Lug 22

“Quell’antico ragazzo” di Lorenzo Mondo

Nel volume di Lorenzo Mondo, Quell’antico ragazzo (Rizzoli Editore), dedicato a Cesare Pavese, la ricostruzione biografica e l’esame critico delle opere sono due piani che s’intersecano felicemente.

Sullo schema classico della biografia, le voci di Pavese e di Mondo, infatti, s’intrecciano in una complementarietà che le integra a vicenda. Attraverso tale ottica bifocale, è significativo che l’autore ripercorra in sedici capitoli (in sedici quadri) la storia di Pavese e con essa la storia della prima metà del Novecento (dittatura, guerra, crisi delle ideologie). Ne viene fuori un mileiu intellettuale straordinario: La confraternita, appunto, all’inizio. Ma si rivedano poi la circolazione ideologica, per i consensi e i dissensi alle opere del 1947 nel capitolo Pablo contro Leucò, e il ‘dibattito’ tragico e grottesco per le accuse e difese nel successivo Il fiato della politica.

Da questa compromissione tra la voce di Pavese e la voce narrante, da questa compartecipazione singolare, a tratti viene fuori la pietas.

Si delinea un ritratto del ‘personaggio’ Pavese, che come tale si comportava, indossando una maschera deliberatamente. Lorenzo Mondo nota che l’autore del diario si rivolge ad un ‘tu’ che si configura come un alter ego.

Alla luce dell’epilogo tragico, già noto al lettore, l’intera vicenda si anima di uno spasimo luttuoso: la morte voluta fa sì che la casualità della biografia si cristallizzi in destino.

La novità che ci consegna il critico, che è anche un romanziere, è la ricerca di un senso superiore, l’aspirazione alla verità. A dire di Mondo, l’opera di Pavese si anima di un “brivido religioso”, di una religiosità laica e disillusa. Anche per questo, attribuire una tensione conoscitiva alla letteratura è una qualità che congiunge Pavese e il suo biografo. Accomuna entrambi (come ben si comprende dalla ricostruzione del “primo tempo” dello scrittore di Santo Stefano Belbo) l’idea della “ricchezza gelosa della terra”, per cui l’incipit epigrammatico: “In principio è la Langa” conclude con la sentenza: “La nostra storia comincia in questo paese ordinario”. A questo luogo Mondo riconduce la genesi della storia che sta per ricostruire, ancorché per lo stesso protagonista sembri rappresentare “un puro dato anagrafico”. Ciò gli è consentito dal riferimento costante a esemplari lacerti dell’invenzione pavesiana (la conferma della fondamentale natura autobiografica di essa).

Forse si deve aggiungere, con dolore, che come tutte le storie anche questa storia appartiene al passato. Un passato convulso, ma fervido di speranze, animato dalle ideologie, che è ormai lontano e quasi in attingibile per il lettore di oggi che non abbia una guida sicura.

La consapevolezza della distanza di quel mondo, che si fa, a me pare, rimpianto malinconico, sigla l’intero racconto-saggio e si condensa nel titolo: Quell’antico ragazzo.

(Siracusa, giugno 2007, Premio Vittorini 2007, XII EDIZIONE)

Lorenzo Mondo, Quell’antico ragazzo, Rizzoli, Milano 2007

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