Lug 08

“Cuore di madre”, Roberto Alajmo: Capitolo 10

Nel capitolo conclusivo, come nel resto del romanzo, vi è un’atmosfera di freddezza e distacco, resa con uno stile secco. Il delitto è già stato commesso e Cosimo lo intuisce, ma non ha il coraggio di parlarne apertamente.

Con la chiusa del libro: “Qua siamo” (pag 232), l’autore ribadisce la passività dei protagonisti rispetto agli eventi; Cosimo e la madre, come hanno subito l’imposizione da parte di sconosciuti di custodire il bambino, così, con la stessa inerzia, subiranno un’eventuale indagine.

Ancora una volta non traspare dalle parole dei personaggi alcuna emozione, non c’è sentimento, c’è solo un senso di rassegnazione, passività, indifferenza sia per il delitto sia per le possibili conseguenze. Ancora una volta Cosimo si rivela infantile, incapace di agire in maniera autonoma e di assumersi le sue responsabilità. Egli è succube della madre, ha bisogno di qualcuno che gli dica sempre cosa fare e che lo tiri fuori dai guai.

Cosimo dice: “Che debbo fare ?” e l’autore commenta ironicamente annotando: “La domanda a prima vista può sembrare stupida” (pag 218); per Cosimo, infatti, dovrebbe essere ovvio cosa fare con la pala in mano.
La madre è così paradossalmente provvida da sostituirsi al figlio perfino nel commettere l’infanticidio. Sa che Cosimo non avrebbe mai il coraggio di farlo.

Quando poi vanno a seppellire il bambino, Cosimo è piuttosto maldestro, confuso, disorientato. Non fa altro che sudare e non sa né dove né come scavare la fossa:

“Comincia a scavare. I primi colpi li dà restando all’impiedi e tenendo la pala con tutte e due le mani. Ma quasi subito si rende conto che la posizione è sbagliata: troppo sforzo e minimo risultato. Si mette allora in ginocchio. Va un po’ meglio, ma la pala è troppo piccola per essere tenuta con due mani. Prova ad adoperare solo la destra, ma anche così la terra che riesce a spostare è pochissima. Il problema forse è l’impugnatura troppo alta” (pp. 219-220).

I due non provano alcun senso di colpa: al contrario, Cosimo si preoccupa di una cosa del tutto insignificante rispetto a ciò che è appena accaduto, e cioè dei rimproveri della madre perché egli beve acqua fredda. Infatti: “va a prendere dell’acqua in frigo. Si aspetta che sua madre intervenga per dirgli di non berla fredda” (pag. 230).
Inoltre, la madre lo aveva rimproverato perché era tutto sporco e sudato e dice: “aspetta che ti vado a prendere una camicia pulita” (pag. 220).

Il lettore è molto colpito perché, proprio nel momento della sepoltura del bambino, la madre si preoccupa della camicia del figlio come in un momento normale della quotidianità. Dopo la sepoltura, i due tornano a casa, la madre gli porta la camicia e Cosimo gli fa notare che è troppo stretta. Continuano a preoccuparsi di cose del tutto banali, come se nulla fosse accaduto.

Si rimane piuttosto disorientati a causa del contrasto fortissimo tra la gravità dell’evento e la freddezza con cui lo vivono i protagonisti; l’eccezionalità e la routine. E’ come se niente potesse turbare la loro “normalità”. L’autore ha costruito il romanzo sulla base di questi contrasti per suscitare nel lettore sgomento, sorpresa. Infatti, il lettore si aspetterebbe agitazione nei personaggi e, invece, trova freddezza. I due rimangono distaccati; tutte le emozioni più prevedibili sono assenti.

La conclusione del romanzo stride fortemente con il titolo Cuore di madre. Il titolo infatti suggerisce scene di affetto materno e lascia prevedere una conclusione positiva. In effetti, l’amore materno è presente, ma arriva a conseguenze impensabili e assurde. Quello tra Cosimo e la madre è un rapporto morboso, in cui l’uno è dipendente dall’altro, ma nessuno dei due ne è davvero consapevole. Per i due personaggi è una situazione del tutto “normale”.

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