Ott 08

Introduzione alla lettura di Paolo di Paolo

(di DONATELLA LA MONACA)

In Scrivere è un gioco di prestigio (2010) Paolo Di Paolo ribadisce quanto sia fondamentale il dialogo reale o ideale con altri scrittori muovendo dall’assunto che la “conversazione sia una forma particolare di ermeneutica della sollecitazione, nella quale fai delle domande agli altri perché le stai facendo a te stesso” e, ancora, rileva come si senta particolarmente attratto da quegli “scrittori che hanno fatto del rapporto con il vissuto la loro chiave di indagine dell’esperienza umana”.

Ripercorrendo le fasi salienti del suo percorso narrativo, da Come un’isola. Viaggio con Lalla Romano (2006) a Raccontami la notte in cui sono nato (2008) a Dove eravate tutti (2011) sino a Mandami tanta vita (2013), sembra di accedere alle scansioni cruciali di un personale itinerario di formazione che, intorno alla centralità dello snodo adolescenza-età adulta, intesse una sorta di dialogo tra le età della vita individuale e il loro intersecarsi con lo scorrere della storia del mondo.

Ed è un cammino letterario che gradualmente si affranca dalla cifra della dimensione privata per guadagnare in tensione inventiva, raggiungendo, prima con Dove eravate tutti e ancor di più con Mandami tanta vita, la misura narrativa più felice, in cui cioè i nuclei fondanti delle sue riflessioni si incarnano nelle parabole vitali dell’”uomo sfocato” Moraldo e dell’”editore giovane” Piero Gobetti, diventati adulti nello spazio di una giovinezza diversamente declinata sullo scenario della deriva fascista degli anni Venti.

Tutto ha inizio dal ‘contatto magico’ tra Di Paolo e quella Lalla Romano che, in Come un’isola, scorta l’autore nel restituire voce alla vita rimasta sommersa di Donatella Cabiati che si rivelerà gradualmente, nel corso di questa sorta di elegia narrativa, sua insegnante al liceo scomparsa prematuramente, divorata dal cancro.

Proprio Lalla Romano, nelle pagine autoesegetiche di Perchè scrivo, così annota:

“Scoprìì che fra le cose (i luoghi e le persone) esistevano corrispondenze, ritorni; un intreccio addirittura sconvolgente. In una parola: vi riconobbi un ritmo. Seguendo il ritmo si può cogliere un tema (una storia) estraendola dalla complessità, dalla prolissità della vita; come una sonata nasce per virtù della sua forma al di sopra del frastuono del mondo. Dal ritmo nasce l’incanto del romanzo”.

Un ritmo così inteso sembra accordare l’andamento compositivo della scrittura del nostro autore che, sin da Come un’isola, inclina verso l’ascolto “dell’inafferrabile segreto delle vite altrui”, verso il “risarcimento” dall’oblio. “Si scrive anzitutto affinché qualcosa possa arrivare ad essere. Vale a dire che all’origine è il desiderio di fermare qualcosa che non sarà più deperibile” chiosa, ancora, la Romano e la sua eco rimeditata risuona nelle ragioni che sottentrano all'”urgenza di scrivere”, svelate dalla voce narrante di Come un’isola:

Ti racconto perché tu viva[…]Cominciavo a convincermi che fosse questa l’unica reale immortalità possibile. Se avessi dovuto scrivere un libro doveva restituire qualcosa a qualcuno o qualcosa di me a me stesso. Doveva essere un’operazione di salvataggio. Di me stesso, per cominciare. Di me com’ero a sette anni, di tutti i me-morti che mi porto dietro e dentro.

Si snoda da qui il filo rosso che sospinge Di Paolo ad “attendere da quegli inventari di imperfetti che sono i libri, le cose, le persone, il loro senso, la vita insomma”, soprattutto quella che è trascorsa o sta scorrendo via.

Raccontami la notte in cui sono nato, il titolo del romanzo del 2008, è la sfida estrema della letteratura è, come recita in voluto accordo l’epigrafe di George Perec posta in calce al testo, “cercare meticolosamente di trattenere qualcosa, di far sopravvivere qualcosa: strappare qualche briciola precisa al vuoto che si scava, lasciare, da qualche parte, un solco, una traccia, un marchio o qualche segno”.

La vena narrativa di Di Paolo si modula, da Come un’isola a Raccontami la notte in cui sono nato, su una sorta di continuità meditativa, quasi delineasse l’autobiografia di un’iniziazione all’’invenzione che subentra già, in Dove eravate tutti, con il racconto dell'”adolescente invecchiato” Italo Tramontana la cui dimensione privata viene scandita dalla storia pubblica, dal rapporto generazionale, da un presente troppo spesso “inerme, convinto di niente” che però la scrittura non smette mai di indagare, sempre sostenuta dalla spinta etica, pur nelle contraddizioni, nei disincanti. Si realizza nel romanzo del 2010 l’ambizione, che Di Paolo evoca in Come un’isola ricordando Enzo Siciliano, a “fare vero un io”, sia che venga dato corpo al protagonista di un romanzo, sia che “mescolando la storia pubblica con quella intima, si finisca col tracciare percorsi, possibilità del racconto autobiografico”. Si invera nell’invenzione narrativa di Di Paolo una tensione autobiografica “che procede per approssimazioni, che risponde ad un’ostinata volontà di capire, a una scrittura intesa come forma e mezzo di conoscenza”, per impiegare le parole che lo stesso scrittore spende per l’ Amorosa inchiesta di Raffaele La Capria, tra i ‘maestri’, interlocutori elettivi delle sue “conversazioni”.

Ai libri si attinge e nei libri si riversa la libertà conoscitiva della scrittura e, così inteso, anche Mandami tanta vita è una sorta di “amorosa inchiesta” sul rapporto tra presente e passato, sul “sempre” della giovinezza, su tutti i temi dall’esordio ricorrenti nella riflessione dell’autore. Nell’ancoraggio alla storia, nella forza testimoniale del documento ma, soprattutto nel loro scioglimento nell’invenzione, Paolo Di Paolo realizza, in un delicato equilibrio narrativo, l'”urgenza della scrittura come nodo tra l’esperienza e la riflessione che la distanzia, che la accerta”.

30/09/2014

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