, di volta in volta, il dialogo tra l’autrice e il suo personaggio: parole per interpretare il reale, ma soprattutto per indagare il fondo di se stessi.

settembre 2006

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