Giu 14

Resistere a un mondo alla rovescia: “Cose da pazzi” di Evelina Santangelo

Il titolo del romanzo della Santangelo, Cose da pazzi, ancor prima che si cominci a leggere il libro, impone di usare cautela nei confronti della storia narrata e dei temi in essa presenti. “Cose da pazzi” è un’espressione del dialetto siciliano, adoperata in circostanze nelle quali si manifesta con evidenza l’assurdità di un’idea, di un’azione, di un avvenimento: colui che esclama “cose da pazzi!” percepisce qualcosa come estraneo alla sua logica, o estraneo alla logica comune, al buonsenso. E dare a un romanzo un titolo del genere significa fornire subito una possibile chiave interpretativa che orienti il lettore.

Va configurandosi sotto gli occhi del protagonista appena adolescente – e del lettore stesso – un ambiente ai margini della legalità che, per inerzia o per disperazione, viene accettato e, a tratti, difeso. La “normalità” accoglie in sé il pizzo, il cosiddetto “recupero crediti”, e altre pratiche che di norma si definiscono illegali, ma che nel quartiere Spina sono del tutto accettate, addirittura ritenute “civili”, secondo le parole di Eros. La legalità, questa strana parola che pronuncia la professoressa Rita a lezione, agli occhi del piccolo Rafael (anche lui, in qualche modo, figlio del suo quartiere) è un concetto quasi assurdo e incomprensibile: i ragazzi spalancano le bocche e sgranano gli occhi; vivono in un mondo in cui il “recupero crediti” consiste semplicemente nel «mettersi d’accordo tra persone civili» (p.106). Vivono in un mondo alla rovescia, le cui fila di sono rette da mafiosi, quali i fratelli Setola o «Chiunque altro» (si noti la c maiuscola), che nel romanzo assumono il ruolo di veri e propri personaggi, ma con l’emblematica caratteristica dell’invisibilità. I potenti di questa storia non compaiono mai e pochi sembrano conoscere i loro volti. Il loro potere si muove nel silenzio e gli abitanti del quartiere Spina ricorrono a pronomi indefiniti (“quelli là”) e a perifrasi (“gli amici lontani”: i carcerati) per riferirsi a costoro. Serpeggia il timore di chiamare cose e persone coi nomi adeguati, come se quelle cose e quelle persone prendessero corpo davanti agli occhi di chi parla. Torna alla memoria il manzoniano Innominato, mai menzionato col suo vero nome appunto per paura. E i nomi, quanto più si tacciono, tanto più si temono (e non si tratta, quindi, solo di stereotipata omertà siciliana).

A parlare chiaro e senza infingimenti, ad attribuire il nome giusto alle cose, invece, sono il professor Raja e la professoressa Rita, che rappresentano la “civiltà”. Le lezioni “in stereofonia” dei due insegnanti sul pizzo sono un esempio della “missione” di cui sono i portatori, cioè seminare qualcosa nelle menti brulle degli studenti. La professoressa Rita, con quegli occhi verde speranza, sembra davvero animata dalla passione per l’insegnamento, non inteso come sterile trasmissione di contenuti didattici, ma come educazione alla vita, all’onestà, alla legalità. Sembra una partita persa in partenza, ma la trasparenza della professoressa e dei suoi occhi lascia una traccia negli animi degli alunni le permette di guadagnarsi il rispetto persino di Richi, il migliore amico di Rafael, un ragazzino molto vivace e spregiudicato. All’istruzione è dunque affidato l’arduo compito della formazione delle coscienze dei ragazzi e della lotta a un dis-ordine di cose: le strutture mafiose. Con la semplicità con cui parla di pizzo, anziché di “recupero crediti”, la giovane insegnante scuote, se pur minimamente, le sensibilità degli allievi, e fa resistenza a un mondo alla rovescia. Resiste: parla di pizzo, legalità, reati, viaggi, culture; parla di destino e futuro da non farsi rubare. Insomma, cerca di arginare il fiume travolgente della tacita criminalità organizzata.

Un’ulteriore forma di resistenza al mondo dei Setola e di “Quelli là” viene condotta anche da Fiorella – o Fiamma, o Stella o Mauro. Nelle ultime pagine della seconda parte del libro, Fiorella, personaggio abbastanza positivo, in uno scatto d’orgoglio rivendica la propria libertà e la propria dignità, affermando a Nunzio, un “picciotto”, di non voler «ritirare quel pacco in quell’ufficio da quel suo amico» (p. 292). E tale rivendicazione di libertà nei confronti della dorata gabbia mafiosa viene pronunciata dalla bocca di un transessuale che, oltre a sfidare le convenzioni sociali, sceglie anche di non invischiarsi nel sistema mafioso. È una figura fuori dal coro, che, però, esige e ottiene rispetto: nel quartiere Spina è benvoluta dalle donne e molto ammirata dagli uomini, dai ragazzini e da Rafael stesso che non può fare a meno di apprezzarne l’elegante femminilità («Le mutande di donna più belle che Rafael abbia mai visto » (p. 55) appartengono proprio a Fiorella). Una femminilità ricercata che contrasta nettamente con quella della uomina di Rosi, personaggio dall’aspetto e dai modi non proprio delicati. Fiorella, in origine Mauro, è simbolo dell’universo femminile, mentre Rosi, donna dalla nascita, va a radersi la barba da Vito il barbiere (uno dei pochi nel quartiere a tentare di mantenere dignità e integrità). Anche i genitori di Rafael provano a “resistere”, come la professoressa Rita, ma presto la lotta per la sopravvivenza impone loro di cedere alle avances mafiose. La crisi e la disoccupazione costringono il signor Lomunno ad abbassare il capo e a lasciarsi schiacciare dai Setola o da chi per loro. L’unica possibilità di salvezza consiste nella fuga verso il Nord; si tratta tuttavia di una soluzione illusoria che riporterà la famiglia di Rafael a fare i conti con la criminalità organizzata. 

Giugno 2013

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