Set 26

“Destroy” di Isabella Santacroce

(di CRISTIANO GIGLIO)

La peculiarità tematica di Destroy, il secondo romanzo di Isabella Santacroce pubblicato nel 1996, consiste nella rappresentazione di un disordine emotivo, prettamente giovanile, attraverso continui riferimenti al mondo delle merci e dei mass media. Nella quasi totalità degli ottantadue brevi paragrafi che compongono il romanzo sono presenti  oggetti, nomi di marchi, titoli di canzoni, film, libri, che costituiscono un vero e proprio bagaglio, tanto espressivo quanto emozionale, del quale la Santacroce sceglie di dotare la giovane Misty. Un flusso ininterrotto di riferimenti culturali di massa (e non solo) che  segna una completa adesione del romanzo al pulp. Proprio a causa di questa invadente caratteristica non sono mancate voci critiche che hanno letto l’opera come un affannoso esercizio di stile, in ottemperanza ai canoni alla moda, trascurando la portata tematica che proprio questo effluvio di riferimenti comporta.

Le azioni e i pensieri della protagonista appaiono sempre orientati alla sovversione delle convenzioni borghesi, in tal senso le merci e la cultura giovanile divengono simbolo di quel mondo avverso o, al contrario, fonte di consolazione e rifugio in cui la giovane cerca riparo da una realtà al collasso, proprio perché ridotta a mero consumo. Il branding, ossia l’ossessiva presenza di nomi di marchi pubblicitari,  caratteristica comune a molte scritture cannibali, cessa così d’essere nell’opera della Santacroce unicamente uno strumento stilistico, funzionale a circoscrivere abitudini linguistiche e mode giovanili. Ma siamo oltre la canonica (e alquanto prevedibile) riottosità da giovani freaks ribelli. Se nel romanzo d’esordio, Fluo, la bipartizione delle immagini e delle merci sottolinea in maniera netta la differente estrazione sociale, oltre che generazionale, in Destroy questa differenziazione nell’ambito delle merci si fa più labile, segno di uno scarto percettivo che rende Misty consapevole del proprio valore di scambio e quindi merce essa stessa. Segnale di questa rabbiosa presa di coscienza non è soltanto il fatto che la protagonista sia una prostituta, l’autrice infatti fornisce sin da subito una spia inequivocabile: Misty è un nome parlante che qualifica il personaggio ancor prima delle sue azioni. Ottenuto dall’aggettivazione del sostantivo inglese mist, traducibile come foschia o appannamento, indica qualcosa di poco chiaro, indefinito e intangibile. Sembra venir meno non solo l’identità della giovane, alla quale non bastano più il linguaggio e il vestire eccessivo per esibire la propria alterità, ma anche l’identificazione certa del destinatario della sua continua ansia di distruzione. Misty è merce tra le merci, osserva la realtà dalla stessa specula tanto deplorata dell’iper consumismo e si fa scegliere “come un paio di Nike più interessanti di altre” (Destroy. p. 9). Ne consegue un uso spregiudicato del branding, svincolato da ogni presa di posizione ideologica.

Una scelta che per molti versi richiama il romanzo che pioneristicamente e con forza dissacrante ha coniugato il tema del consumismo e quello della violenza, attraverso un uso ossessivo del branding, ovvero American Psycho, il secondo e più controverso romanzo dello scrittore statunitense Bret Easton Ellis. Scritto al termine degli anni Ottanta e pubblicato in Italia nel 1991, è considerato da buona parte della critica uno dei testi ispiratori dell’ondata cannibale (cfr. Elisabetta Mondello, In principio fu Tondelli). Annoverando il titolo tra le letture della protagonista di Fluo (cfr. Fluo, p.54), la scrittrice dimostra d’aver assimilato quella particolare cifra stilistica che pervade i suoi primi due romanzi. Attraverso lunghi ed estenuanti elenchi di marchi e capi d’abbigliamento, rigorosamente denominati a partire dal brand, i due autori fanno del corpo dei loro personaggi il territorio privilegiato su cui questa mercificazione scava un abisso di solitudine e deflagrazioni violente.

In Destroy l’abuso smodato di sostanze stupefacenti, da un lato registra quell’incapacità di adattamento che condanna i soggetti ai margini come Misty, dall’altro rimanda ancora una volta al branding e al bagaglio di riferimenti culturali dell’autrice. Le droghe sintetiche denominate nel romanzo sono infatti inesistenti, ad eccezione dello shaboo: “Violence Jack vol. 1” (Destroy, p. 26), “Galaxy Express 999” (Destroy, p. 26), “Beta Kappa” (Destroy, p. 35), “Gore 3941” (Destroy, p. 54) sono tutti dei titoli di manga e anime giapponesi. La presenza di un elemento legato al mondo della cultura giovanile, quale il mondo dei fumetti e dei cartoni animati, non ha in questo caso né la funzione esplicita di definire la sfera di interessi del personaggio, né tenta di stabilire un legame empatico con l’orizzonte estetico di un pubblico  di lettori giovane, in grado di riconoscersi negli stessi consumi culturali. Sembrerebbe allora lecito leggere questi riferimenti come un  tentativo estremo da parte dell’autrice di produrre straniamento, o di voler rendere il non senso dello sguardo distorto di una tossicodipendente. Si può tuttavia avanzare una terza chiave di lettura sul valore simbolico che le droghe assumono nel testo, il cui significato è imprescindibile dal contenuto dei titoli proposti.

Da una lettura più approfondita emerge che i fumetti e i cartoni animati citati nel testo appartengono tutti al genere fantascientifico, molto in voga nel periodo a cavallo tra gli anni ’70 e gli anni ’80. Anni in cui è possibile collocare la prima infanzia tanto dell’autrice, quanto della protagonista del romanzo. È questo un dato che suggerisce l’implicita volontà di decostruire il reale, in cui l’abuso di droga è sintomatico di uno stato di prostrazione, e ricondurlo al lido consolatorio dell’infanzia. Siamo nel novero di quei riferimenti a cui l’autrice attribuisce valore salvifico e consolatorio: droga e fumetti si sovrappongono e diventano un strumento di resistenza a cui  ricorrere per opporsi al reale, trasfigurandolo. Misty inala, ingoia e si inietta frammenti di un mondo immaginifico in cui l’incanto dell’infanzia, anche se solo evocato dai nomi, coincide con un atto fondamentalmente autolesionista.Sempre qualificabile come mezzo salvifico all’interno dei consumi culturali tirati in ballo dall’autrice, ma di portata opposta a quella trasfigurante dei manga, è la musica. La sua presenza continua, espressa attraverso la citazione a gruppi e brani musicali, lo rende il mezzo privilegiato attraverso cui cogliere l’universo emozionale della protagonista. Mentre le droghe citate suggeriscono, grazie ad una denominazione mutuata dal fumetto, un bisogno di evasione infantile, la musica rock testimonia un intimo anelito all’autodistruzione. Per capire in che modo questa ossessiva colonna sonora sia al contempo salvifica e fatale per la giovane protagonista, è opportuno inquadrare il genere rock scelto dall’autrice: il grunge. Sorto negli Stati Uniti alla fine degli anni ’80, raggiunge la massima popolarità anche in Italia nella prima metà del decennio successivo. È il genere che in quegl’anni si impone non solo come moda giovanile, ma anche come il movimento per eccellenza della pulsione suicida.  L’autrice riccionese dimostrerà ancor più il suo legame a questo genere curando la traduzione italiana di alcuni testi di due dei suoi gruppi più celebri, i Nirvana e le Hole, dopo pochi anni dalla pubblicazione di Destroy. Capire quel clima, in cui imperativo d’obbligo sembrava essere il nichilismo più abulico e indolente, impone di leggere i riferimenti musicali come sottotesto imprescindibile del disagio di Misty, quando ancora, rivolgendosi al lettore, lo invita all’ascolto:

Vorrei che Courtney Love fosse mia amica e che mi cantasse tutte le sere Doll Parts, stesa in sottoveste nel suo letto. Vorrei che ascoltaste Doll Parts mentre leggete quello che voglio scrivere, seduti per terra con la sua voce vicina (Isabella Santacroce, Destroy, cit., p. 21).

È un brano che ben si presta nel mettere in rilievo la funzione ambivalente delle citazioni musicali: da una parte viene evocata un’immagine nota, che appartenendo ai miti musicali della giovane ha potere rassicurante in uno stato di smarrimento. Dall’altro questo stesso effetto lenitivo viene annullato dal testo della canzone, in cui con voce roca e strascicata la cantante si paragona ad una bambola disarticolata e fatta a pezzi. In tutti i punti in cui vengono citati brani, band musicali e cantanti, autori di veri e propri inni all’autodistruzione, non si legge alcun dichiarato senso d’angoscia o di rassegnazione da parte della voce narrante. La protagonista assume in se quell’emotività propria del grunge che guarda con favore alla completa deriva. Una posizione di rilievo è pertanto riservata al paragrafo che mutua il titolo da una verso citato già in epigrafe, the world is a vampire:

Il mondo è un vampiro che cerca il tuo collo.
“Alla nostra amicizia”
Avviciniamo i bicchieri e beviamo affamate per poi sputarci tutto addosso e questo ci diverte. Il non senso ha i suoi lati interessanti, l’inedito affascina come può affascinare la vicinanza di una folle carica di agende dalle pagine bianche.[…] Chiamo il cameriere. “Sarebbe così carino da farci ascoltare questo cd? È il nostro compleanno e per noi è importante ascoltarlo qui, adesso.” Accetta e gli Smashing arrivano acidi e quando Billy Corgan urla: “The world is a vampire…” brindiamo nuovamente perché su questo siamo tutte d’accordo e devo veramente usare la parte più affilata della lama sul mio polso e implorare Bali di succhiare il mio sangue per non piangere (Isabella Santacroce, Destroy, cit., p. 75).

Il paragrafo si colloca in un punto chiave della narrazione e segnala una svolta nella trama: da questo momento Misty abbandonerà il nucleo di amicizie a cui era legata dal suo arrivo nella capitale inglese e proverà a prostituirsi vendendo il suo corpo, cedendo completamente  al quel mondo vampiro in cui la sua ricerca di affetti autentici sembra destinata a rimanere irrealizzata. Quel verso diventa il motto che riassume la condizione di chi, come la protagonista e le sue compagne coinvolte nel banchetto, guarda all’abisso con l’estrema consapevolezza che una via di salvezza è impraticabile. È preferibile allora abbandonarsi ad una vera e propria libidine del non senso, invocato dalla giovane, espressa nel gesto autolesionista ed evocata nell’immagine della folle carica di agende bianche

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