Giu 25

Ostacoli nella formazione di una coscienza

«Così, adesso, Rafael sente il buco della gengiva rimasta vuota sotto la lingua. La cosa più brutta di questa storia che uno deve crescere… riempiendosi per forza di buchi» (Evelina Santangelo, Cose da pazzi, Einaudi, Torino 2012, p. 306.).

Per un ragazzino come Rafael crescere vuol dire entrare troppo presto in contatto con il dolore e la privazione. La metafora del dente esplica la difficoltà di realizzazione del processo di formazione amplificata per gli adolescenti di piazza Spina nati in un ambiente che, sebbene abbia alcuni considerevoli valori come ad esempio l’amicizia, tende più spesso a togliere. Per ogni individuo il percorso che va dall’infanzia all’adolescenza non è solo un tempo in cui si formulano domande cui difficilmente un adulto può rispondere, ma è anche un luogo di incontri e di esperienze, è il momento in cui si recepisce tutto, ma spesso in modo caotico e disorientante. Rafael per formarsi una coscienza, deve abituarsi a vivere nella privazione, ma soprattutto deve imparare a crescere in un contesto in cui il bene e il male sono fortemente intrecciati e la comprensione della realtà è ancora più compromessa.

“Una scivolata pazzesca, prima sul marciapiede e poi direttamente sull’asfalto, in mezzo alle macchine che non suonano. O forse suonano, ma non così forte come farebbero se quei due ragazzini fossero in bicicletta. Richi avanti alla guida e Rafael seduto dietro sul portapacchi. Anche se, a un certo punto, non sa bene come, Rafael trova un appoggio e si lascia portare, ritto, dal suo amico Richi che ci va dentro battendo con i palmi sulle ruote come se la strada fosse un corridoio lunghissimo, una pista illuminata solo per loro (…). Questione di un attimo, perché poi sono di nuovo lì che corrono, stavolta sul marciapiede, risalendo in senso inverso il viale. Richi con un’aria stralunata ed euforica, Rafael che gli va dietro”. (Evelina Santangelo, Cose da pazzi, Einaudi, Torino 2012, p. 158-159).

L’amicizia che lega il protagonista Rafael a Richi è qualcosa di sacro, inviolabile ed eterno. La misteriosa assenza di Richi su cui si aprono le prime pagine del romanzo, dovuta ad una grave malattia, forma il nucleo torno a cui ruota la prima parte dell’invenzione narrativa. La spensierata corsa dei due ragazzi al centro della città rappresenta simbolicamente l’ultima tappa dell’infanzia dopo la quale ogni aspetto dell’esistenza verrà vissuto diversamente. Questo mutamento è dovuto soprattutto alla morte di Richi, da questo momento infatti, Rafael, non solo conoscerà il dolore più forte, ma sentirà crescere maggiormente, dentro di sé,  la solitudine e l’incomprensibilità dell’esistenza.

“Adesso – mentre guarda da fuori suo padre aggirarsi un po’ zoppicante tra i tavoli nella saletta interna o nel dehors della Porta del sol, al di là dei tendoni di plastica trasparente – l’angoscia che ha provato all’idea che il destino se ne fregasse altamente di lui, della professoressa Rita e del poeta col nome imbrogliato con le sue minchiate sui giovani, si coagula in un’immagine che ha la luce della cucina, quando la si accende di notte”. (Evelina Santangelo, Cose da pazzi, Einaudi, Torino 2012, p. 279.)

Il tempo del romanzo asseconda l’evoluzione della crescita coscienziale del protagonista attraverso i pensieri, le riflessioni, le visioni con cui Rafael osserva se stesso e il mondo nel transito dall’infanzia all’età adulta. Guardare il padre che, dopo aver perso il proprio lavoro a causa della crisi, è costretto, per mantenere la famiglia, a lavorare come cameriere in un ristorante gestito da persone coinvolte in loschi affari, è per Rafael un altro grande motivo di dolorosa presa di consapevolezza dei compromessi imposti dalla realtà. Il romanzo Cose da pazzi di Evelina Santangelo è narrato da una prospettiva adolescenziale cui si deve spesso un effetto di straniamento, ma è soprattutto nell’epilogo che il lettore si trova di fronte a un qualcosa di diverso, di non-finito, come se la narrazione venisse, in un qualche modo, sospesa. Il repentino trasferimento di Rafael e della sua famiglia al nord, accentuerà nel protagonista una profonda confusione, una perdita del sé, sfocia nelle ultime pagine in un eccesso di rabbia, un atto di cruda violenza. Trovatosi per caso nel mezzo di una manifestazione, che tanto ricorda quelle della professoressa Rita, scaglia infatti una pietra sul viso di un coetaneo e viene posto in stato di fermo dai carabinieri. In Rafael prevale un forte senso di sradicamento, sente di non avere le condizioni necessarie per migliorare il proprio futuro, infatti la sua identità si è squassata e per questo motivo il suo gesto è un atto di protesta alla vita.

“- Come ti chiami compà?
Se l’inflessione  assomigli a quella di Nunzio o di Richi, Rafael non saprebbe dirlo. Però, quando alza automaticamente la testa, in qualche modo sa già che – se quel carabiniere dovesse tornare a chiederglielo, se solo gli dovesse dare quella possibilità -, Rafael prenderà a elencargli i suoi nomi uno dopo l’altro.
Rafael-Rodriguez-Richi-Lomunno-Russo, giù giù sino a Fiorella o Mauro o Fiamma o Stella, giù giù sino a Bianca. Che ancora non sa il suo nome”.

L’elenco dei nomi appartenuti alla sua memoria rappresentano l’importante momento in cui il protagonista prova per la prima volta il senso di appartenenza, prende coscienza di sé, quei nomi infatti sono i suoi unici punti fermi. Adesso, come ha detto Evelina Santangelo, è il suo nome che deve trovare, da restituire a tutti quei nomi. Nell’epilogo sembra non solo che i buchi non sono stati colmati, ma che sono destinati ad aumentare.

Giugno 2013

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