Ott 08

Il sentimento della vergogna nella figura di Moraldo

(di CLAUDIA MAGLIOZZO)

In Mandami tanta vita Di Paolo mette a confronto due personaggi che costituiscono l’uno l’antitesi dell’altro. Due vite umane, l’una di fronte all’altra senza incontrarsi mai, se non fugacemente e nel momento più improbabile: Parigi. Moraldo e Piero Gobetti, facce della medesima medaglia: l’uno frustrato e indeciso, che si presenta agli occhi del lettore schiavo di un opprimente sentimento di vergogna; l’altro fin troppo maturo e determinato per la sua giovane età, vittima della sua audacia ed esule in terra straniera. Ciò che renderà alletante la lettura del romanzo è proprio il contrasto giocato tra i due: Piero-Moraldo. Di quest’ultimo la vergogna è più che umana, come dice Leda Fonti (blog.Monteverdilegge), tanto da renderlo amabile al pubblico, con tutte le sue storture.

Questo sentimento nasce nei confronti di un contesto borghese nel quale il personaggio non si è riconosciuto, perché non ha sentito l’esigenza di identificarvisi. Come tanti protagonisti letterari della vita borghese del ‘900, non condivide il gusto di saturare le stanze con oggetti provenienti da tutto il mondo, la vana meticolosità di curare gli spazi interni e tanti altri aspetti che provocano in lui un senso di soffocamento, e che in passato l’hanno costretto a rompere un oggetto di vetro soffiato presente nella stanza che i Bovis solevano affittargli:

La verità è che Moraldo si vergogna dei Bovis. Stare in un pensionato studentesco, questo vorrebbe […] E’ passato del tempo, ma ancora un insopportabile senso di colpa lo stringe alla base del collo, se ricorda l’eccesso di rabbia con cui aveva letteralmente sbriciolato un insulso animaletto di vetro soffiato che gli pareva lo guardasse con aria di scherno, (pag 28).

E’ una condizione che tutto sommato si definisce anche in un contesto ritenuto troppo umile quale il lavoro del padre, calzolaio da una vita, causa di grandi frustrazioni per il figlio Moraldo:

Come un evento sconvolgente e nuovo, guardava il padre chinarsi ai piedi di un cliente per aiutarlo a calzare un paio di scarpe. Che cosa c’era di strano? […] Si era vergognato di suo padre, e questo era tutto […] Avrebbe dovuto confessarle […] che non era stato sincero con lei […] si era spinto a parlare di un padre impegnato a smerciare all’estero scarpe di lusso – quando invece era titolare di una semplice bottega di famiglia, (pag 21);

La stessa che lo porta ad odiare persino la comodità di calzare scarpe nuove, definendole infingarde rispetto ad un vecchio paio di scarpe comode, confortevoli e compagne di vita. Quelle che i compagni avrebbero preferito avere quando morivano di vergogna perchè le loro erano logore:

e scarpe nuove […] lui che ha potuto disporne con discreta facilità […] le ha sempre amate poco. E mentre i compagni di gioco […] arrossivano di vergogna per le suole scollate […] lui avrebbe rinunciato volentieri per riavere indietro il vecchio. Le scarpe nuove non danno confidenza ai piedi, sono infingarde […] Le scarpe consumate sono umili, fraterne, (pag 125).

La vergogna è legata anche ad un senso di frustrazione provato da chi probabilmente non è mai riuscito, forse per l’eccessiva indecisione che lo ha accompagnato a lungo e che lo porta a provare un senso di inadeguatezza, che lo fa sentire addirittura goffo e sotto l’occhio giudice di un mondo inquisitore, così da ritrarsi dalle vetrine dei negozi non appena scorge il proprio riflesso.

L’eterno indeciso. L’eterno fallito, (pag 150); Ci pensava a lungo: una vita simile non l’avrebbe forse portato via dal limbo in cui sostava?, (pag 13); Invidia la facilità con cui molti coetanei sanno dove stare, (pag 21); Si sente goffo: girare per acquisti, sostare dava nti alle vetrine […] il riflesso del suo viso, se ne ritrae. Dove si comprano l’eleganza e la disinvoltura?, (pag 41); La soluzione sarebbe perdersi in tutto questo […] fino a scomparire, non avere più un nome, una necessità, non dover essere più qualcuno […] Fino a essere niente. E che idea si sarà fatto, invece, dell’uomo sconosciuto a cui appartengono quegli abiti un pò stazzonati, tutt’altro che costosi, della biancheria e del pettinino, dei libri di filosofia, (pag 13); Poi però gli ritorna in mente il quadernetto fitto di caricature, che tiene nascoste come le tracce di un vizio, (pag 52).

A dare soddisfazione al suo animo frustrato è stata la scoperta che il giovane Piero, che tanto invidia probabilmente per la sicurezza che in fondo Moraldo stesso non ha mai avuto, o per non avergli prestato attenzione come editore, non aveva origini nobili, anzi proveniva da una famiglia umile proprio come la sua. Questo forse lo ha aiutato a sentire meno la vergogna di essere nato da un padre calzolaio che dieci o quindici volte al giorno si china ai piedi di sconosciuti per calzargli le scarpe e a riconoscere che in fondo quelle scarpe nuove, che da adolescente l’avevano sempre fatto sentire più scomodo e a disagio rispetto agli altri, gli sono state indispensabili per coprire distanze notevoli a Parigi senza farci caso.

All’eterno indeciso non può che restare il rimpianto di un qualcosa che non è riuscito secondo i piani o semplicemente il non aver fatto abbastanza:

Gli sembra di avere mancato […] un’occasione da cui sarebbe dipeso […] qualcosa di essenziale. L’unico responsabile è lui. L’etrno indeciso. L’eterno fallito, (pag 150); aver fatto finire la storia con la ragazza che leggeva Nietzsche senza un motivo valido, o meglio: non aveva lasciato nemmeno che cominciasse sul serio […] che ha sempre provato vergogna per il lavoro di suo padre, e che comunque non smercia scarpe di lusso all’estero […] Che la politica lo confonde, che invidia chi sa stare da una parte con convinzione… Che ha mandato due lettere a un editore giovane che non si è degnato di rispondergli e che per questo, a lungo, l’ha odiato, (pag 116).

Moraldo solo troppo tardi scopre di aver parlato con l’invidiato e temuto Piero Gobetti, ma quando se ne accorge è troppo tardi, è tardi per recuperare la storia fallita con Carlotta, è tardi per riallacciare i rapporti con la ragazza che leggeva Nietzche, ed è troppo tardi quando continua ad esitare davanti la portineria dell’ospedale se lasciare o meno una lettera per Piero. Ma cosa può pensare un eterno indeciso, che prova vergogna di sè e della propria famiglia, quando tutto gli è già sfuggito dalle mani, quando ha perso l’occasione più importante della sua vita?

Che cosa ho sbagliato. Che cosa non so fare. Ho sbagliato i libri? Ho sbagliato gli amici?, (pag 151).

08/10/2014

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