Ott 08

Piero Gobetti e Vittorio Alfieri due uomini mossi dallo stesso “forte sentire”

(di ALESSANDRO IACONO)

Mandami tanta Vita, romanzo di Paolo Di Paolo, narra della storia di Moraldo giovane studente arrivato a Torino per una sessione d’esami e di Piero Gobetti, giovane rivoluzionario liberale che a soli ventiquattro anni ha già fondato riviste, una casa editrice e combatte con lucidità la deriva autoritaria fascista del paese. La storia si svolge a Torino intorno agli anni venti ed in particolare nel 1926 quando Piero Gobetti, fuggito dall’Italia a causa della pressione fascista nei suoi confronti, per una brutta bronchite muore in una clinica parigina. In particolare, prendendo in considerazione la figura di Piero Gobetti, che è il protagonista del romanzo, possiamo affermare che, infaticabile studioso e attivista politico, era mosso da un profondo desiderio di libertà legato ad un desiderio altrettanto profondo di “affezione a sé” nell’ascolto delle proprie aspirazioni di conoscenza, di felicità e di libertà. Paolo di Paolo nel delineare la sua figura scrive che per lui ancora tredicenne:

aprire Alfieri era stato come spalancare il cranio ad un’invasione di gabbiani, aggressivi, sbruffoni: nei loro gridi leggeva ideali che un giorno avrebbe forse potuto conquistare, nella geometria del volo l’area immensurabile della libertà. (p.49)

E proprio Vittorio Alfieri, con il suo forte sentire, con il suo forte volere e con la sua forte passione per la libertà, era stato per Gobetti un modello, un punto di riferimento, tanto che nel 1922, laureandosi presso l’Università di Torino, l’oggetto della sua tesi era stato proprio L’Uomo Alfieri. Prendere in considerazione la figura di Gobetti, quindi, per Di Paolo è stato come guardare alla figura di Alfieri, confermata anche dalla scoperta che una delle prime letture del giovane torinese era stata proprio la Vita di Alfieri. Così l’accostamento delle due personalità, indomite e mosse da un profondo “amor di se stesso” che li spingeva ad agire e ad arricchire la propria vita con la ricerca del vero e della bellezza, è stato naturale. Leggendo infatti l’introduzione che Alfieri scrisse per la sua autobiografia Vita apprendiamo che “l’amore a se” non era soltanto un programma artistico letterario, ma era anche una vera e propria filosofia di vita:

il parlare, e molto più lo scrivere di se stesso, nasce senza alcun dubbio dal molto amor di se stesso […] Io perciò ingenuamente confesso, che allo stender la mia propria vita inducevami, misto forse ad alcune altre ragioni, ma vie più gagliarda di ogni altra l’amore di me medesimo; quel dono cioè, che la natura in maggiore o minore dose concede agli uomini tutti; […] Ed è questo dono una preziosissima cosa: poiché da esso ogni alto operare dell’uomo proviene, allor quando all’amor di se stesso congiunge una ragionata cognizione dei propri suoi mezzi, ed un illuminato trasporto pel vero ed il bello, che non son se non uno. (p.3)

Interesse per il vero e il bello, che come racconta Di Paolo, Gobetti manifestava con instancabile determinazione e costanza. Ma questa passione interiore che è prima di tutto esigenza di libertà si risolve anche in un impegno politico di lotta alfieriana contro il “tiranno”, cioè contro il regime fascista. Nello scrivere di Gobetti, l’autore dimostra di essere a conoscenza dei numerosi scritti storici, letterari e filosofici oltre che giornalistici del giovane torinese. In particolare nel delinearne la personalità egli pare si sia servito della sua tesi di laurea. Infatti nel romanzo sono presenti passi dove si può leggere tra le righe la presenza di ciò che Gobetti scriveva di Alfieri per quanto riguarda la filosofia dell’agire e del volere e per quanto riguarda la morale e la metafisica della libertà. Gobetti parlando di Alfieri e riportando alcune sue frasi scriveva:

il centro vero del pensiero alfieriano […] sta nel concetto di volontà. La sua volontà è il momento della luce volitiva che balza direttamente da una crisi della volontà perpetuamente riprodotta. […] Alfieri ‹‹indomita, impetuosa indole›› agisce perché non ha una fede. L’ideale non illumina dall’esterno, rimanendo in alto inafferrabile, ma sorge dall’azione, sta nella disperazione stessa con cui accettando l’ineluttabile coscientemente, rinunciando fermamente ad ogni illusione e falsità, nata soltanto da debolezza ed egoismo, si ritrova il criterio austero della solitudine.[…] Nel Principe, chiarendo le premesse della virtù sconosciuta, l’Alfieri così definisce […] l’assoluta individualità del volere che egli chiama impulso naturale: ‹‹ è questo impulso un bollore di cuore e di mente, per cui non si trova pace, né loco, una sete insaziabile di ben fare e di gloria; un reputar sempre nulla il già fatto e tutto il da farsi, senza però mai dal proposto rimuoversi; un infiammata e assoluta voglia e necessità, o di essere primo fra gli ottimi, o di non esser nulla››. (pp. 125-126)

Nel romanzo Di Paolo fa rivivere un Gobetti che in tutto ciò che faceva era mosso da una tale indomita volontà, non solo nei momenti di svago con gli amici e nei momenti di studio ma anche nei momenti drammatici quando negli ultimi giorni parigini le sue condizioni di salute si stavano aggravando. Alcuni esempi di tale indomita volontà che possiamo prendere in considerazione nel romanzo sono relativi proprio a questi tre momenti ricordati. Con gli amici, infatti era solito dire:

-Sentite, io adesso faccio un salto e vado di là dal Po. Per un attimo ci ho creduto, gli rideva dietro Carlo, il massiccio Carlo. In realtà, aveva un’aria allarmata. Bisogna volere le cose Carlo, bisogna volerle fino in fondo. Non era questa volontà imperiosa, smisurata a farli saltare come grilli? (p. 73)

Oppure, quando era immerso nei suoi studi, era solito reagire così alle parole della giovane moglie Ada che gli consigliava di riposarsi:

Lui comunque si lagnava di avere fatto troppo poco, quando all’ottava ora di studio diceva di avere qualche preoccupazione per gli occhi- ma penso che quando li avrò abituati a non cedere mai, come sto facendo, rimarranno anche loro tranquilli. (p. 90)

Infine, negli ultimissimi giorni di vita, troviamo un Gobetti che ormai ammalato smania dalla voglia di rimettersi a lavoro e riprendere in mano la sua vita:

l’idea di essere inoperoso da giorni lo inqueta più di tutto È Lunedì, sono a Parigi, ma da quando sono qui non ho concluso niente.[…]. È stanco, si. Ma è convinto che lo sarebbe meno, se potesse riprendersi i suoi giorni, il lavoro, se risolvesse la questione dell’alloggio, per poter finalmente chiamare Ada e Paolo, dirgli È tutto pronto, venite, la nostra vita ricomincia qui. (p. 142)

Nel romanzo, Gobetti, è proprio nei momenti di maggiore difficoltà che mostra la sua anima indomita e sempre pronta a reagire. Per lui la malattia, altro non è che ‹‹una distrazione, un cedimento››, un momento dove l’unico sentimento possibile è “l’urgenza” di ritornare a lavoro e portare avanti le profonde aspirazioni di libertà e di azione:

Ammalarsi non è che una nostra distrazione, un cedimento. Se stessimo sempre all’erta, se non ci distraessimo mai, forse non ci ammaleremmo. Forse è solo per distrazione che moriamo.[…] non vede l’ora di ritornare a lavoro, di ritrovare i fusti di piombo che portano i caratteri pronti a inchiostrarsi, a diventare sillabe, parole, per esempio Rivoluzione e farla diventare il nome di un giornale […] e mettere insieme parole, per esempio Come combattere il fascismo e farle diventare un titolo di quel giornale, mettere insieme parole e farle diventare frasi, per esempio nella battaglia di oggi sono impegnati gravi destini, mettere insieme frasi, e farle diventare idee, per esempio l’uomo di libri e di scienza cercherà dunque di tenere lontane le tenebre del nuovo Medioevo continuando a lavorare come se fosse in un mondo civile. (p. 108)

Quest’ultimo esempio richiama senza dubbio ciò che il giovane editore torinese aveva scritto, sempre a proposito di Alfieri, nella sua tesi di laurea e cioè che:

era figlio caratteristico del suo tempo per la sua inquietudine avventurosa e per la disperata necessità di polemica contro le autorità costituite, i dogmi fatti, le tirannie religiose e politiche. Ci ha lasciato il più generoso esempio di resistenza intellettuale attiva contro le oppressioni politiche, resistenza dell’individuo solo che non è vinto già per il fatto di sentirsi spiritualmente più alto del tiranno. (p. 73)

Da questi esempi emerge che Di Paolo nel dare forma al suo personaggio, abbia tenuto presente il modello di Alfieri, ricostruendo così la personalità e il vissuto proprio a partire da quello che Alfieri era per Gobetti, modello di uomo libero, infaticabile e desideroso di seguire alti ideali, prima tra tutti la libertà, la libertà di non essere schiavi di nulla e di essere sempre fedeli al proprio “forte sentire” perché la libertà era per Alfieri: ‹‹il coefficiente primo della personalità: non si è uomini se non si è liberi›› (p. 127), così come per Gobetti la volontà, la concentrazione e l’impegno erano sufficienti ‹‹per non essere schiavi di niente››. (p. 106)

08/10/2014

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