Lug 14

“I fantasmi di teledolores” di Mario Di Caro

Mario Di Caro, autore della raccolta di racconti I fantasmi di TeleDolores. Racconti di calcio e di illusioni (Coppola editore), è, tra gli scrittori siciliani, il più sudamericano. In lui visionarietà e empito picaresco (basti leggere il racconto d’apertura, Teledolores) danno forma a una miscela esplosiva, che funge da deterrente nei confronti della trappola del realismo. Meglio: l’attenzione di Di Caro alla contemporaneità, all’urgenza della cronaca, viene smorzata da una naturale attitudine a corrodere la contingenza, a innalzare, sulla struttura del reale, una sovrastruttura onirica. E nel gioco dei rapporti, dei richiami, più o meno espliciti, alla tradizione letteraria isolana, così imperante e invasiva, Di Caro (già autore del racconto lungo L’ultimo miracolo di Santa Rosalia, Edizione della Battaglia) ci sembra vicino di casa di Fulvio Abbate (del primo Abbate, il più felice), e, cambiando parallelo letterario, coinquilino della grande magione in cui Gabriel Garcìa Marquez, Osvaldo Soriano, Mario Vargas Llosa hanno il loro pied- à-terre.

E visto che a fare da collante, in questa raccolta di racconti, è il gioco del calcio, il nome di Soriano cade proprio a fagiolo: gli antieroi che affollano le pagine di Di Caro sembrano venuti fuori direttamente dalla costola di Costante Guana, di el Gato Dìaz, protagonisti del racconto-cult Il rigore più lungo del mondo, e ancora da quella di Peregrino Fernàndez e del figlio di Butch Cassidy, arbitro in Patagonia. E un rimando esplicito al racconto di Soriano appena citato Di Caro lo fa nella storia dedicata a Nenè, a proposito della partita Atletico Cruillas-Real Partitico, sospesa per sopravvenuta oscurità:

Rimanevano da giocare gli ultimi cinque minuti: la partita, in programma tre giorni più tardi, sarebbe ripresa al punto in cui era stata interrotta, con una punizione a favore dell’Atletico.

Non può non venire alla mente l’incipit del Rigore più lungo del mondo: “Il rigore più fantastico di cui abbia notizia è stato tirato nel 1958 in un posto sperduto di Valle de Rio Negro, una domenica pomeriggio in uno stadio vuoto”. Questo di Soriano è il racconto di un calcio di rigore, non di una punizione, durato sette giorni. Dal momento in cui venne fischiato contro la Estrella Polar a tempo scaduto da un arbitro codardo, a quando venne calciato dall’attaccante del Deportivo Belgrano, la domenica successiva. Quella interminabile settimana di mezzo, nella quale quel rigore divenne la pietra di paragone per il destino di tutti, fu dovuta a motivi di ordine pubblico, visto che fu tale e tanta la confusione sugli spalti per quella innegabile ingiustizia, che addirittura dovette intervenire l’esercito per sedare i tifosi dell’Estrella e rispedirli a casa. Confusione sugli spalti, dunque, ma anche nei campi di calcio di periferia di cui parla Di Caro, dove a fronteggiarsi troviamo ciurme di pirati, “formate da magnacci e ladri incalliti, svelti di mano come di piede quando si trattava di dribblare un avversario o scappare dagli sbirri”.

La levità dei racconti di Di Caro, le emozioni e le passioni che muovono i protagonisti delle storie narrate, ci riportano a un’età apparentemente remota, in realtà dietro l’angolo, in cui il calcio non era malato. In cui non si parlava né di moviole, né di fidanzate veline. In cui il calcio era “sangue con cuoio impastato da cento anni”, per dirla con Massimiliano Castellani (Continuano a pensare con i piedi, SugarCo).

Il calcio è un linguaggio con i suoi prosatori e i suoi poeti, scriveva Pier Paolo Pasolini: i primi, stando sempre alle indicazioni dello scrittore friulano, attivi in Europa, tutti tesi all’organizzazione del gioco di squadra; i secondi, nei campi sudamericani, dove a fare da padrone è l’estro dei solisti. Come si è ben capito, Di Caro, al discorso in prosa, preferisce la poesia: una poesia miserrima, picaresca, come quella presente ad esempio in Ragazzi di vita e Una vita violenta.

Il calcio è una metafora della vita, sentenziava da parte sua Jean-Paul Sartre: una vita grottesca, sembra aggiungere Di Caro, insieme tragicomica e paradossale. Una vita che è una parodia: da qui i “come se” disseminati quasi ossessivamente nelle pagine di questa raccolta, vergata con una scrittura veloce, contratta, da cortocircuito. Certo, una maggiore distensione avrebbe dato più respiro alle storie narrate, ma alla fine il ritmo della scrittura viene a coincidere con il ritmo del gioco: indiavolato e furibondo.

 

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