Lug 23

“La lucertola color smeraldo” di Evelina Santangelo

(di SALVATORE FERLITA)

Con la sua seconda fatica, La lucertola color smeraldo (Einaudi 2003), Evelina Santangelo dimostra di avere anche il fiato lungo, di saper costruire una storia complessa, collegando insieme due diversi piani narrativi. È un romanzo maturo, nel quale agisce la sapienza di una scrittura che sembra richiamare quella di un altro autore siciliano, Carmelo Samonà, per la sua precisione, icasticità e, nello stesso tempo, per un’inaspettata opacità delle parole che inquieta oltremodo il lettore. Un romanzo di formazione, viene quasi da dire, pensando per certi versi a Elio Vittorini: ma si tratta di una formazione al dolore, di un’educazione alla sofferenza e alla violenza. La tragicità della materia narrata, ossia lo stupro di una ragazzina, Irene, e il trauma di Ivan, il quale assiste alla violenza carnale rimanendo però nascosto, è come attutita, ovattata sino alla fine.

Ivan vorrebbe reagire, ma non ha la forza di ribellarsi e allontanare gli aggressori. Anzi, assistendo a quella scena, gli capita di eccitarsi. Da lì i sensi di colpa, che lo tormenteranno per lungo tempo, dei quali riuscirà a liberarsi in un abile sdoppiamento, dando vita a Vian, il suo alter ego. Ma il vero protagonista della scena dello stupro e forse di tutto il romanzo è lo sguardo di Ivan, il suo occhio che perde l’innocenza, che si macchia, facendosi carico delle colpe del mondo intero. Lo stesso occhio che ha assistito allo sventramento di una lucertola, animale innocuo in balia della cieca violenza di orde di ragazzini-cacciatori. Ma c’è il nonno di Ivan che sa come ridare la vita, che è in grado di ricucire il ventre squarciato della lucertola, che sa calarsi nei panni dei più deboli, che sa morire per rinascere a nuova vita. Ha una sua bacchetta magica, il nonno: l’armonica a bocca, strumento che ingabbia il dolore del mondo, e che lo annulla, lo allontana, quasi lo esorcizza.

La lucertola color smeraldo è un romanzo prismatico: il piano della storia narrata viene continuamente scomposto, smembrato. Gli sguardi dei protagonisti si alternano, si incontrano, i loro occhi sono come tante finestre aperte sul mondo: e solo alla fine il tutto si ricompone. Ma a prevalere, a quel punto, sarà ancora una volta lo sguardo della Santangelo, la sua capacità di scegliere un angolo di visuale inedito da cui osservare lo spettacolo insensato dell’universo. Una cosa però va detta: a tratti, come del resto capitava leggendo alcuni racconti de L’occhio cieco del mondo, si ha l’impressione che l’autrice sia troppo brava: quasi un cecchino della penna, in grado di non sbagliare mai un colpo, di centrare anche gli obiettivi più difficili, di dar conto delle situazioni più problematiche. Ma assieme a questa precisione si scorge una certa freddezza narrativa: poche volte si assiste al ribollire della materia narrativa, all’incandescenza di certi passaggi. Per il resto, c’è una temperatura glaciale, che rende algide le pagine della Santangelo, che le priva di calore ed energia. È come se l’autrice si comportasse alla stregua del nonno di Ivan: nel tentativo di ricucire il ventre lacerato dei suoi personaggi, di infondere in essi la vita, la Santangelo però spesso registra lo scacco e il fallimento di questa operazione. I protagonisti delle vicende rimangono quasi inerti, come marionette prive di fili. Se però l’autrice abbandona il suo eccessivo autocontrollo, la sua studiata freddezza, allora la pagina registra guizzi e slanci inattesi.

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