Lug 08

Olympe de gouges

Olympe de Gouges è la protagonista assoluta del romanzo La donna che visse per un sogno, non solo in virtù dei suoi copiosi monologhi (diciassette), ma pure perché le quattordici voci che compongono il paziente mosaico polifonico dell’opera obbediscono tutte ad una tirannica forza centripeta, volta a focalizzare su di lei l’attenzione, e a narrarne così la vicenda in chiave fortemente poliprospettica.

Olympe compare nelle vesti di libera cittadina soltanto nei suoi due primi monologhi; il terzo ne illustra invece l’arresto, tragica e inevitabile conseguenza della denuncia di Françoise Modeste, e inaugura il cronotopo della prigione. Nell’ottavo la protagonista è trasferita alla casa di cura; i restanti monologhi ne descrivono infine il processo, la condanna a morte, e l’esecuzione capitale. I particolari fisici di Olympe, su cui l’autrice si sofferma (la notevole statura, il collo di cigno, il portamento altero, la dolcezza un po’ severa del volto che l’età regala a certe donne), riflettono, per metonimia, peculiarità del carattere della protagonista, come la fierezza, la ferma volontà di difendere i propri ideali, o l’infinito desiderio di Libertà.

Le passeggiate di Olympe in compagnia di Hyacinthe, altro personaggio di rilievo dell’opera, divengono addirittura allegoria della libertà stessa. Non è difficile immaginare, dunque, quanto Olympe sia legata a tale ideale. Quando, infatti, appena uscita dalla casa-prigione, la protagonista viene accolta da Justine con le seguenti parole: “Siete libera”, ella risponde, senza esitazione alcuna: “No, non libera: salva” (pag. 240). La scrittura, altro aspetto fondamentale del personaggio, rappresenta per Olympe il modo più naturale per esprimere affezioni del cuore (es. opere teatrali), oppure la possibilità di prendere posizione su avvenimenti socio-politici di estrema importanza (es. Le tre urne), e ancora un momento di analisi interiore, di profonda introspezione, come avviene invece nella lettera–testamento scritta sul finire dell’opera.

L’eroina protagonista è capace, nel corso del romanzo, di azioni a tal punto estreme, da farla apparire, agli occhi di altri personaggi (Pierre, Justine, etc.), in balia della più pura follia; azioni, queste, che esplicano un mondo interiore così ricco e complesso da restare dunque incomprensibile ai più. Si tratta, però, di un mondo figlio degli arcani moti dell’anima di Olympe, dei desideri che più le appartengono, delle sue ambizioni, dell’anarchica volontà di imporsi su tutto e tutti. Ed ecco, allora, che il bagno nelle carezzevoli acque del più profondo oblio, che Olympe si concede, nonostante sia in situazione di ovvio pericolo (è appena fuggita dalla casa-prigione), assume un significato nuovo, intenso, inebriante.

Non a caso, dunque, mentre tutti in quel momento parlano di Olympe come di una matta, Sophie, la quale possiede “l’occhio del pittore”, si rivela la più lungimirante dei personaggi e, riferendosi alla de Gouges, esclama: “…ma è la Ragione!… potrebbe davvero impersonare la Ragione” (pag. 232). La stessa Therese, inoltre, dall’alto della sua ingenua concezione infantile della vita, vede in Olympe un modello da stimare ed emulare, dimostrando quanto il sentire della più tenera e verde età possa essere più acuto della sensibilità adulta, maturata con l’esperienza.

La gravidanza di Olympe, frutto dell’idillio con Claude, apre nuovi scenari di interpretazione dell’opera, introducendo il tema della maternità, caro all’autrice, e contribuendo ad accrescere la drammaticità del finale. La protagonista, infatti, non verrà riconosciuta gravida, e l’esecuzione della condanna non sarà rinviata. Il ritratto di Olympe, offertoci dal romanzo, ci mostra una donna impavida a tal punto, da lanciare una sfida persino alla Storia:

La Storia verrà a scovarti in ogni caso, mi dico scivolando rasente alle finestre. Verrà lei a scovarti, se non sarai tu a fare la Storia (pag. 211).

Olympe vuol essere il solo “demiurgo” della propria esistenza, ed è lei a scegliere la via del processo: “Io l’ ho voluto, il mio processo” (pag. 320). Il cammino della protagonista, nel romanzo, è senz’altro ascetico, volto alla sublimazione di un personaggio che, avvolto da un’aura di epicità per l’intera opera, trova nel martirio finale la sua apoteosi. Proprio negli istanti più altamente drammatici del romanzo, infatti, quando cioè Olympe è faccia a faccia con l’orrida Morte, e il pathos raggiunge il suo apogeo, l’eroina protagonista sembra acquisire una sensibilità superiore, una saggezza sovraumana, e, dirimpetto al boia, quasi obliando l’infinito sgomento che può derivare da un’esecuzione capitale, trova il coraggio per un ultimo pensiero ardito. Rivolgendosi a chi, fra breve, le darà inesorabilmente la morte, afferma: “Sei tu lo sconfitto, Henri Sanson, non io”.

giugno 2005

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