Lug 08

“Cuore di madre”, Roberto Alajmo: Capitolo 4

Il quarto capitolo di Cuore di madre inizia con la constatazione, da parte del protagonista Cosimo, della mancato arrivo dei rapitori, personaggi ‘misteriosi’ che non solo non compaiono mai direttamente, ma non vengono neppure, il più delle volte, citati esplicitamente: “Non sono venuti” (p. 67); “..se quelli vengono a riprendersi il bambino” (p. 70); “Prima li incontrava in piazza ogni tanto” (p. 78). Una costante assenza fisica, quella dei rapitori, alla quale corrisponde però una costante presenza tematica: un parlare ma senza nominare ciò che può spaventare, come la morte e la mafia appunto, secondo un atteggiamento tipicamente siciliano.

Se in un primo momento Cosimo è fiducioso, ad un certo punto inizia quindi a preoccuparsi: non sa come contattare i rapitori e soprattutto come comportarsi col bambino. Cosimo “controlla la camera”; “controlla che non ci siano altre armi potenziali”; “controlla i restanti braccioli e controlla sotto il letto” (p. 68); ma il suo approccio col bambino, pur nel tentativo di stabilire con lui un minimo di rapporto, resta goffo, quasi grottesco, un misto tra disagio e timore, e del resto il piccolo recluso non lascia trapelare dai suoi atteggiamenti, come dal suo sguardo, alcun tipo di emozione: “Negli occhi che lo guardano non c’è nessun sentimento riconoscibile” (p. 77). Così il tempo scorre e il rapporto coatto tra i due peggiora di giorno in giorno, scivolando in un completo mutismo.

Un’incomunicabilità che è presente fra tutti (a dire il vero pochi) personaggi del romanzo, persino tra Cosimo e sua madre. Di questa incomunicabilità ne è prova il linguaggio, che diviene ‘accessorio’, qualcosa quindi di cui si può fare a meno, sino a preferire quasi il silenzio; ma in verità sono le coscienze dei personaggi a tacere, al cui mutismo corrisponde un agire senza una reale consapevolezza.

Mentre cerca di sistemare la poltroncina che il bambino ha distrutto la sera prima, in un patetico tentativo di ribellione, alla mente di Cosimo giunge improvviso, il pensiero della madre, che non va a trovare da due giorni. In lui sono presenti sentimenti contrastanti: prova un senso di colpa per averla tagliata fuori dalla faccenda del bambino, ma dall’altro lato, almeno per il momento, non ha voglia nemmeno di sentirla. Già da questo punto però, il lettore capisce quanta importanza e influenza questa abbia, nella vita di Cosimo, questa figura materna, che non ci viene immediatamente descritta, ma solo introdotta.

La donna è legata morbosamente a Cosimo. Il loro è un rapporto di insana complicità, in cui uno dipende dall’altro e viceversa. È un ‘legame doppio’, quasi fusionale, in cui la madre risulta più determinata e fredda del figlio, che invece è un disagiato, un inetto privo di un minimo di coraggio, il cui animo è un misto di rassegnazione e ribellione.

L’emancipazione di Cosimo è solo fittizia: la madre continua a giudicarlo, ad accudirlo, a controllarlo in maniera ossessiva e a manipolarlo psicologicamente. Nelle azioni della madre però non c’è crudeltà (o così Alajmo vuol far sembrare), ma solo uno smisurato, anche se malato, amore per il figlio. Cosimo è quindi ‘prigioniero’ di sua madre, quasi quanto il bambino lo è di lui; ma l’unica relazione possibile di Cosimo è proprio quella con la madre, opprimente e insopportabile come il caldo di Calcara, il paesino immaginario dell’entroterra siciliano, dove Alajmo ambienta il romanzo.

Il paesaggio di Calcara, fatto di innumerevoli discese e risalite, è arcano, come arcano in fondo è il lavoro di Cosimo (biciclettista), fatto di piccole azioni ‘robotiche’ come tutto il resto. È proprio al lavoro che Cosimo decide di andare, dopo aver valutato se sia meglio attendere “quelli” che si riprendono il bambino, o cercare di allontanarne il pensiero stando in officina: almeno lì potrà distrarsi con la Settimana Enigmistica e l’ascolto della radio dei camionisti, gli unici attimi di ‘evasione trasgressiva’ (mediocre, peraltro) che il protagonista riserva a se stesso nella sua vita inutile e piatta, condotta in maniera incredibilmente routinaria e meccanica. La Settimana Enigmistica e la radio sono oggetti che potrebbero risultare insignificanti al lettore ma che assumono in realtà importanza, quasi fossero dei feticci, cui Cosimo stesso, attribuisce addirittura una connotazione rituale.

Davanti la sua officina, Cosimo incontra la signora Pina, la collaboratrice domestica che ha da poco licenziato per via della presenza del bambino in casa. Il dialogo che nasce tra i due, è reso da Alajmo tramite un periodare elementare, secco e paratattico. Il lessico, lineare e asciutto, presenta a volte delle piccole deformazioni linguistiche: “Qua siamo…” (p. 72) e forme foniche dialettali: “Inzomma…” (p. 71); questi elementi, del resto, si ritrovano anche nel convenevole scambio di frasi tra Cosimo e il barista Calogero: “Bì! E che ci fai tu qua?” (p. 81) e “Un cafè” (p. 81).

Nell’ultima parte del capitolo, tra Cosimo e il bambino rapito nasce un breve dialogo. Cosimo dice al bambino di avere pazienza e di aspettare i rapitori che prima o poi verranno a riprenderselo e quasi vorrebbe essere ringraziato per esser stato con lui “buono e caro” (p. 89), e per non averlo punito severamente dopo che con un morso gli ha staccato il lobo dell’orecchio sinistro; la sua, però, non è reale bontà, è semmai incapacità di essere malvagio, è irresponsabilità e sottomissione alla causalità.

La presenza del bambino, entrato nella vita minima di Cosimo, comincia a pesargli come un ostacolo che ha spezzato quel rapporto di estrema dipendenza e sottomissione tra lui e la madre. Irrompendo così, come un cambiamento non voluto, una novità non richiesta, nella quotidianità del rapporto madre-figlio, fatto di azioni ripetute, la presenza del bambino non può che essere negativa.

Cosimo fa allora delle congetture su come potersi liberare dal piccolo intruso. In maniera paranoica fa ipotesi su tutto, arrivando addirittura a teorizzare i vari modi per ucciderlo, giungendo però alla conclusione: “È assurdo: di ammazzare il bambino non se ne parla. Non sarà certo lui a fare una cosa del genere. E allora? E allora bisogna aspettare” (p. 79). Queste frasi anticipano già la fine tragica, anche se a tratti surreale, del romanzo, in cui, non sarà Cosimo a compiere questo gesto estremo, ma qualcun altro al posto suo, come a voler confermare ancora una volta il rapporto ‘mostruosamente’ matriarcale tra Cosimo e sua madre.

È tutto un narrare al presente, che mette in evidenza ogni minimo dettaglio del racconto; è come se Alajmo fosse dietro ad una cinepresa e operasse di ripetuti primi piani e continue zoomate, come nell’episodio del lobo amputato, lasciato sul bordo del lavandino la sera prima.

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