Lug 08

Introduzione alla lettura di Maria Rosa Cutrufelli

Maria Rosa Cutrufelli, di origine messinese, giornalista, scrittrice, saggista di vivace versatilità ed impegno ha diretto per anni a Roma “Tuttestorie” rivista di “racconti, letture, trame di donne”, da lei stessa fondata nel 1990. Un orientamento editoriale emblematico della tenace, militante predilezione dell’autrice per la condizione femminile indagata con rigore documentario nei suoi risvolti storici, sociologici, culturali ed esplorata senza miopie apologetiche sin nelle più sottili, spesso contraddittorie sfumature psicologiche.

Risale agli anni Settanta e si addensa lungo un decennio la corposa produzione saggistica che ripercorre, nell’urgenza delle tensioni più conflittuali, alcuni momenti salienti del sofferto percorso di emancipazione femminile da L’invenzione della donna (1974), al Cliente. Inchiesta sulla domanda di prostituzione, ad Imperialismo e condizione femminile in Africa Nera (1976); un alacre lavoro di ricerca, sostenuto dall’istanza di ricostruire e soprattutto comprendere le ragioni contestuali di un disagio, di un’emarginazione, o di un riscatto.

Un’esperienza che confluisce e si tesaurizza nelle scelte tematiche e stilistico-formali della sua attività creativa, dando vita ad una scrittura in cui spessore e concretezza giornalistica si accendono del sensibile acume di chi è avvezzo a leggere tra le righe, a cogliere striature inedite anche nelle realtà in apparenza più omologanti.

Questo è il piglio prospettico attraverso cui la scrittrice ritrae la composita fisionomia delle figure femminili che popolano, da protagoniste o meno, i suoi romanzi sin dalla prova d’esordio, La Briganta edito nel 1991 ed ambientato nella Sicilia postunitaria lacerata tra l’incuria istituzionale e l’imperversare del brigantaggio. Si staglia su questo sfondo, interpretandone violenze ed esasperazioni la vicenda personale di Margherita, ardimentosa ed infelice protagonista di una breve epopea da fuorilegge subentrata ad un’infanzia aristocratica, ad un’adolescenza pianificata sino ad un matrimonio coercitivo, stroncato dalla cruenta ribellione di un gesto estremo: l’omicidio del marito.

Proprio tra le mura impenetrabili di un carcere, epilogo di un destino di prigionia, la briganta matura la decisione di affidarsi ad un lungo memoriale attraverso cui esplorare le pieghe della sua interiorità soffocata. La scelta della focalizzazione interna, variabile o fissa, autodiegetica o meno, si ripropone come una costante strutturale dei romanzi della Cutrufelli in cui viene sempre prediletta una “regia” psicologica che consente alla scrittura la libertà di valicare i confini della storia portante, sempre molto essenziale nella tramatura dell’azione, di scorrere tra recuperi del passato e proiezioni al futuro.

Questo impianto compositivo di forte amplificazione psicologica si ritrova in uno dei lavori più noti della scrittrice scelto come palinsesto per la sceneggiatura di un lungometraggio cinematografico, Complice il dubbio (1992). Un esempio di romanzo senza intreccio: la macabra fatalità di un suicidio vincola in un morboso gioco di attrazione-repulsione le sorti di due donne del tutto antitetiche per temperamento e stile di vita: Anna, frustrata nella sua femminilità da paure e ferite interiori mai rimarginate e Marta sregolata e disinibita nella spudorata freschezza della sua sensualità.

Sapore più autobiografico e pregnanza giornalistica segnano, nella pur ovvia diversità, le due prove successive. In Mama Africa (1993), nella forma del romanzo diaristico, la scrittrice narra, come personalmente vissuta da cronista, la lunga battaglia per la liberazione dell’Angola dal dominio portoghese attraverso le speranze, gli ideali di quel mondo femminile, proteso in una rivalsa personale e collettiva esemplarmente ‘cantata’ dai versi di Mama Africa, per l’appunto, una delle poesie di Deolinda Rodriguez guerrigliera e martire della causa, “viva presenza nei canti della sua gente, nella musica, nella danza”.

L’Africa come luogo di ritrovamento interiore, la scrittura come ricerca di verità e garanzia di persistenza; è questo il filo rosso che lega idealmente Mama Africa a Canto al deserto (1994). In questo lavoro è la Sicilia al centro di un viaggio a ritroso che la scrittrice compie nella terra d’origine per dare vita e corpo letterario alla tragica storia di Tina ‘a masculidda’ che sfida il pervicace maschilismo della malavita gelese per emulare e al tempo stesso vendicare un padre mafioso barbaramente ucciso dinanzi ai suoi occhi di bambina.

Con Canto al deserto Maria Rosa Cutrufelli esplora, nel suo scandaglio del microcosmo femminile, le acerbità, la fragilità della realtà adolescenziale, qui violentata dalla crudeltà mafiosa. Invece nel Paese dei figli perduti (1998), l’analisi della scrittrice s’inoltra tra le contraddizioni di una interiorità adolescenziale, resa vulnerabile dall’assenza fisica di un genitore “epistolare”, ingigantito nella ricorrenza esclusivistica dei sogni infantili.

Ed è ancora una volta all’attualità più urgente e alla storia colta nei momenti di sofferta transizione epocale che la scrittrice torna ad ispirarsi con i suoi ultimi lavori:

La mia esperienza si chiama emigrazione. Da questo straniamento infantile nasce il desiderio non di viaggiare ma di visitare il mondo, per cogliere somiglianze e confrontare differenze; nasce da qui il desiderio di intorbidare l’acqua corrente dei miei giorni mescolandola ai giorni altrui.

Si snoda su tali premesse il lungo viaggio-denuncia della Cutrufelli dalla Colombia, alle Filippine alla Somalia e attraverso gli incontri con altre donne, con la loro ‘torbida’ quotidianità, si schiudono gli scenari del narcotraffico, del turismo sessuale, del dramma dell’infibulazione nell’inchiesta ‘narrativa’ di Giorni d’acqua corrente (2002). Sono “guide straordinarie” le figure femminili che si avvicendano in queste pagine “perché i loro itinerari consentono l’accesso alle faglie sotterranee che spostano con movimenti impercettibili o con rovinosi terremoti l’asse sociale”.

Ed è proprio alla genealogia delle donne che vivono “l’esperienza diretta, dura della necessità del cambiamento” che appartiene l’ardimentosa Olympe de Gouges, protagonista dell’ultimo romanzo finalista al premio Strega, La donna che visse per un sogno (2005). Autrice di una Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, sostenitrice indomita sino alla morte sul patibolo dei valori più alti promulgati dalla rivoluzione francese, Olympe viene sottratta a forza dagli archivi della memoria storica per essere consegnata alla luce di una ribalta etica e politica esemplare per le donne di ogni tempo. E non è un caso che intorno alla sua vicenda personale la scrittrice accosti il coro di tutte quelle figure femminili (dalla cuoca, alla nuora alla delatrice), indirettamente coinvolte nella parabola vitale di Olympe e ciascuna in qualche modo ‘protagonista’ di un tassello della sua storia.

Si affina nella tessitura di questo mosaico di monologhi interiori l’interesse della scrittrice per la ricerca formale, si acuisce la curiosità verso le potenzialità espressive che la scrittura può offrire. Non stupisce pertanto che a fianco al dramma storico di Olympe la Cutrufelli esordisca nella narrativa per ragazzi con la leggerezza ironica di Terrona (2004), la ‘favola’ autobiografica di una bambina di otto anni che vive, con il trasferimento dalla Sicilia a Bologna, il primo ingresso nell’età ‘adulta’ della consapevolezza di sé.

giugno 2005

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