Lug 08

Il ricordo del passato, il coraggio del presente, il sogno per il futuro

Le storie di donne narrate nel romanzo della Cutrufelli, La donna che visse per un sogno, nascono nel passato, si sospendono nel presente e si protendono verso il futuro. Infatti, dal romanzo emerge la difficoltà, in un periodo storico tanto complesso, confuso e incerto, di vivere in altro modo che non sia la difesa dei propri sogni e ideali, e, di conseguenza, di veder riconosciuta una propria identità. Il discorso vale, ovviamente, soprattutto per le donne, di cui la de Gouges si erge a paladina.

Si denota nel romanzo la difficoltà di costruire progetti, di aprire prospettive concrete per il proprio futuro: paradossalmente il tempo della Rivoluzione non lascia molto spazio alla dinamicità delle vite. È vero, alcune delle protagoniste cambiano, crescono, diventano persone diverse, in alcuni casi imparano a conoscersi,a stimarsi, a provare affetto l’una verso l’altra. Ma in generale si avverte una situazione di incertezza, di timore, di ansia per il proprio destino, per quello dei propri cari, della propria nazione, poiché risulta impossibile ipotizzare cosa possa accadere anche soltanto l’indomani, o in che modo possa evolversi la Rivoluzione, data la sua schizofrenia storica e sociale.

Ecco perché le donne del romanzo restano in continuo movimento dinanzi alla vita, ma nella difficoltà di un’esistenza “normale”, scandita da tempi precisi e da programmi gionalieri. La situazione è quella di una continua sospensione temporale, nella quale le donne del romanzo vivono un infinito, eterno presente che le avvolge bloccando non i loro pensieri, i loro sentimenti, ma le loro azioni, tenendole in questo modo aggrappate ad un presente di frustrazioni, di angosce, di illusioni.

Esse vivono in una continua situazione di attesa: Olympe attende che decidano della sua sorte quando viene arrestata la prima volta, attende nella casa di cura del dottor Lescourbiac senza sapere che ne sarà di lei, attende, infine, nella sua ultima cella, l’ora della sua morte. Quest’ultimo, in particolare, è un momento in cui la quotidianità perde senso per Olympe di fronte all’imminenza della morte:

Ho tempo: tutta questa notte e l’alba di domani e all’alba seguirà l’intero mattino e quindi il mezzogiorno e il pomeriggio. Parte del pomeriggio. Cos’è, al confronto, il tempo della mia vita passata? Quarantacinque anni, riesco ad attraversarli con un unico sguardo,a tenerli nel pugno di una sola mano, li ho qui, racchiusi in questo corpo rimpicciolito e sperso in un infinito presente che lo avvolge e lo inabissa e lo fa riemergere (p. 317).

Justine, poi, attende eternamente un ritorno a casa della sua padrona che non avverrà mai. Hyacinthe attende che Pierre, il suo uomo, torni dalle imprese militari cui è costretto a partecipare. Madeleine attende nella sua attesa duplice, della vita e della morte: la nascita del figlio di cui è incinta e che gli ha permesso di guadagnare altri nove mesi di speranza e di angoscia prima della ghigliottina significherà per lei gioia assoluta e condanna inesorabile ad una morte solo rinviata.

Per tutte, dunque, nel romanzo il tempo risulta essere spesso quello del ricordo, della malinconia e della memoria più che quello dell’azione. È il tempo del passato, delle persone che non ci sono più, di una vita ormai smarrita, delle abitudini dimenticate. Quest’ultime danno il senso della inoperosità in cui sono costrette a vivere le donne del romanzo. Dice chiaramente Olympe:

Le abitudini sono scomparse, non esistono più punti di appoggio: vivo giorni sospesi. Come tutti del resto. Niente riesce a restituirci il senso della quotidianità (p. 43).

E più in là, Olympe dichiara di aver smarrito “il limite delle ore che scorrono in un modo diverso quando non sai cos’accadrà di te domani” (pag. 105). Anche Justine avverte queste sensazioni; della balia la Cutrufelli traccia, in proposito, un’immagine significativa quando la ritrae inerme e inoperosa nella casa ormai vuota:

Potrei starmene qui seduta all’infinito, […] non mi piace stare in piedi davanti al fornello. Sarà moderna la posizione eretta […], ma vorrei capire perché devo cambiare abitudini alla mia età (p. 201).

Il passato, dunque, risulta schiacciato sul presente, non è un punto di partenza per le azioni quotidiane, ma una malinconica rimembranza, che a volte addirittura lascia passivi e apatici, tranne, ovviamente, nel caso della de Gouges. Dal passato derivano le situazioni esistenziali delle donne del romanzo, ma, mentre in genere esso è la base di una costruzione completa della propria identità, in questo caso non aiuta in modo significativo al raggiungimento di un ruolo politico e sociale per le donne: nel tempo della Rivoluzione le azioni, più che costruire, confondono e disgregano, e il passato limita e compromette. Per la protagonista, ovviamente, vale il discorso inverso, poiché dalla sua personale crescita e formazione trae il coraggio rivoluzionario di difendere la libertà di pensiero, l’elemento sociale più in pericolo in un’epoca di frenesia, giustizia sommaria e schiavitù ideologica:

La Storia verrà a scovarti in ogni caso […] Verrà lei a scovarti, se non sarai tu a fare la Storia (p. 211).

Ma il problema è che la Rivoluzione ha alterato la percezione del tempo, causando una frattura tra società e individuo, perché il tempo della Rivoluzione è impazzito, vorticoso, “Parigi è cambiata, […] è una città che vive di corsa, ma non sia sa dove corra […], muta volto troppo rapidamente” (p. 216); al contrario il tempo dell’individualità si contrae, non si può riflettere con attenzione su cosa voglia davvero comunicare alla Francia una donna che osa uscire dalla massa e parlare e non si può approfondire il suo processo, che risulta più una farsa, e la sua difesa. Bisogna correre, travolgere tutto, distruggere, seguire la Convenzione e il suo assurdo calendario che rompe le abitudini politiche e religiose, e il Tribunale e il Comitato, la Comune e la Montagna, i sanculotti e la Guardia. E il futuro? Esso vive più nei sogni, negli intenti, negli ideali da difendere fino alla morte, piuttosto che nei progetti e nelle prospettive. Per scuotere il presente impaludato bisogna andare oltre:

Ma di quale presente posso parlare a te, che mi sei figlio? […] No, non ti posso scrivere di questo presente (p. 127).

…E tuttavia non saranno questi giorni che scorrono senza trattenere nulla a salvarmi dall’inesistenza. Giorni spugnosi, che filtrano i miei pensieri, li assorbono, li svuotano del loro succo (p. 210).

E allora ci si proietta sui propri sogni e pensieri e speranze, si lotta e si crea nel presente con i sogni per il futuro:

Di che cosa, allora? Dei sogni che hanno occupato la mia anima e mi hanno dettato quelle pagine […] No, non dei sogni ti posso parlare ma di un sogno, forse, dell’unico… (p. 128).

Perché si può anche morire, ma i nostri sogni, come accade per la de Gouges, continuano a vivere nei cuori di chi abbiamo saputo toccare dentro e cambiare con la forza del nostro coraggio. C’è, infatti, un tempo per il corpo e uno per l’anima:

…in realtà io adesso possiedo due corpi. Il primo è questo, il corpo apparente, […] irrigidito dal freddo terribile di novembre, le braccia insensibili per la corda che le tira indietro e stringe i polsi e li taglia, l’altro non si vede ma è un corpo integro, lavato dalla pioggia, che sguscia sottile […], è un fiato che mi corre dentro veloce… ( il corsivo è mio; p. 328).

giugno 2005

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