Lug 08

“Cuore di madre”, Roberto Alajmo: Capitolo 9

Cosimo, il protagonista, arriva all’officina di biciclettista dove lavora, dopo che è stato spinto dalla madre ad uscire: al bambino, che è stato portato nella sua casa da misteriosi rapitori, ci penserà lei. Cosimo avverte una inaspettata decisione nel tono di voce della donna, che sembra avere trovato una soluzione -“Ti ho detto che ci penzo io. Tu vattene a lavorare.”(p.189)-: ora, Cosimo non può che rassegnarsi e affidarsi alla madre, come ha sempre fatto fin da quando era piccolo. Prima di uscire, il protagonista si è sentito pure in dovere di aggiungere delle scuse per una discussione avuta con lei e conclusasi con un imbarazzante e goffo abbraccio. Attraverso le scuse, Cosimo simula un sentimento di affetto, che, però, evita un’intimità sempre percepita come equivoca.

All’officina Cosimo trova un “imprevisto”: un cliente. La scena ha in sé una sottile comicità. Cosimo ha dei sospetti: troppe informazioni date dal cliente, la storia poco convincente del campeggio che gli viene raccontata dall’uomo, le due ruote bucatesi contemporaneamente, l’eccessiva disponibilità e pazienza da parte di un cliente del tutto sconosciuto. L’atteggiamento del protagonista oscilla, allora, tra la “certezza” di avere a che fare con un poliziotto e il dubbio che, invece, sia un cliente. C’è, in Cosimo, prima un compiacimento per le sue capacità di smascherare e mettere con le spalle al muro l’intruso, poi, un senso di sconfitta, perché quello è furbo e non riesce a toglierselo di torno; le sue ipotesi vengono prima smentite, anche se poi, torna ad avere altri sospetti. Alla fine, gli rimane soltanto il dubbio e un senso di ridicolo.

La situazione lo porta, infatti, a sospettare dell’uomo e a trattare male una persona che, tutto sommato, poteva essere un cliente, per di più l’unico cliente, e lo induce persino a fuggire per le strade del paese di fronte a inseguitori inesistenti, e a contenere poi la fretta di rientrare in casa, ostentando calma e disinvoltura dinanzi a delle presunte spie. Una volta a casa, Cosimo vorrebbe approfittare dell’interessamento della madre, che lo vede turbato.

C’è una volontà di agire, nei protagonisti, che rimane, però, sempre allo stato potenziale. Si ripete spesso la formula “Non è che possiamo andare avanti così” (più volte a p.202), e, poi, “E, però, qualche cosa la dobbiamo fare […]”(p.213); si dichiarano intenzioni che non si realizzano: “Io ora me ne torno a casa mia […]”(p.186), “Dammi un coltello che l’ammazzo subitosubito, così ci leviamo il penziero.”(p.209).

La calura estiva fa da sfondo all’immobilità dei personaggi. Parlando del bambino con la madre, Cosimo incomincia a ventilare l’ipotesi estrema di un possibile omicidio. Lo fa prima in modo generale –“Se uno deve soffrire […]”, “Se non ce la fai più…”(p.202) -, poi, introduce un riferimento circostanziato alla sua stessa condizione di vita: “Allora io personalmente non voglio campare più.”(p.203).

Questa presa di posizione di Cosimo, in un discorso che riguarda il bambino, inaspettatamente fa scattare una idenitficazione tra le due figure. In effetti, la vita di Cosimo può rispecchiarsi in quella del bambino: “l’aria da cretino”(p.211) del bambino fa da pendant all’incapacità di Cosimo di fronte alla vita; il bambino deve essere forzato a mangiare e a muoversi non diversamente da Cosimo, che subisce e si fa manipolare dalla madre, da “quelli”, dalle dicerie dei compaesani; Cosimo impedisce al bambino di respirare per qualche secondo con un cuscino, mentre lui stesso vive in un clima di oppressione, rappresentato, a livello simbolico, dal caldo estivo e dall’odore delle zucchine preparate dalla madre.

La televisione è un elemento di modernità che si insinua, senza clamore, come un brusio di sottofondo, nella vita mediocre dei personaggi. Nella vita in comune con la madre rappresenta l’unico svago, l’unica possibilità di distogliere il pensiero dalla realtà, ma lo scorrere di immagini, anche violente o inverosimili, che si insinuano nella vita quotidiana dei personaggi, può generare impulsi imprevisti. Mentre Cosimo guarda in televisione una scena in cui una donna agita il coltello e urla qualcosa, la madre interviene: “Lo vuoi ammazzare?”(p.205), e il documentario sugli accoppiamenti degli animali, dove la mantide uccide e divora il compagno, fa da sfondo e rende visibile la violenza occultata nell’altra stanza.

La domanda della madre, “Lo vuoi ammazzare?”(p. 205), cade in modo brusco nel vuoto della stanza, sorprende per la mancanza di qualsiasi inflessione nel tono della voce, risulta inaspettata e costringe Cosimo a confrontarsi con i suoi impulsi e i suoi desideri. Attraverso il discorso indiretto libero seguiamo i pensieri di Cosimo, che valuta la possibilità di uccidere, senza sensi di colpa, e anzi trova tutta una serie di giustificazioni paradossali per leggittimare il delitto (“Ma ora è diverso”, “Ma così sarebbe diverso”, p.207).

E’ un groviglio di pensieri che emerge quando Cosimo si trova da solo con il bambino e gli preme il cuscino sul viso. Ha subito una sensazione di potenza: “Se volesse, potrebbe forzare. Ma non forza.” (p. 211), “sente su di lui un controllo totale. Può fargli ciò che vuole.[…]” (p. 212), “Per ammazzare qualcuno in quel modo bisogna averlo deciso prima e lui non ha deciso niente, ” (p. 212). Attraverso battute di dialogo smozzicate, madre e figlio si autoingannano e rifiutano ogni responsabilità:

“Tu dici che lo dobbiamo ammazzare, che mi chiedi ‘sti cose a me?”(p.208), “E che c’entra? Non è che l’ho rapito io…”, “Prima mi dovevi chiamare […]”, “la colpa certo mia non è […]”, “E di chi è? Mia?”, “Parla![…]”, “Che ti debbo dire […]”(p.209), “Tu che proponi?”, “La responsabilità non è che è mia […]”(p.213).

Cosimo è incapace di reagire, non fa alcuna resistenza all’ordine perentorio della madre (“Vattene.”, p.214) e riconferma la sua impotenza mettendosi a guardare banalmente la televisione, mentre la madre compie il delitto. Nella vita di Cosimo, la figura della madre è sempre lì a reprimere ogni impulso di autonomia (“E se io muoio, tu come fai?”, p.202, “Ma ora che ci sono io…”, p.231), anche se finge di non condizionarlo (“Oramai c’hai quarant’anni e sei grande, per cui fai quello che vuoi”, p.185, “Se vuoi… Fai quello che vuoi.”, p.231). Ma anche la figura di Cosimo è ambigua: subisce la presenza della madre, ma ne è, allo stesso tempo, consolato (“la tristezza svanisce […] e rimane il sollievo”, p.230).

Lo stile adoperato nella narrazione è asciutto, non concede nulla all’enfasi. Le frasi concise rendono il ritmo serrato. Ci troviamo di fronte ad un continuo, ossessivo e monotono tempo presente, mentre lo spazio è ristretto ad ambienti soffocanti. Prospettive più larghe si restringono fino a rientrare nei limiti angusti di una stanza. La presenza ossessiva del cibo e della televisione marca una realtà priva di valori. Apparentemente non ci sono prese di posizione da parte del narratore, e qualsiasi sentimento sembra venga represso. E’ uno stile crudo, capace di turbare il lettore e denunciare, in maniera allusiva, la mancanza di senso della vita stessa.

Quella che poteva essere una novità nella vita monotona di Cosimo, e cioè la presenza del bambino, non fa che peggiorare le cose, rendendo ancora più opprimente il legame con la madre. Il romanzo si chiude con le parole rassegnate della donna, e ripetute da Cosimo: “Qua siamo.”(p.231). Non c’è da aspettarsi nulla. Le colonnine di metallo sul tetto della casa non completata di Cosimo rimangono a ricordare i progetti non realizzati, ma l’importante, per Cosimo, è non vederle.

About The Author