Lug 08

“Cuore di madre”, Roberto Alajmo: Capitolo 2

Nel continuum narrativo creato dall’autore il secondo capitolo di Cuore di madre – indicato con il semplice numerale, come del resto tutti i capitoli del romanzo, quasi a non volere interrompere questo incessante piano sequenza sulle vicende narrate -, mette l’accento sul perché Cosimo abbia accettato di tenere il bambino.

“…da quando la pensione del padre si è esaurita le cose sono andate sempre peggio. Negli ultimi mesi, malissimo. E’ per questo che ha accettato… Non aveva scelta. Non gli fa piacere correre i rischi che sta correndo, lui che non ha corso praticamente nessun rischio in vita sua. A parte il fatto che se ti chiedono certe cose, quelli sanno in partenza che gli risponderai di si.”

“Quelli” sono ovviamente e senza necessità di esplicitare, la mafia. Del resto Alajmo è un giornalista siciliano e il clima mafioso lo conosce benissimo ed inevitabilmente viene fuori nei suoi lavori. Ma questo non legittima l’etichettatura del romanzo come un romanzo che parla di mafia, perché il libro ha una valenza più ampia che quella della denuncia mafiosa.

Ciò che maggiormente colpisce nel capitolo è la solitudine culturale, prima che umana, del protagonista. Cosimo Tumminia non è in grado di costruire un’immagine del mondo che non si fondi sul fatalismo e sulla ciclicità immutabile. Desideroso di indipendenza è incapace di guadagnarsela, succube di una madre che è grembo ed origine da cui non ci si può affrancare.

Anche per andare a vivere da solo Cosimo ha faticato, ha dovuto inventare “un pretesto”, “a sua madre aveva spiegato che andava a starci provvisoriamente, per tenere d’occhio una perdita da un tubo”, “in questo modo non ha mai dovuto affrontare apertamente l’argomento trasloco”, e anche se sono passati ben quattro anni, la madre tiene a puntualizzare la situazione chiedendo di tanto in tanto di quel tubo. Cosimo vive con fatalità, senza aspettative, non agisce ma subisce tutto ciò che gli si presenta, non è cattivo, neppure in potenza, e accetta di tenere il bambino così come accetta da maggio in poi di spostare la sedia all’interno dell’officina alla ricerca dell’ombra per completare metodicamente la sua settimana enigmistica.

Sembra quasi che Cosimo speri nella comparsa di qualcosa, o di qualcuno, di estraneo al suo mondo ma che al contempo tema questa ipotetica presenza per gli inevitabili problemi che ne deriverebbero. Questo modo di ragionare accompagna costantemente il protagonista, e in questo capitolo è rintracciabile nella dissertazione filosofica mattutina intorno la caffettiera, ed ancora, sull’interrogarsi metafisico intorno la “rivista” da parte della signora Pina. Tutto ciò che gli accade sembra passargli accanto, come se vissuto da un altro.

Cosimo vive in un mondo sospeso, che non ha valori e punti di riferimento, così tutto ciò che per noi potrebbe aver poca importanza assume nella sua vita enorme rilievo, ad esempio la settimana enigmistica, con il “suo sistema minuzioso e progressivo” di completamento, e i programmi radiofonici per camionisti o delle previsioni del tempo. Altro elemento che colpisce è l’incapacità di Cosimo di relazionarsi con gli altri, è qualcosa che vorrebbe fare ma in cui non riesce perché non sa neppure da dove iniziare, poiché non conosce le regole minime del gioco, come appare bene da questi sui pensieri nei confronti del bambino:

“Vorrebbe dirgli qualcosa. Potrebbe dirgli che sta uscendo, ma è fuori luogo. E’ una comunicazione fra padre e figlio, marito e moglie, familiari che hanno frequentazione quotidiana. Loro invece non si conoscono… Non è il modo giusto di iniziare il rapporto… In mancanza di idee Cosimo preferisce stare zitto.”

Il piano linguistico è come scompigliato dall’incontro-scontro di due livelli: l’italiano di base, nella narrazione generale, e il dialetto dell’entroterra siciliano con tutte le sue peculiari caratteristiche, nei discorsi del protagonista. In questo variegato tessuto linguistico spiccano le storpiature fonetiche di alcune consonanti o l’uso del fraseggio smozzicato come ad esempio in questo dialogo:

…la cassiera, che lo conosce, si è permessa un verso di sorpresa:
“Bì!”
Cosimo ha risposto con un altro verso che non significa niente:
“Eh…”
“Tutte ‘sti cose…”
“Eh.”
Questo secondo verso aveva una intenzione diversa, più brusca. Quasi l’equivalente di un esplicito: “Fatti miei”. E però Cosimo non è il tipo da asprezze del genere, quindi si è sentito in dovere di inventare qualcosa:
Così per due mesi mi levo il penziero.

Queste pagine si snodano assecondando un ironico procedimento straniante che consiste nell’avvolgere di sofismi dilemmatici, di rovelli esistenziali situazioni di ordinaria quotidianità.

About The Author