Lug 14

“Il male è nelle cose” di Maurizio Cucchi

(di CINZIA PINELLO)

In una Milano contemporanea, descritta realisticamente con grande padronanza dei luoghi da chi lì è nato e vissuto, ma anche un po’ allucinata, perché filtrata dallo sguardo del protagonista, si svolge questo romanzo di Maurizio Cucchi, poeta che dopo molto tempo torna a rivisitare e dà finalmente alle stampe queste pagine scritte negli anni Sessanta.

La vicenda è scandita all’interno di una struttura narrativa ben orchestrata, che ingloba gli avvenimenti come in delle pagine di diario, con date e indicazioni ben precise (che vanno dal 28 Maggio al 5 Luglio, probabilmente 2004), al punto che del romanzo si potrebbe tracciare uno schema generale: inquietudine iniziale – primo viaggio/ riflessione centrale / inquietudine finale – secondo viaggio.

Il giovane protagonista, Pietro, vive infatti delle intricate vicende sentimentali, che lo portano da una storia un po’ stantia e abitudinaria con una giovane intraprendente e vivace, ad una relazione con Maria, vecchia conoscenza dei tempi della scuola, che lo colpisce profondamente per la sua aria dimessa e insoddisfatta. Tutto ciò però acuisce l’irrequietudine di Pietro, provocandogli un disagio di fondo che lui stesso tenterà di arginare con dei ‘viaggi-fuga’: il primo, alla fine della sua relazione con Lea, a Nizza, (partendo per dove si ripromette “al mio ritorno troverò tutto come prima, ma sarò più lucido, più attento, più padrone delle cose e di me stesso.” (p. 28)), e il secondo a Zurigo, per un solo giorno, anche stavolta nel fallimentare tentativo di mettere un freno al suo malessere. Pietro infatti, giovane anticonvenzionale e estremamente sensibile, si dibatte, in modo sempre più incontrollabile e nocivo, tra un’enorme pietà per l’essere umano e un’inaudita crudeltà; l’autore stesso a un certo punto spiegherà:

Pietro aveva un occhio speciale, un occhio molto acuto sulle cose, sui comportamenti umani. Forse capiva quello che a molti sfugge. Ma le sue azioni, la sua esistenza, non erano coerenti rispetto alla sensibilità con cui vedeva il mondo e le persone. (p. 117)

Il ragazzo, quasi contro la sua volontà, con una disposizione psicologica di eco pirandelliana, appunta la sua attenzione sulle storture degli uomini, su quei piccoli vizi e particolari capaci di suscitare solidarietà o cinismo infiniti, e, non riuscendo a contrastare tali sentimenti, spesso sbotta in delle violente invettive:

“Ma guardati un po’ allo specchio! Non vedi che fai pena, povera zia Gianna? Con quel trucco sulla pelle grinzosa che non lo tiene più, con quei capelli tinti di giallino smunto e così radi che si intravede il cranio, con tutti quegli anelli e lo smalto rosso acceso in una mano piena di macchie dell’età […] Ma non te lo dice mai, quando litigate, quel cretino del tuo pappone, quello che mantieni che fai pena e fai ridere? Sì, che fai ridere il mondo!” Queste ultime parole gli erano uscite ancora più metalliche, ancora più taglienti: sembrava che le avesse pronunciate un altro. (p. 58)

Il passo appena citato è solo uno dei numerosi casi nelle pagine del romanzo in cui la rabbia e il cinismo di Pietro esplodono incontrollati, in cui le parole gli escono di bocca come se “le avesse pronunciate un altro”, lasciandolo in uno stato di strano torpore e suscitando in lui atroci sensi di colpa.

Non a caso infatti il libro non si concluderà con il secondo viaggio del giovane, ma con un suo gesto autolesionista: Pietro si trafigge l’occhio destro con uno spillo. È l’unica volta che il ragazzo colpisce veramente il bersaglio che vorrebbe, punisce i suoi occhi che sono la fonte di tanto dolore e lo spiraglio attraverso il quale coglie le storture del mondo che scatenano la sua crudeltà.

L’affondo psicologico in tutto il romanzo viene portato avanti da una voce esterna, ma senza nessuna intrusione del narratore nella materia del racconto: il lettore non riceve mai informazioni in più rispetto a quelle note al protagonista e la sua consapevolezza dei fatti va di pari passo con la presa di coscienza che fa Pietro di se stesso.

La riflessione sugli aspetti negativi del reale si trova nelle pagine centrali ed è ispirata ad alcuni versi di Giovanni Raboni, da cui, tra l’altro, deriva anche il titolo del romanzo: “A me sembra che il male / non è mai nelle cose, gli direi” (p.88). Queste parole lasciano un po’ titubante Pietro che non sa se dissentire o meno da una simile asserzione, alla fine però si troverà ad affermare:

Comunque, secondo me, le cose ci sono, ci sono e basta. La colpa non è di che le trova, e forse neanche di chi le adopera. In fondo il loro potenziale è sempre nel programma. E forse il male è proprio nel programma. L’uomo non crea un bel niente. (p.90)

Ecco spiegato il titolo, che è poi l’idea conduttrice dell’intero libro: il male è nelle cose, o meglio ancora, è “nel programma” (cioè nel destino) che pone determinate “cose” lungo il cammino dell’uomo, al quale, quindi, non resta che prenderne atto, abbandonando sterili tentativi di ribellione.
I versi di Raboni non sono gli unici presenti nel romanzo: la scrittura di Cucchi è intrisa di citazioni, il suo personaggio è un lettore onnivoro e prende continuamente in prestito frasi e versi da altri autori per dar voce alla propria inquietudine. Si incontrano così brani tratti da opere di Gogol’, di Stendhal, di Tozzi, di De Amicis, di Hugo, della Neri, di Rimbaud e di tanti altri scrittori che all’inizio degli anni sessanta dovettero influenzare Cucchi e che a oggi tornano ancora attuali e pertinenti.

Inoltre, a confermare una scelta stilistica ben precisa, il citazionismo si spinge fino all’autocitazione dell’epigrafe iniziale, che è un verso della poesia Le meraviglie dell’acqua, in cui si condensa la contraddittorietà del mondo circostante e del nostro sentire: “Qui è tutto pieno di miele, e di tagliole”, asserzione che non può non richiamare alla mente del lettore l’ossimorica “pietà crudele” del protagonista del romanzo.
L’autore riesce con garbo e con uno stile asciutto e incisivo a scavare nelle psiche del suo personaggio, ma non con piglio psicanalitico, che anzi viene condannato più volte per bocca di Pietro stesso. In quest’ultimo aspetto, ma non solo, si coglie un’eco sveviana, che, pur non comparendo mai tra gli autori citati, sembra influire anche nella descrizione delle dinamiche sociali: l’amicizia tra due spiriti tanto diversi, quali Pietro e Piccardo, l’opposizione tra due antitetiche incarnazioni della femminilità (mascolina e sensuale Lea, riservata e materna Maria), il rapporto di stima ed emulazione che lega Pietro a Giacomazzi e a Andrea, sembrano ripercorrere i rapporti umani spesso presenti nei romanzi sveviani.

Un’opera complessa insomma quella di Cucchi che cela però il suo spessore filosofico dietro uno stile scorrevole e sicuro, a tratti quasi brusco e dal quale, se non per le fugaci citazioni, non trapela la sua lunga frequentazione col mondo della poesia.

Maurizio Cucchi, Il male è nelle cose, Mondadori, gennaio 2005.

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