Lug 14

“Cassata a orologeria”, Marcello Benfante

( di SALVATORE FERLITA)

Non si esagera affermando che i racconti più o meno lunghi di Marcello Benfante, radunati nella raccolta Cassata a orologeria (Gaffi editore, 102 pagine, 16 euro, in libreria tra qualche giorno) sono di una bellezza ipnotica. Il fatto è che la misura del racconto sembra fatta apposta per il passo della sua scrittura (con certe ascendenze rondesche), e soprattutto per la capacità di concepire un determinato effetto, inventando poi una serie di fatti e organizzandoli in modo tale che possano aiutarlo il più possibile a dar luogo all’ effetto stabilito.

E se aveva ragione Borges quando definiva il romanzo, coi suoi inevitabili riempitivi, una debolezza della carne, avendo presente certi racconti perfetti, essenziali di Kipling e di Conrad, il racconto è allora un esercizio di ascesi narrativa, di approssimazione alla vera compiutezza. Come nel caso di Benfante: le sue sono partiture dal ritmo inesorabile, come dimostra ad esempio il racconto iniziale, Cattivi si nasce. Si tratta di una fenomenologia della cattiveria rigorosamente argomentata, della storia di una tentata iniziazione al male.

Il protagonista del racconto cerca la sua emancipazione dal bene attraverso l’ abolizione della coscienza e un esercizio della cattiveria che possa dar voce, quasi antipascolianamente, al fanciullino perverso che alberga in ognuno di noi. All’inizio l’ escalation di rabbia e odio messa in atto sembra premiarlo. Pian piano però, alla degradazione morale subentra quella fisica: la putrescenza biologica, che si accompagna a una secessione delle membra.

La malvagità praticata ha una sorta di correlativo oggettivo nel male che cresce dentro come un cancro, manifestandosi nei miasmi nauseabondi, in un fetore osceno che si fa stigma di repulsione e annientamento. Ma c’ è anche un’ apocalisse più grande, una distruzione elevata alla potenza: morale, prima, fisica poi, infine collettiva. Che investe i luoghi, rendendoli irriconoscibili. Lo sguardo di Benfante agisce sotto la spinta di una irrefrenabile visionarietà: ogni cosa perde i propri, riconoscibili, rassicuranti connotati. Per assurgere a qualcosa di mai visto, di inaudito.

C’ è spesso una sospensione onirica (vengono alla mente certi quadri di Magritte), che però, a un tratto, sterza senza neanche mettere la freccia in direzione dell’incubo. Anche laddove l’incipit segue una falsariga referenziale: l’ancoraggio alla realtà non preclude mai, nelle pagine dell’autore di Cinopolis, l’inabissarsi nelle latebre dell’inconscio, dell’antimondo.

Va detto che c’ è un collante che tiene ben salde le pagine di questi sette racconti: una condizione di isolamento, di vero e proprio eremitaggio; una sorta di atteggiamento antisociale, di deriva anarcoide che accomuna i personaggi delle storie narrate. Il loro essere preda di ossessioni astratte, di veri e propri invasamenti maniacali. Il protagonista del racconto, constatata la sua inadeguatezza a compiere il male per il male, decide di ritirarsi in una montagna brulla e desolata, in un «eremo separato dal mondo». C’è sempre il rischio di rimanere schiacciati da un «torpore nichilista», da una autarchia che annulla il consorzio umano, che d’un tratto cancella, con un colpo di spugna, i contesti circostanti. Nel Pigmalione le cose non cambiano: l’apparizione mutilata e feticistica di due piedi femminili, questa irruzione inattesa e sconcertante, è resa possibile dalle condizioni in cui è immerso chi si trova dinanzi alla suddetta epifania. Una condizione di solitudine, di emarginazione, di romitaggio. E mano a mano che si assiste alla ricomposizione del corpo, a partire dalle sue inquietanti estremità, dinanzi agli occhi del lettore si staglia una icona femminile un po’ alla Botero, una presenza giunonica, di quella che già aveva fatto la sua apparizione in alcune pagine di Giuseppe Mazzaglia (La dama selvatica), dalle rotondità felliniane potremmo dire.

Anche in Distruzione e rifondazione di Palermo la condizione iniziale è di reclusione: facendo reagire Le mille e una notte e il Decameron di Boccaccio, Benfante racconta la prigionia volontaria di due amanti, che in una città falcidiata dall’afa (c’è una vera e propria linea dello scirocco che attraversa le carte dei siciliani, da Brancati a Romualdo Romano, da Tomasi di Lampedusa a Consolo, per tacere di altri), quasi il fiato di un immondo e gigantesco cetaceo, si ritirano nella loro stanza dello scirocco, per annullare qualsiasi presenza esterna, e soprattutto per dare la stura al racconto: un racconto della città bifronte, Palermo, orientata ora in direzione della morte, ora in quella del gioco.

In queste pagine, Palermo è nello stesso tempo città dell’ apocalisse e dell’ annunciazione (il riferimento è al Trionfo della morte e al capolavoro di Antonello da Messina, topograficamente vicini del resto). A un tratto, i due si accorgono che al di fuori della loro torre d’avorio c’è solo l’horror vacui: lo scirocco forse ha cancellato ogni cosa, creando le condizioni per un inquietante deserto infuocato. Oppure il tentativo di consegnare Palermo all’oblio ha sortito l’effetto sperato ma ora fonte di sbigottimento: l’annullamento di ogni cosa. Ma così come è possibile cancellare una città, con la forza affabulatoria del racconto, la si può ridisegnare: questa storia sarebbe piaciuta parecchio a Borges. Ma anche in Partire è un po’ morire c’è una velata esaltazione del proprio “chiuso microcosmo”, in più l’apologia della sedentarietà e del letargo (qui Benfante si muove tra il Goncarov di Oblomov e Brancati). E quando si cede alla tentazione del viaggio, della peregrinazione a ogni costo, si rimane vittima di una misteriosa congiura, che è dei luoghi e insieme del destino. E ci si può, a un certo punto, non orientare più, smarrire la retta via, essere inghiottiti dalla forza oscura di un sogno angoscioso, di una visione mostruosa: con tanto di locanda fatiscente, di villaggio disabitato (qui Benfante strizza l’occhio a Dumas e a Stevenson). E a proposito dell’ autore de L’isola del tesoro, quasi tutti racconti di fantasmi sono questi di Benfante: messi in moto spesso da un inconscio abnorme, che si rispecchia in una Palermo irriconoscibile, incancrenita. Una sorta di gigantesca cassata di ricotta rancida; una Cassata a orologeria, come recita il racconto eponimo. Il cui detonatore (e qui il lettore faccia attenzione) è già stato azionato.

 

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