Lug 08

La donna che visse per un sogno

Con il romanzo La donna che visse per un sogno, pubblicato da Frassinelli nel 2004, Maria Rosa Cutrufelli è venuta ad arricchire, senza dubbio, come amerebbe dire lei stessa, “l’itinerario di conoscenza e d’immaginazione” (“Tuttestorie”, marzo 1994) che la scrittura delle donne ha disegnato con sempre maggiore decisione negli ultimi quarant’anni.

In particolare, alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso, la scrittrice fa risalire la prima presa di coscienza delle donne della sua generazione e indica un terminus a quo, un termine dal quale inizia il proprio cammino verso una consapevole affermazione di sé.

Nella Postfazione (o quasi), vengono fornite, al lettore, in primo luogo le coordinate cronologiche di un’autobiografia intellettuale che si traduce in breve nel racconto di una ricerca di identità femminile.
E non deve essere sottovalutato che in un angolo marginale, ma non troppo, del romanzo – come sottolinea appunto il “quasi” che vuole essere la spia del valore conoscitivo assegnato a queste note finali – la Cutrufelli riconduca la genesi della sua scrittura narrativa alla fame di storie dei suoi diciotto anni e alla necessità di recuperare una memoria storica al femminile: “A quel tempo, verso la fine degli anni Sessanta, noi ragazze si viveva in una specie di vuoto” (p. 333).

Quel vuoto, era il portato di un’intollerabile mancanza, di un colpevole silenzio culturale occultato dalla perdurante presenza letteraria del mito della Donna. Bisognava, dunque, intraprendere un cammino che portasse le donne dal Mito alla Storia, urgeva, in altri termini, dare testimonianza, documentandosi, della loro vita vera, delle loro “plurali esistenze”.

In virtù di tale tensione conoscitiva, che si traduce in impegno, in vera e propria militanza intellettuale, l’approdo al romanzo ‘storico’ della Cutrufelli piuttosto che alla linea postmoderna del romanzo neostorico inaugurato dal Nome della rosa (1980) di Eco, si riallaccia al modello che, negli anni Sessanta e Settanta, aveva avuto ancora due esemplari significativi nel Consiglio d’Egitto (1963) e nel Sorriso dell’ignoto marinaio (1976). Come già Sciascia e Consolo, la scrittrice sceglie un momento chiave della Storia, quello della rivoluzione francese, un momento, cioè, di grandi rivolgimenti le cui straordinarie potenzialità di autentica libertà e democrazia vennero però a un certo punto sprecate, bruciate. La Storia, infatti, è per la Cutrufelli – come fa affermare alla protagonista del suo primo romanzo, La briganta – “ricerca ansiosa e concreta, perché misurata sulle esperienze umane, delle vie della giustizia”, e, in quanto tale, diviene la molla dell’invenzione narrativa. Non è un caso che questa maturi da ricerche e inchieste autonomamente condotte su fatti ed eventi del passato affidando ad un inedito protagonismo femminile il compito di metterne a nudo ancor più le ingiustizie, le contraddizioni, le storture con uno sguardo ‘altro’.

Così la scrittrice, imbattutasi da giovane in Olympe De Gouges (colei che aveva osato scrivere una “Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina”, nel 1791 e, per questo, era finita sotto la ghigliottina), in un periodo -come si apprende nella postfazione- “di affannose ed entusiasmanti ricerche da autodidatta”, torna , a ripercorrerne la vicenda, molti anni dopo, quando finalmente il lavoro delle storiche le ha ridato il giusto posto, per fare però quello che esse non avevano potuto fare. La Cutrufelli va allora a tessere la trama di ciò che è andato perduto, l’accadere quotidiano, i pensieri, i sentimenti possibili della sua eroina negli ultimi mesi di vita; rivisita così il romanzo storico facendo propria anche la grande lezione del realismo interiore della tradizione novecentesca. Ricorre, pertanto, a una pluralità di monologhi e ne fa la struttura portante del suo romanzo, l’elemento funzionale di una strategia che vuole moltiplicare i punti di vista, a sottolineare che la vita di un’eroina sarebbe poca cosa senza rapportarla alla vita delle altre donne.

La vicenda di Olympe si va difatti componendo per frammenti, organizzati in cinque blocchi narrativi corrispondenti ai cinque mesi che precedono la sua morte. Dal luglio al novembre del 1793 si dispiega il racconto di un sogno caparbiamente inseguito da una donna d’intelletto e della sfida da lei lanciata alla Francia degli anni del Terrore.

A prendere la parola in prima persona, oltre alla stessa Olympe, sono dodici donne e una bambina che, sorprese in un momento della loro esistenza, concorrono a raccontare gli eventi pubblici, attraverso il filtro privato, il filtro della vita di tutti i giorni.

Ne è un esempio l’incipit del romanzo (“… e così sono diventata un gufo”) con cui la giovane nuora della protagonista, Hyacinte, un personaggio importante nell’economia del romanzo, immette il lettore nel bel mezzo dei suoi pensieri, raccontando delle sue notti insonni, delle sue inquietudini familiari e, per esse, della guerra e dei campi di battaglia:

E a cosa servono queste cortine di damasco e seta che scendono ai quattro lati per rendere più dolce l’intimità se a Pierre non spetta per la maggior parte del tempo che un giaciglio provvisorio in qualche accampamento militare, laggiù a La Rochelle, lungo le coste di un mare che dicono molto verde e molto freddo? (p. 4)

Un intero inverno da sola ad aspetttare il ritorno di Pierre dai campi di battaglia e il bambino piccolo e quell’altro che cresceva dentro di me e non c’era mia madre e nessuno a cui chiedere le mille cose che avrei voluto chiedere, perché partorire in una città che non conosci è ben faticoso e perfino l’umidità che trasuda dai muri ha il sapore delle lacrime (p. 6).

Sulla guerra, nel quadro successivo, appunta uno sguardo, più consapevolmente critico, Olympe:

La guerra è dall’alltra parte della Loira, sulla riva sinistra. Là dove il fumo segna l’orizzonte con il tratto nero di un carboncino.
Guerra? Così la chiamano. Eppure i nemici non indossano l’alto cappello dei prussiani o il manto da marina degli inglesi. Qui il nemico si leva dal campo che sta coltivando, suolo francese, e assale con lo schidione e la zappa i soldati venuti da Parigi, anzi i « culi blu» – questo, mi dicono, è il termine usato. Quindi se ne ritorna al campo, contadino prima e contadino dopo. ma i generali la chiamano guerra, e anche mio figlio è un generale e la chiama allo stesso modo (p. 10).

E certo non può spingerla alla prudenza l’invito del figlio a contenere la sua indignazione sul tradimento degli ideali rivoluzionari:

Dovrei contenermi, secondo mio figlio. Contenersi. Che parola giudiziosa, che espressione prudente. assolutamente inadeguata alla mia vita, questo è certo. e anche, temo, alle stravaganze di una Rivoluzione nata per abbattere i tiranni e che poi torna a fabbricarseli da sé.

Piccoli e grandi fatti si intrecciano. Attraverso il libero fluire dei pensieri, nello spazio circoscritto delle occupazioni quotidiane, di volta in volta, prendono consistenza osservazioni sulla rivoluzione e la sua degenerazione, vengono pronunciati giudizi su Robespierre e rivendicate una libertà e una giustizia autentiche anche da personaggi umili come la fida Justine:

Eh, se potessi parlare. Ma non son cose da dire queste, a una come Renée poi, una giacobina arrabbiata! Perché ne conosco io di furbi che si sono arricchiti con la Rivoluzione! A cominciare dai bottegai che nascondono la carne e la farina per rivenderle sottobanco a un prezzo di fantasia. e mentre questi bravi patrioti affamano i francesi, la mia Babichette si impoverisce per la causa del popolo (p. 37).

Così muovendo da una pluralità di punti vista, da un mosaico di esistenze diverse si sviluppa e acquista spessore, sullo sfondo di un ampio affresco epocale, il racconto tutto al femminile di una vicenda esemplare, affascinante nella straordinaria complessità delle sue contraddizioni.

giugno 2005

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