Giu 17

Quando la lingua riflette su se stessa. “Cose da pazzi” di Evelina Santangelo

Evidenziare i momenti metalinguistici presenti nel romanzo è uno dei tanti modi che consente di accostarsi a Rafael e al microcosmo sociale in cui è inserito.

La “diglossia” di Estella Rodriguez, madre del protagonista, è uno dei casi esemplari che innesca la riflessione sul linguaggio adoperato e consente all’autrice di far emergere il pensiero dei personaggi su tale particolarità e unicità espressiva:

«Sono le sigarette che lo fanno diventare verde… Querria ver si lo dice a Salvo, quando entra en su tienda».

Così gli ribatte sua moglie Estella, la madre di Rafael, mordendosi la lingua e arrabbiandosi con se stessa, perché lei è italiana, con tanto di passaporto e cittadinanza, anche se quando non ci pensa – più o meno sempre – le si imbroglia la lingua e le scappa quella parlata lì.

Lo spagnolo imbastardito rischia di precludere a Estella la possibilità di essere considerata «italiana a tutti gli effetti», e contrasta invece con l’indifferenza di Rafael verso il modo, evocativo delle sue origini, con cui viene chiamato; anzi, egli preferisce “Indiano” che «gli piace abbastanza», e non piuttosto “Lomunno Rafael” che «sembra davvero un cognome da carabiniere».

È raro, al contrario, che Estella abbia una predisposizione d’animo positiva nei confronti della lingua d’origine:

“Anche sua madre ha dei prendisole così. Roba «hecha a mano». Una delle poche espressioni della sua linguamadre che lei pronuncia con un certo orgoglio”.

Spesso, tuttavia, è proprio l’italiano della madre ad essere oggetto di riflessione, e più precisamente di fastidio, da parte di Rafael:

“A volte Rafael si chiede se sua madre Estella non la faccia così lunga per il semplice piacere di usare espressioni molto italiane, come «ragion per cui», «posto che», «a volerla dire tutta»”.

Il modo di parlare prolisso diventa quasi un tratto identitario, e perciò difeso, della madre, a cui è possibile confrontare le espressioni laconiche del padre o quelle concise ma puntuali e apprezzate della professoressa Rita.

“Punto. Niente chiacchiere inutili. Il motto di suo padre. Ma sua madre no. Sua madre è una che parla anche troppo.[…]
– La mamma non ha detto un bel niente. La mamma sa solo lamentarsi. Di tutto.
– Non mi lamento de nada, jo. E poi «donna che non brontola è uomo».[…]
Litigano da pazzi, le sere in cui a sua madre le si scuce la bocca e le viene da snocciolare quello che pensa dall’inizio alla fine. «A parole siamo tutti bravi». Ha sempre pronte frasi di questo tipo suo padre Marcello, quando non ha davvero niente da ribattere.[…]
È questo che a Rafael piace della professoressa Rita. […] Perché lei invece è una che sa mettere a posto la gente con una parola. Indio”.

La riflessione metalinguistica che tocca i familiari del personaggio principale, ci consente anche di interpretare correttamente alcuni modi di dire che possono rappresentare uno scarto rispetto alle nostre consuetudini linguistiche:

“non avrebbe mai detto che Scimunito col Bollo fosse uno così, gradasso, come dice sua madre quando vuole fare un complimento a qualcuno.[…]
Rafael avrebbe anche potuto pensare che sua madre, quando voleva, era una che ci sapeva fare. Una capobanda. Il complimento più divertente che Rafael avesse mai sentito uscire dalla bocca di suo padre senza che sua madre se la prendesse.[…]
C’era qualcosa di quel che sua madre chiama bellaugurio in quel «vincerò vincerò vincerò» cantato e ripetuto con la voce sempre più potente.[…]
– Sei un hijo de puta… hijo de puta… – ha sentito sua madre mormorare a denti stretti nell’altra stanza in piena notte. E poi la parola «argentino». Il peggior apprezzamento che possa fare sua madre, come se dicesse «sporco bianco». Anzi, è proprio quello che dice quando ce l’ha con qualcuno, perché se c’è gente arrogante, quelli sono gli argentini, sostiene, che si sentono migliori di tutti i sudamericani, e perché, poi? Perché sono bianchi, figurarsi… i più bianchi del Sudamerica.[…]”.

Dall’italiano-spagnolo si passa all’italiano-cinese. Estella, dentro il gioco della finzione letteraria, può effettuare le sue considerazioni su una lingua “altra”, ovvero su un cinese che non riconosce e che riconduce all’idea di estraneità al quartiere: solo lei e le sue origini (anche linguistiche) diverse, possono sentirsi legittimate e integrate nel contesto. Così quando la mamma della nuova compagna cinese si mette a “squittire” «tutto un discorso lunghissimo in un italiano-cinese impossibile», immancabile è la riflessione di Estella riportata dal figlio:

“Sicuramente sua madre si sarebbe già innervosita a sentirla, perché, non c’è niente da fare, non lo capisce questo modo che hanno i cinesi di starsene tra di loro, parlare tra loro, […] come fossero apestados. O forse pensano piuttosto che gli apestados sono tutti gli altri, per giunta!”

Le valutazioni di Rafael sul linguaggio e sul modo di parlare risultano, a volte, consustanziali all’emergere di un suo preciso stato d’animo:

“- Il lavoro è di chi lavora, – scandisce sua madre, come se pure lei stesse per occupare una qualche fabbrica. A Rafael fa venire da ridere la convinzione che ci mette sua madre nelle cose che dice. Gli sembra una forma di allegria. L’allegria di sua madre, quando se ne frega di tutto. Butta fuori quel che le viene in mente.[…]
Gli vengono i nervi, per l’angoscia che gli mettono addosso tutti quei perché, dopo una serata come quella che Rafael non esiterebbe a definire tutto sommato bella, anzi eroica.[…]
Rafael stringe in silenzio i cinque euro, senza capire se quel che prova è rabbia per le minchiate con cui sua madre lo ha appena infinocchiato”.

Il mondo mafioso in cui il protagonista, suo malgrado, è immerso, adopera anche un proprio codice linguistico, che viene alla luce attraverso il canale scolastico.

“- Tu vuoi una sicurezza per il tuo negozio, per esempio, – ha cominciato la zecca di Eros, – ecco, paghi per la sicurezza che hai avuto. E questo si chiama «recupero crediti» da parte di chi ti dà la sicurezza… che qualcuno, sbagliando, chiama «pizzo», ma invece è un mettersi d’accordo, diciamo. Tu mi dai una cosa e io ti do un’altra cosa. Un mettersi in regola tra persone civili, persone legali, ma…senza bisogno delle leggi, ecco.
– Un mettersi in regola… – ha ripetuto la professoressa Rita, come se fosse quella la risposta giusta, […] – No, – aveva detto – io sto com-pien-do un re-a-to. Se un salumiere, per esempio, la mattina arriva e trova dell’Attak nella serratura del suo negozio, questo salumiere sta subendo un re-a-to, e chi ha messo l’Attak ha commesso un re-a-to. Chiedere il pizzo è un re-a-to. Pagare il pizzo è un re-a-to, nessuna messa in regola, nessun servizio, nessun recupero crediti”.

Solo attraverso l’incontro-scontro di riflessioni diverse e opposte, Rafael giunge a disambiguare, a suo modo, termini nuovi e inizialmente oscuri:

“…pensa che, se dovesse spiegarlo lui cos’è il «recupero crediti»,[…] direbbe qualcosa del genere: la carne di un piccione e quelli che si scannano per mangiarsela viva, anche se non è roba loro”.

Anche se usciamo dal campo delle riflessioni più marcatamente metalinguistiche, incontriamo comunque strategie narrative che trovano nel canale linguistico il modo più congeniale per acquisire una maggiore forza comunicativa o espressiva. Ogni volta che si affrontano situazioni nuove e impegnative, soprattutto per un ragazzino che deve affrontare, per la prima volta, argomenti complessi come la malattia di Richi o la disoccupazione di suo padre, Rafael si ritrova a fare i conti con parole-tabu, con «visioni senza parole che le possano dire» e con pensieri che non trovano un adeguato modo di esprimersi, creando un attrito tra ciò che si può dire, ciò che non si riesce a dire e ciò che non si può nemmeno pensare.

“All’improvviso Rafael si sente un bambino di tre anni che non sa le parole. […]
…è da allora che, sempre più spesso, si ritrova a pensare cose che non può più dire e che, forse, ormai non dovrebbe nemmeno pensare, se non fosse il piscialetto che è. Solenni minchiate. […]
Pensieri inutili, come certe poesie in cui uno poteva infilare le minchiate più solenni che gli venivano in testa. […] 
>Ma non è più un bambino che può fare domande del genere.
– Secondo te, papà, è un disoccupato? – le domanda invece.
– Non ti permettere nemmeno di pensarlo, – risponde sua madre”.

Non sarà un caso, probabilmente, che quando Estella informerà effettivamente il figlio che suo padre potrebbe anche perdere il posto di lavoro, «lo dice come se parlasse di un altro che non è lui».

Tracciando un eventuale percorso di formazione del protagonista, assistiamo ad una riflessione sempre più consapevole, nonché sofferta, sul linguaggio adoperato. Fondamentale è, a tal proposito, il momento che segnerà la svolta finale del romanzo: il trasferimento al nord:

“A quanto pareva, nemmeno lui sarebbe tornato. Questo genere di pensieri gli attraversavano la mente mentre ciondola per piazza Spina, quella sera prima dell’ultimo giorno di scuola. Nemmeno-lui-sarebbe-tornato. Quattro parole da infilare una dietro l’altra. Per farla finita una volta per tutte. Non gli è mai accaduto prima di provare una sensazione del genere, che delle parole cioè gli pesassero in quel modo dentro la gola”.

La formazione di Rafael passa anche attraverso le parole.

Giugno 2013

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