Lug 08

“Cuore di madre”, Roberto Alajmo: Capitolo 6

Se Cuore di madre, l’ultimo romanzo di Roberto Alajmo, fosse un film, all’inizio del sesto capitolo la telecamera si sposterebbe dal viso di Cosimo, il protagonista, ad un mezzo primo piano del bambino tenuto prigioniero, che, tradita la fiducia del suo carceriere, sta uscendo da sotto il letto.

E’ così, infatti, che comincia il sesto capitolo del romanzo, senza alcuna interruzione rispetto al capitolo precedente, ma in contiguità temporale con questo: “confidando nella sua pietosa condizione e non avendo altro da perdere” (p.113) il bambino esce allo scoperto, ed è in questo modo che la madre di Cosimo scopre la sua presenza nella casa del figlio. Se in un primo momento il lettore può avere l’illusione che l’arrivo della donna possa avere un qualche risvolto positivo nella vicenda, successivamente ad un’attenta riflessione, si comprende che non ci sono speranze per il bambino: è immediatamente chiaro che la donna avrebbe tolto il figlio da quella situazione, non importa a quale prezzo.

Cosimo “non deve far altro che lasciare a lei ogni iniziativa […] Così è stato fin da quando era piccolo e non c’è motivo che vada diversamente, specie ora che si ritrova nei guai” (p.115). Il figlio non fa nessuna opposizione alla madre: non ha niente da dire e tutto da farsi perdonare, poiché l’ ha delusa e, comunque, declinare ogni responsabilità è per lui un enorme sollievo.
La prima cosa da fare, e la più importante, è cucinare: bisogna far mangiare il bambino e così la donna prepara, inutilmente, diversi tipi di sughi. Chiama il bambino “figlio mio” (p.118), forse perché le ricorda Cosimo quando era piccolo (anche lui non voleva mangiare mai niente); se all’inizio, al rifiuto del bambino di nutrirsi, “adopera una tattica troppo infantile” (p.119), poi perde la pazienza, diventa severa e lo costringe a mangiare qualche forchettata di pasta.

La specularità tra il bambino e Cosimo diviene spia della condizione infantile di quest’ultimo, della sua arrendevolezza, della poca fiducia che ha in se stesso e della paura che nutre verso la madre: in fondo anche Cosimo è prigioniero, ma del rapporto quasi malato con la madre, e il bambino rispecchia soltanto una parte di Cosimo, quella destinata a morire insieme al suo piccolo prigioniero.

La madre di Cosimo si trasferisce dal figlio e si ristabilisce tra loro l’antico equilibrio, e così il figlio perde la sua piccola conquistata indipendenza. Mentre la donna prepara le valigie per trasferirsi dal figlio, Cosimo ricorda la morte del padre di cui sua madre non gli ha mai raccontato nulla: l’equivoco nato un giorno dalla vista di sua madre che piangeva, e che indusse Cosimo a credere che il padre, da tempo molto malato, fosse morto, fa sì che alla sua morte reale, avvenuta tre mesi dopo quell’avvenimento, comporti ben pochi cambiamenti nella vita del protagonista, tra cui ad esempio il passaggio della bottega di biciclettista del padre a Cosimo.

Una parentesi nella descrizione del trasloco è rappresentata dall’inserimento della domanda che la madre pone al figlio riguardo al fatto se gli piacciano o no i bambini: la domanda è imbarazzante, perché Cosimo vorrebbe mettere in chiaro che lui non ha interessi particolari per i bambini, ma la donna non sembra convinta dalla risposta del figlio.

Il trasloco è ultimato e la donna prende completamente in mano la situazione: dalla sistemazione di tutti gli oggetti, alla decisione di cosa guardare in TV a quella infine di quando andare a dormire. In questo modo si conclude questo capitolo, il cui andamento stilistico e linguistico non si differenzia dal resto del romanzo: frasi brevi, espressioni dialettali dei personaggi che ci riportano ad Sicilia continentale, lontana dal mare, la cui piatta quotidianità viene fuori dal romanzo.

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