Lug 08

“Cuore di madre”, Roberto Alajmo: Capitolo 7

I protagonisti del settimo capitolo di Cuore di madre sono Cosimo Tumminia e la madre. Le due figure, dalle diverse, quasi opposte personalità, rasentano spesso il grottesco.

Cosimo è un personaggio insicuro, impacciato, che non riesce a prendere delle decisioni e a far fronte alle novità che la vita gli presenta (“E’ che non sapeva da dove cominciare. Aveva quarant’anni ed era troppo tardi per imparare cose nuove”, p.139).

L’arrivo del bambino, la svolta storica delle ruote senza camera d’aria, la fine di un rapporto sentimentale con una ragazza sono per lui ostacoli insormontabili. La sua vita è esageratamente metodica, è quasi un copione che si ripete ogni giorno. I soli posti in cui si trova a suo agio sono l’officina e la casa, a cui è particolarmente affezionato (“Per quanto il giardino sia malandato è pur sempre di sua proprietà, quindi non è il caso di gettarla per terra proprio lì”, p.163).

A Cosimo, da buon siciliano, non piace sprecare parole; spesso si esprime con cenni e silenzi, e vive d’illusioni. Le uniche persone con cui viene a contatto sono: la madre, la signora Pina, ormai licenziata, qualche cliente occasionale, il signor Barone e Angela Trimmutura.

Angela, che, a parte la madre, è l’unica donna con cui Cosimo riesce a stabilire un rapporto, e per certi versi è simile a lui. Ciò che li accomuna è l’attesa dei clienti che non arrivano mai, in una vita dettata dalla metodicità delle azioni e dal non senso. La “Trimmutura” viene infatti considerata “un residuato storico di cui nessuno conosce l’origine, ma che ormai viene accettato come parte del paesaggio naturale”.

La madre, sebbene appartenente allo stesso mondo gretto e meschino, contraddistinto dal non senso, dove oggetti, cibi e persone hanno lo stesso valore, mostra però di avere un temperamento diverso. Quasi a conferma dei giudizi negativi sulle donne, e in particolare sulle madri siciliane (decretati da scrittori conterranei autorevoli come Sciascia e Brancati), la mamma di Cosimo è oppressiva nei confronti del figlio e del bambino, che sembra essere un alter ego di Cosimo. E’ prepotente e quasi sempre sicura di sé, convinta che il mondo sia racchiuso fra le quattro mura domestiche.

Le figure della madre e del figlio, però, vengono inquadrati dall’autore in un contesto che in qualche modo ne giustifica e spiega gesti e atteggiamenti. L’ambiente è quello di un piccolo paese interno della Sicilia su cui incombe l’insopportabile canicola estiva. Sembra quasi di sentire il gusto ed il profumo delle “polpette al sugo” e del “brociolone” fatti dalla madre. Le animate discussioni tra madre e figlio presentano spesso sfumature dialettali.

Tra i topoi affiorano anche le secolari piaghe del Sud: una mentalità mediocre, che non pare avere particolari progetti e ambizioni, quasi incapace di una protesta consapevole; la “mafia”, che sebbene mai nominata serpeggia nel corso del romanzo, turbando il “quieto vivere” di Cosimo e della madre, che stanno molto attenti a rimanere fuori dalla Storia, tanto più quando la storia irrompe nelle loro vite nelle fattezze di un bambino sequestrato.

E’ un mondo oscuro, ambiguo, fatto di personaggi quasi amorali, che non sanno come far trascorrere il tempo, se non fra una trasmissione televisiva e un battibecco, determinato spesso da motivi inesistenti.
Ciò che sembra dare un senso al capitolo e all’intera vicenda è lo strenuo esercizio stilistico compiuto dallo scrittore.

Il periodare breve conferisce un ritmo incalzante a una narrazione tutta al presente. Si riscontra l’uso, tipicamente verghiano, del discorso indiretto libero, cioè non introdotto dai verbi “dire”, “pensare”, che dà l’impressione del parlato e ci immette direttamente nel pensiero dei due personaggi principali (“Chè tanto l’insegna verde si vede subito e non c’è bisogno di sprecare parole per fare un favore alla concorrenza”, p.139).

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