Nov 14

“Non ora, non qui” di Erri De Luca

Non ora, non qui (Feltrinelli, 1989) è il primo romanzo pubblicato da Erri De Luca, nel quale trovano già posto alcuni tra i temi più rappresentativi del suo universo narrativo.

“Mi torna alla mente il passato con parvenza di intero, per un bisogno di appartenenza a qualcosa, che stasera mi spinge verso di esso, verso una provenienza”.

Questo desiderio di appartenenza e di totalità induce il protagonista, voce narrante del romanzo, a cercare a ritroso il proprio “posto delle fragole”. Frugando tra gli oggetti del padre, egli trova una foto in cui è ritratta la madre sul ciglio di una strada in un quartiere di Napoli, mentre fissa davanti a sé un autobus che passa; oltre il vetro del mezzo c’è un uomo che sta morendo. Lei lo osserva ma non lo riconosce. Quasi come se la foto si ingrandisse, il protagonista si ritrova sull’autobus: è lui l’uomo che sta morendo.

In questo romanzo i piani temporali si invertono e si rimandano, si intrecciano e si incontrano: come dal vetro dell’ospedale la madre fissava il figlio appena nato, ma lui, cieco, non poteva vederla, adesso ella lo guarda mentre muore, ma non può riconoscerlo: lei è giovane, lui è vecchio. È un incontro mancato. Così come ci si accorgerà presto che anche il “posto delle fragole”, di cui il protagonista va alla ricerca, in realtà non esiste: l’infanzia non è un locus amoenus, ma solo il luogo ove rintracciare le origini di una radicata estraneità, della solitudine e dei silenzi del protagonista, le origini cioè di uno status esistenziale. La crescita rappresenta un trauma: lo stravolgimento dell’ordine preesistente, la consapevolezza irreversibile della propria diversità (non a caso è qui in stretta connessione con la morte). “Si cresce sentendo d’improvviso molta distanza da tutte le persone”, riflette il protagonista.

Non ora, non qui è il rimprovero ripetuto della madre al figlio ed è nel contempo il rilevamento e la denuncia di un’anomalia, di una discordanza rispetto agli altri, più svelti, più socievoli, più loquaci. Eppure, è la nostalgia la cifra di questo romanzo, ma una nostalgia particolare: non già di un luogo, di una persona o di un avvenimento, ma del ricordo stesso. La gioia del protagonista risiede nell’atto stesso del ricordare, verbo che in De Luca deve essere inteso alla lettera. Il ricordo (re + cor, cordis) è infatti una “pietra leggera” sul cuore: “Ho in petto il peso di un ricordo”, dirà, non a caso, il protagonista, sui sensi del quale si ripercuotono avvenimenti e sollecitazione esterni.

Questo viaggio nella memoria ripercorre dunque alcuni momenti significativi dell’infanzia: il quartiere povero, la casa piccola, i rumori sguaiati delle donne del vicolo sono legati al periodo più felice e libero del protagonista, che corrisponde a quello più duro e umiliante per la famiglia; il trasferimento nella casa nuova, “la bella”, che segna il ritorno al benessere economico, evoca invece ricordi negativi, fatti di regole severe di comportamento e di una maggiore pretesa di disciplina e compostezza; le passeggiate domenicali piacevoli e divertenti per la famiglia sono invece insopportabili per lui. Il lettore viene continuamente sorpreso da questi accostamenti antifrastici che contrappongono con forza il protagonista alla famiglia e poi al mondo.

La narrazione si svolge così, in una dimensione vaga e indefinita, a cui contribuisce non poco il costante tono cogitabondo, che contrasta tuttavia con l’incessante ricerca della corrispondenza tra parole e cose. La scrittura, prevalentemente paratattica, alterna registri, il basso e l’alto, dialettalismi e preziosismi lessicali, figure retoriche del significante e frasi addirittura gnomiche, risultando già l’elemento che più identifica e caratterizza De Luca, nel bene e nel male.

Giustamente definito da Marco Lodoli come il vero antiromanzo moderno, Non ora, non qui propone una trama priva quasi del tutto di azione, in cui ciò che conta non è ciò che avviene, quanto piuttosto il senso di incertezza dell’esistenza che pervade l’intera opera. Memoria, condizione necessaria per la narrazione, estraneità e solitudine sono alcuni tra i temi portanti di tutta la produzione di De Luca e di questo romanzo, in cui tuttavia, essi non appaiano ancora razionalizzati e istituzionalizzati in topoi; così pure la circolarità del tempo, con la predilezione per l’imperfetto, rimanda già alla ricerca di una dimensione mitica, alla necessità di creare un “mondo totale” per il proprio universo narrativo ed esistenziale, ma risulta ancora una scelta inconsapevole e per questo più convincente.

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