Lug 08

Olympe e la scrittura

Il 3 novembre del 1793, in una Parigi sconvolta dal Terrore e controllata da un discutibile senso di giustizia, Olympe de Gouges viene ghigliottinata. La Storia dei due secoli successivi la ricorderà in quanto autrice della “Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina” ma sono ancora molte le pagine inedite, riguardo questo personaggio storico protagonista di La donna che visse per un sogno, che riposano negli archivi francesi.

Nel tentativo di riscattare Olympe da una morte ancora più iniqua della ghigliottina, quella dell’oblio, Maria Rosa Cutrufelli la rappresenta mentre scrive sulle sue idee politiche, sugli ideali di libertà, sulle donne come “soggetto differente” rispetto agli uomini all’interno dello Stato, ma proprio per questo politicamente necessarie. La fa parlare, riflettere, vivere per un sogno: quello di essere una donna che pensa e agisce con coraggio attraverso la scrittura, per offrire un contributo alla causa della pace. Pubblicare Le Tre Urne, il manifesto che avrebbe portato il popolo francese alla scelta libera e individuale dell’ordinamento, è l’obbiettivo illuminato della protagonista.

Per Olympe gli unici momenti in cui “la realtà acquista peso e riprende il suo posto” sono dunque i momenti della scrittura; è un continuo riconoscere e riconoscersi, in politica come nell’universo degli affetti più profondi.

Così quell’attività “pericolosa” che la allontana lentamente dal suo mondo materiale per confinarla tra i muri sempre più ristretti di squallide prigioni, non è soltanto mezzo di denuncia di una condizione femminile violata dalla confusione degli ideali rivoluzionari, ma è anche l’espressione degli innumerevoli volti dell’animo umano. Olympe infatti si mette a nudo nella lettera dal carcere all’amato figlio Pierre, quasi un atto provocatorio di riconoscimento della sua stessa essenza di donna-amante e madre che vuole ribadire fino all’ultimo il coraggio della propria diversità.Scrive anche per la compagna di cella, la signora de Kolly, sotto dettatura della stessa, nonostante l’inquietudine di quei giorni.

Scrivere ha per Olympe una funzione sana, rigenerante, come sano e rigenerante è il suo rituale giornaliero del bagno che dovrà interrompere a fatica, costretta dai suoi interminabili soggiorni nelle carceri. In quei luoghi affollati di destini spezzati, dove anche il limitato spazio fisico mutila fino a spegnere quello mentale, la de Gouges può soltanto ricreare con gli occhi dell’immaginazione il suo studio con le finestre aperte sul cielo di Parigi, lo scrittoio pieno delle sue carte, i libri di Rousseau sul pensiero razionale e soprattutto i ricordi dei suoi fieri successi nella composizione di opere per il teatro.

Sono giorni strazianti quelli trascorsi in carcere, eppure contro il freddo e lo squallore di quei luoghi, Olympe continua a scrivere, e scrive fino ad un momento prima di morire, “a dispetto dei pregiudizi, del destino, e perfino degli amici”. Le ultime sue parole sono per Pierre a cui non resta che accogliere l’unica “proprietà” della madre, quella “dell’ingegno e della mente”.

giugno 2005

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