Giu 17

L’ultima lezione della professoressa Rita

“- Chi ha mai fatto un viaggio ?» Così ha iniziato la lezione di geografia la professoressa Rita, aprendo l’atlante.-” (pag. 265)

Inizia così quella che sarà una delle ultime “lezioni civili” della Professoressa Rita. Come era successo durante un’altra lezione, quando un tubetto di colla era servito come pretesto per intavolare un dibattito su un tema molto delicato, come quello del pizzo, anche questa volta la professoressa Rita si serve dello stesso espediente per trasmettere alla classe un ultimo importante messaggio. Il viaggio, allora, diventa qualcosa di più di una semplice vacanza come quella che raccontano di aver fatto Giusy Coniglio o Rafael, e quella che sembrava essere una comune lezione di geografia serve alla professoressa Rita come pretesto per tentare di allargare l’orizzonte conoscitivo di Rafael e dei suoi compagni, instillando in loro il dubbio che forse, al di là del quartiere di piazza Spina ci sia qualcos’altro da vedere, che ci sia altro da ascoltare oltre alle canzoni di Gianni Celeste e di Tony Colombo, che la realtà che vedono con i loro occhi disarmati di ragazzini nasconde qualcosa di oscuro sotto la rassicurante normalità che chiamano “recupero crediti”. (pag. 101)

“E come fate a dire che vi piace qua, se non siete andati da nessun’altra parte?” (pag. 267) chiede agli alunni la professoressa Rita scontrandosi contro un’infinità di pregiudizi che inchiodano le malleabili menti dei ragazzi ad un immobilismo atavico e ottenendo in risposta una delle tante frasi fatte: “non ci possiamo andare… negli altri posti[… ] Perchè  siamo incivili. Ci facciamo riconoscere da tutte le parti…” (pag. 268)

A questo punto la pur piccola ma determinata professoressa Rita comincia un «discorso sulla rassegnazione che non c’entrava niente con la geografia ..» (pag. 270).

La professoressa Rita parla e più parla più i ragazzi non la capiscono, tanto sono lontane le argomentazioni che vengono apposte alla quotidianità che li circonda. La sua voce racchiude tante altre voci.

Parlano i Gelsomini, dei ragazzi che in un posto a sud della Sicilia, Tunisi, “siccome vogliono vivere, andare dove gli pare, fare le cose che gli pare… le cose giuste per loro… stanno facendo una cosa che si chiama «rivoluzione»…” (pag. 270)

Viene citata una poesia del poeta tunisino Abu l’-Quasim ash-Shabbi: “Se un giorno il popolo vorrà vivere il destino dovrà fargli strada.” (pag. 271)

Infine la professoressa Rita, “come se fosse lei quella a cui avevano tolto il destino” (pag. 271), li esorta a non permettere che qualcosa del genere accada anche a loro.

Queste parole, tuttavia, non hanno una funzione salvifica, non fungono da riscatto. Non salveranno Richi, “la zecca” di Eros o il “pinnolone” di Lillo, e nemmeno Rafael.

Sono le parole di una supplente, “una professoressa che oggi c’è e domani non c’è” (pag. 7), come viene malignamente etichettata da alcuni abitanti di piazza Spina, ma che ha scelto di stare lì con quella sua evidente diversità che si porta addosso, che la fa apparire  ad alcuni come “una persona civile” (pag. 143). Una professoressa i cui occhi verdissimi sembrano gli unici a non essere colpiti dalla miopia che avvolge gli sguardi di chi la circonda.

Le parole della professoressa sono un monito, la presa di coscienza di un diritto inviolabile: il diritto all’immaginazione, della possibilità che esista un altrove, che il mondo non inizi e finisca lì dove si è sempre vissuti e la consapevolezza che esista per tutti l’opportunità, la libertà, di scoprirlo con i propri occhi. Tali moniti rappresentano la spinta a grattare via quella patina di conoscenza del mondo limitata solamente a piazza Spina, proprio come fa Rafael con i gratta&vinci, quando sente riecheggiare nella testa in modo confuso quelle parole sul destino che deve fare strada a chi vuole vivere.

Sono ciò che spinge a cercare un’alternativa, anche se quell’alternativa, un tempo così promettente, rivela una realtà non meno compromessa e ingarbugliata di piazza Spina: la Milano che con i suoi gas di scarico intasa le narici a Rafael, che lo trascina nel suo corteo di corpi e di voci imprigionandolo tra le sue maglie.

La possibilità è allora cambiamento e cambiamento vuol dire conoscenza, conoscenza di una realtà nuova. Ma anche, e soprattutto, di sé stessi, come succede a Rafael che,  alla domanda di un carabiniere che gli chiede “Come ti chiami, compà?”, sentirà di non poter rispondere soltanto “Rafael”, ma “Rafael-Rodriguez-Richi-Lomunno-Russo, giù giù sino a Fiorella o Mauro o Fiamma o Stella, giù giù sino a Bianca. Che ancora non sa il suo nome” (pag. 321).

Lo sradicamento diventa allora una presa di coscienza di sé stesso. Rafael è quello che ha vissuto, è tutte le persone che ha incontrato durante il passaggio all’età adulta. Ma è stato possibile far maturare questa consapevolezza soltanto cambiando prospettiva, perché “siccome il mondo é tondo è  fatto per muoversi, girarlo.” (pag. 1)

Giugno 2013

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