Lug 22

Parliamo di Piergiorgio Di Cara

Commissario capo della Polizia di Stato, Piergiorgio Di Cara (Palermo, 1967) vanta una lunga esperienza investigativa alla Squadra Mobile di Palermo e in Calabria, nella Locride, dove ha diretto la sezione operativa di Sidereo del Reparto prevenzione crimine. Ha al suo attivo un libro di racconti, Cammina, stronzo (DeriveApprodi, 2000), e quattro romanzi: Isola nera (edizioni e/o, 2002), L’anima in spalla (ivi, 2004), Holliwood, Palermo (Colorado Noir, 2005) e Vetro freddo (edizioni e/o, 2006). Quest’ultimo, in copertina, aveva il lancio di Andrea Camilleri: “… certo il romanzo più intenso e coinvolgente di Piergiorgio Di Cara”. Vincitore di tre edizioni del premio Orme Gialle, Di Cara è stato tradotto in Francia e in Germania.

Cammina, stronzo

La raccolta di racconti di Piergiorgio Di Cara, Cammina, stronzo (DeriveApprodi 2000), presenta tutti i pregi e difetti di un’opera prima: retta com’è da una timida impalcatura, pronta a soccombere rovinosamente sotto il peso di una scrittura a volte non risolta, a tratti eccessivamente spigolosa. Più che un libro di racconti, si tratta del montaggio di diverse sequenze, alcune più distese, altre troppo contratte e asfittiche. Certo, l’impatto stilistico è di notevole forza: la lingua di Di Cara, a differenza di quella di Santo Piazzese ad esempio, timida e implosa, è una lingua deflagrata, che esplode quando meno uno se l’aspetta. Una lingua nervosa e ansimante che mette in scena poliziotti veri, a volte feroci, dalla disarmante crudezza, alle prese ogni giorno con la normalità del crimine, con la banalità del male. Non manca una patina coprolalica che viene distesa abbondantemente sulla pagina: un linguaggio cameratesco, vera koinè dei distretti e dei commissariati. Va detto che Di Cara racconta quello che conosce meglio: ossia il mondo della malavita, dal momento che è stato agente della Squadra Mobile di Palermo, mentre ora svolge il ruolo di commissario della Polizia di Stato. In poche parole, Di Cara è stato uno di quegli uomini di cui, nella raccolta di racconti Cammina, stronzo, vengono narrati malumori, idiosincrasie.

Da ciò dipende, probabilmente, la brutalità agghiacciante degli scenari descritti: l’aver vissuto sulla propria pelle le cose raccontate. Il tutto, ambientato in una Palermo che, sotto il trucco rifatto dei quartieri restaurati, nasconde un verminaio che ogni giorno cerca di venire a galla: ma ci pensano i poliziotti di Di Cara a rimettere le cose a posto. Poliziotti che alle volte appaiono quali sacerdoti di una giustizia primitiva, ancestrale. E tra appostamenti snervanti, inseguimenti rocamboleschi, si consuma la giornata di questi eroi metropolitani, abili a lubrificare la pistola, e anche la lingua. A mettere però il bastone tra le ruote di Di Cara narratore ci pensa una certa disomogeneità di fondo, uno squilibrio nelle storie narrate, un fastidioso scompenso. La misura del racconto non va bene a Di Cara: o gli va troppo stretta, ingabbiando la sua fantasia; o si dilata inutilmente. In poche parole, l’autore di Cammina, stronzo, per mettersi veramente alla prova, aveva bisogno di cimentarsi nel romanzo.

L’isola nera

Ambientato nell’isola di Lipanusa, ossia di Linosa, Isola nera (edizioni e/o 2002) si presenta come un noir mediterraneo, claustrofobico quanto basta, nel quale, sin dal titolo, il colore nero la fa da padrone: nero come l’umore del protagonista, nero come la lava vulcanica dell’isola, nero come il grumo di dolore che la storia raccontata racchiude.

L’incipit del romanzo la dice lunga sul ritmo narrativo, sulle procedure stilistiche di Di Cara:

“Non so. Non so se è giusto raccontare questa storia. Non so nemmeno se è giusto raccontare storie. Qualcuno dice sì, che dovrei raccontarla. Ma io non sono sicuro. Non sono sicuro di niente, tanto meno se è giusto raccontare. Il fatto è che non so se questa storia mi appartiene. Non so se si può dire che ci sono storie che appartengono a qualcuno”.

Al taglio rude e secco di Cammina, stronzo, subentra adesso un’andatura più lenta, riflessiva. Meglio ancora: il piglio rallentato, il passo quasi felpato del nuovo Di Cara arriva dopo una specie di inseguimento spasmodico: il ritmo ridotto non è che il risultato finale. E si capisce subito, leggendo le prime pagine, che questa storia appartiene fortemente all’autore: è qualcosa che gli è consustanziale, come il respiro. “E’ la sua storia”, come si legge a pagina 8. Una storia che viene raccontata con un risoluto flash back, che però, inopinatamente, fa cambiare velocità al passo di Di Cara: torna il ritmo concitato, frenetico che, in certi momenti del romanzo costringe l’autore a scrivere in accelerazione; ed è la scansione stilistica che meglio si adatta all’antefatto, in forza del quale si mette in moto tutta l’azione del romanzo: un attentato mafioso in piena regola. Un attentato che però non sortisce l’effetto sperato: Salvo Riccobono, l’ispettore di polizia protagonista della storia, preso di mira per aver dato troppo fastidio a qualche mammasantissima di cosa nostra, viene appena ferito. Per fortuna che i colleghi, insospettiti, l’avevano seguito, trovandosi in tal modo nel posto giusto all’ora giusta. Da lì, il ricovero e la degenza forzata: una degenza da trascorrere a Lipanusa, in compagnia del migliore amico, il quale dovrà prendere servizio alla guardia medica dell’isola.

Partiamo. Due ore circa di macchina, praticamente un viaggio per noi siciliani. Davvero per me due ore di strada sono un viaggio, e a me non piace viaggiare. Mi stressa il viaggio, o meglio mi stressa la preparazione del viaggio. Il rito dei bagagli dei biglietti delle raccomandazioni e dei fatti sentire… manda una cartolina… No, non ne manderò cartoline. Forse solo una, a me, al mio indirizzo, a casa mia in campagna, ci scriverò: torno… torno… stai tranquillo.

La voce monologante si diverte a intromettere nel suo discorso malumori travolgenti, insopprimibili ragionamenti. Che interrompono lo sviluppo della storia, aprendo continuamente una finestra sul cervello fumante del protagonista: da qui un continuo altalenare tra frasi lunghe, distese, e pensieri secchi, essenziali, icastici. I due amici arrivano a Porto Ercole, dove si imbarcheranno per la loro destinazione. Lì il protagonista, il cui nome in codice è Tex, fa un brutto incontro: un tizio che ha l’aspetto di uno che cerca rogne, che ha l’aria di quello “fatto apposta per rompere l’anima alla brava gente”. Sensazione giustissima: Toni, è questo il nome del malandrino, sulla stessa nave del protagonista, sbarcherà sull’isola dove, lasciandosi scappare qualche parola di troppo, finisce per beccarsi una testata in “piena faccia”.

Intanto va subito detto che l’isola, più che una realtà geografica, nelle pagine di Di Cara diventa una condizione dell’anima, quasi uno spazio metafisico. Come del resto il suo colore:

“Pietra nera. La più nera, oscura, opprimente che abbia mai visto. Più dell’Etna. Più della notte. Più dell’inchiostro. È un colore che non saprei descrivere. È fragoroso, è uno stridio come di una punta di metallo che segni una lavagna. Non è solo lava. Dire che quel colore sia dovuto alla lava sarebbe inesatto. È, piuttosto, uno stato d’animo”.

È il centro del mondo quell’isola: la natura, in essa, non ha ostacoli. È una terra ancestrale, primitiva, quasi magica, esposta alla furia incontenibile degli elementi. Battuta da un vento così forte che, ogni tanto, sembra un muggito: vento che di solito precede di due giorni tempeste violentissime. Come quella che sta per scatenarsi in coincidenza con l’arrivo di Riccobono e dell’amico.

Il cielo è avvolto da una pennellata di grigio scuro, che lo rende opprimente, pesante. Si sente in lontananza il fragore cupo dei tuoni. Ad un tratto, improvvisamente, il vento. Quindi la pioggia. E poi lampi, e di nuovo tuoni. Una vera e propria esplosione, che è degli elementi della natura, e che si consuma violentemente dentro il protagonista: una tempesta interiore, che sconvolge le viscere. E mentre l’isola è battuta da una pioggia violentissima, si consuma un delitto: Antonio Censuales, Toni, viene rinvenuto morto nella sua casa. A tutta prima viene liquidato come un incidente domestico. Ma Salvo, sul luogo del delitto per dare una mano ai carabinieri del posto, non è convinto. Ed ha ragione: si tratta del classico assassinio della camera chiusa. Ma a chi dava fastidio Toni sull’isola? Prende così le mosse l’indagine sui generis portata avanti da Salvo, il quale pian piano compie una specie di immersione nelle viscere dell’isola, per impossessarsi di segreti inconfessabili, per far luce sulla natura degli abitanti di Lipanusa, così chiusi, riservati. E quello che sembrava un delitto perfetto, alla fine non sarà più tale.

“Un’indagine è come un ragionamento matematico. Ogni cosa, ogni fattore deve trovare una sua collocazione logica, deve essere spiegabile, e se non lo è da sé, deve essere spiegato da altri…. come chiamarli… item. Pensa a un delitto come a un evento che provoca modifiche nell’ambiente circostante: ciò che era prima non sarà mai uguale a ciò che è dopo. È come se tu entrassi in una stanza, prendessi una sedia, ti sedessi, e poi la rimettessi a posto. Quella sedia non occuperà mai più la stessa posizione che occupava prima, per quanto tu possa essere stato attento, è impossibile. Ti dico questo per spiegarti che secondo me non esiste il delitto perfetto”: così Salvo si rivolge all’amico per illustrargli le modalità del suo ragionamento. Ora, cimentarsi in un racconto poliziesco del genere, solitamente definito “the locked room mistery”, è sempre un rischio: perché solitamente la soluzione è molto inferiore alla lettura del libro. Come avviene nel caso dei romanzi di Dickinson Carr.

Lo stesso succede ne L’isola nera: la conclusione quasi compromette la tenuta del romanzo. L’indagine, infatti, porterà troppo presto a galla una storia squallida di violenza e sfruttamento, ai danni di una ragazza che alla fine deciderà di mettere una pietra sopra al suo passato, togliendosi di mezzo Toni. Quello che invece convince è il rovello sul Sud che viene fuori dal romanzo, e poi i dubbi legittimi sollevati sulla natura della giustizia, sull’arbitrarietà del potere. Per arrivare alla conclusione fastidiosa secondo la quale non sempre la verità investigativa e quella processuale coincidono. All’epica metropolitana dei primi racconti di Di Cara, quindi, ne L’isola nera subentra un ripiegamento privo però di sbavature, una ricognizione del proprio animo, una vertiginosa introspezione che conduce alle radici del male. Il tutto in una storia amara, di rabbia e delusione, di lacerazioni e di sofferta formazione.

Vetro freddo

Non è con l’inchiostro che Piergiorgio Di Cara scrive i suoi noir, ma con l’adrenalina pura. E l’effetto è quasi immediato: aumento della pressione arteriosa e del ritmo cardiaco del lettore. Il suo stile, una riga dopo l’altra, procede quasi per scosse, come un lungo filo elettrico scoperto. E in questo senso, il suo nuovo romanzo, Vetro freddo (edizioni e/o 2006), arriva come un’ulteriore conferma. Come la decisiva riprova del fatto che Di Cara sia uno dei nostri migliori giallisti: lui sì che racconta quello che meglio conosce, la vita vera dei poliziotti, le dinamiche dei rapporti all’interno di un commissariato.

Non ci sono incongruenze, nelle sue storie, né esagerazioni: c’è la sbirritudine a fare da collante, a tenere insieme il destino dei buoni e dei cattivi. Questa volta però, a fare da sfondo alla storia, non c’è la Palermo metropolitana, ma l’arida e brulla Calabria, i paesaggi ostili dell’Aspromonte. Con precisione, il romanzo in questione si svolge ad Averno, sullo Jonio, dove Riccobono è stato trasferito per motivi di sicurezza (“Dico, ma che cazzo di senso ha – sbotta a ragione il dirigente, quando si trova Riccobono davanti – mandare uno che ha problemi con cosa nostra in Calabra, nella Locride per giunta, che ’ndrangheta e Mafia sono la stessa cosa?”). Ma com’è Averno, chiede a un collega l’ispettore palermitano, una volta messo piede nella nuova sede? E questa è la risposta: “Averno? Mah, d’estate è bello, c’è un bel giro di turisti c’è un bel movimento…”. Com’è lavorativamente, intendeva Riccobono. “Non c’è un cazzo – bofonchia lapidario il collega. Per poi aggiungere: “Cioè, criminalità a livello di rapine e furti, no. Un poco l’estate, ma quello è perché ci sono gli zingari. Ma poca cosa, qualche macchina, così”. Ma Di Cara ci ha abituato a sospettare delle apparenze: manco a dirlo, il dialogo sopra citato si rivela pian piano antifrastico, quasi surreale.

E a rovesciare la verità di comodo sciorinata per non dare fastidio a nessuno, ci pensa un Riccobono un po’ smarrito, è vero, ma sempre più reattivo e deciso. Con in testa, come lui stesso spiega, le idee chiare riguardo al suo incarico: abitudine al ragionamento, spirito di osservazione e mentalità associativa, “nel senso di essere in grado di mettere in relazioni fatti, circostanze e persone, e da qui ricavarne un impianto accusatorio abbastanza robusto da reggere al confronto delle parti davanti al giudice”.

Siamo di fronte non tanto a un metodo rigoroso di indagine, ma a una vera e propria dichiarazione di poetica: da qui la solidità della struttura narrativa di questo romanzo. Che sembra partire in sordina, con i soliti appostamenti sfiancanti: un furgoncino in disuso, adibito a postazione; poliziotti che fumano, imprecano, bevono caffè; volanti che assediano luoghi e persone sospette. A un certo punto però, ecco l’epifania inattesa che mette in moto gli ingranaggi mentali di Riccobono. Da lì il cortocircuito investigativo: e come in una malavitosa catena di sant’Antonio, si risale il corso del crimine, dal pesce piccolo, dal tossico al pusher, su su sino a chi detiene il controllo del territorio, all’acquirente misterioso, apparentemente irraggiungibile. “Una delle prime cose che ti insegnano al corso – si legge a un certo punto – è che bisogna tenere la guardia sempre alta, mai rilassarsi. Mai fidarsi. Mai assuefarsi alla routine”: è quanto avviene in queste pagine, che oltretutto della routine poliziesca hanno ben poco.

Anche grazie a una certa angoscia di fondo, che prende corpo nelle pagine scritte in corsivo, e che fa da “lente di ingrandimento”, diventando quasi una sorta di “specchio ustorio” in grado di incendiare tutto: da qui la potenza dello sguardo di Di Cara, che ha sulla carta l’effetto di una deflagrazione.

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