Lug 08

Justine

Un grosso naso, una severa ruga verticale che le divide la fronte ed entro la quale sembrano sprofondare tutte le sue emozioni, il taglio rigido delle vesti, le pieghe fruscianti della gonna fuori moda tagliata in un taffettà più rigido delle sue ginocchia. Occhi piccoli come more disseccate. Una donna di circa cinquanta anni, dall’animo semplice, sempre dotata di una preoccupata dolcezza.
Così, è descritta, sin dalle prime pagine del romanzo La donna che visse per un sogno, il personaggio di Justine, ora dalle parole di Hyacinthe, ora dalla stessa Olympe.

E, “se è vero, come sostengono alcuni, che ogni tratto della fisionomia rivela un segreto dell’anima” (p. 90), in lei ritroveremo presto la madre, l’amica di Olympe de Gouges, celebre eroina e autrice della Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina nella Francia del 1793.

Justine, infatti,sarà detentrice lungo tutto il romanzo della sfera affettiva. Il suo linguaggio sarà semplice e quasi sempre legato alla dolcezza della quotidianità domestica e alla profondità degli affetti familiari. La sua condizione di serva, seppur amica, la renderà una “creatura intangibile”, avvezza a non sapere sorridere nè piangere, a diffidare del cambiamento in ogni campo del vivere.

Riterrà ad esempio, poco pertinenti, confacendosi ai rigidi e maleodoranti costumi dell’epoca, le lunghe passeggiate perlustrative di Olympe e il suo uso smoderato dell’acqua per la cura del corpo. Ma sarà proprio la sua essenza tradizionale e sommessa a giustificarne la propensione a prendersi cura, della sua Olympe, la quale patirà il dolore e la sporcizia sul corpo come fossero mali dell’anima: “Ed eccomi zoppa nel corpo e nell’anima” (p. 44); “la veste sporca, me la strappo dal petto, dalla schiena, dall’anima” (p.64). Più volte avremo modo di spiare Justine mentre dialoga con i cani, tanto amati da Olympe, prepara loro il pasto, o passeggia per le strade, Montesquieu da una parte, il generale Alessandro dall’altra, ritenendo che “anche dentro quei loro testoni c’è un’ anima in attesa di tornare a prender posto in un corpo umano” (p. 39).

Non potremo non renderci conto del forte legame che lega Justine a Olympe, un amore forte che le rende ora sorelle quasi coetanee, ora madre e figlia, a tratti padrona e serva. “Io giocavo e lei controllava i miei giochi. Due anni io, otto lei. Io bambina, lei già serva” (p. 15). Due donne diverse per ruolo e capacità espressive, eppure così vicine da saper riconoscere il passo, l’odore, il pensiero dell’altra.

Hanno trascorso insieme le loro esistenze, appianando le diversità sociali, così come la De Gouges avrebbe voluto per l’intero paese:

Lei mi ha sempre trattato con la giusta considerazione. Non ho mai dovuto dividere il letto con altre serve in casa sua (p. 131).

Ma i tumulti della Rivoluzione riusciranno a sconvolgere anche gli equilibri più intimi e Justine, come Olympe, resterà sola. Da sola affronterà l’ultimo trasloco:

La riconosco e non la riconosco, la mia cucina – dirà – Tutta la casa è vuota… Pazienza domani me ne andrò anch’io. Passa in fretta una notte. Una notte ad ascoltare il silenzio della casa…
Mi tiro in grembo il muso del generale Alessandro… Siamo soli, caro il mio bestione… Potrei starmene qui saduta all’infinito. Nessuno ha bisogno di me. Un essere inutile. Abbandonata. Non mi sono mai sentita sola come in questa casa e in questo momento (pp.198-199).

Si incontreranno ancora, per l’ultima volta, al processo. Justine ascolterà Olympe con ammirazione “sentendosi l’ancella di una regina”. Resterà seduta in un posticino, in un angolo, lo stesso che nella vita della sua Babichette aveva sempre occupato. Poi la sentenza…
La osserverà da lontano insieme a Hyacinthe, ancora una volta amandola…senza comprenderla.

giugno 2005

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