Set 28

Il senso della Storia nella tetralogia della Ferrante

(Approfondimenti degli studenti. GIUSEPPE DI GESU‘ e FRANCESCO GUARINO)

Cinema, letteratura, politica, agitazioni e modificazioni perpetue, segni della società dei consumi: il disegno storico che tratteggia Elena Ferrante nella sua tetralogia più che a un lineare ricostruirsi e delinearsi di accadimenti in stretta continuità tra loro, rassomiglia a un vasto mosaico le cui tessere, pur nelle loro differenti cromature, si assemblano e si accompagnano l’una all’altra.
Del complesso viaggio nella memoria collettiva affidato alla Elena- Virgilio non manca di renderci edotti la stessa protagonista, seppure in passaggi narrativi distanti, temporalmente e logicamente, tra loro; dichiara da subito la difficoltà di definire ciò che è Storia e l’impossibilità, o quasi, dell’attribuire agli eventi un carattere teleologico:

Invece lei ,al suo modo solito, ne fu attraversata e modificata, tanto che fino alla fine dell’estate mi ossessionò con un unico concetto per me abbastanza insopportabile. Uso la lingua di oggi e provo a riassumere così :non ci sono gesti, parole, sospiri che non contengano la somma di tutti i crimini che hanno commesso e commettono gli esseri umani.

Come più avanti nel racconto, ripercorrendo la stagione sociale e politica degli anni ’70, definisce “matassa italiana ingarbugliatissima” (p. 1096) il susseguirsi di fatti ed eventi di una stagione sociale e politica, che ha portato al suo interno le più alte istanze di cambiamento e inveramento sociale, sistematicamente abortire, di volta in volta, per mano di stragisti di stato, manovalanza fascista e mallaffare endemico. Un dispiegarsi della violenza a tutti i livelli che rende insopportabile la rievocazione di quegli anni e dei suoi picchi tragici, date scolpite nella memoria collettiva che la Ferrante con abile maestria si diverte spesso solo ad accennare, quasi distrattamente, in modo inversamente proporzionale alla loro portata. Una indicibilità del male che ricorre frequentemente: basti pensare alla laconicità  riservata ad eventi come la strage alla banca dell’Agricoltura di Milano del 12 dicembre 1969: “Quando saltò per aria la Banca dell’agricoltura mi trovavo a Milano… ma non mi allarmai non ebbi foschi presagiaggiungendo subito doponoi due eravamo l’unica realtà durevole, io visibile e lui per ora invisibile” (p. 1045).  E ancora al ricordo, affidato a poche righe, affidato a poche righe, della strage per vile mano fascista, del treno Italicus (3-4 Agosto 1974) che nella memoria di Elena funge da sponda al ricordo dell’esecuzione rossa di Bruno “Fu Pietro, un sabato, a individuare nella folla di titoli dedicati per giorni alla bomba fascista sull’Italicus una notizia breve sul Corriere Della Sera che riguardava una piccola fabbrica alla periferia di Napoli” (p.1122). Un’indicibilità che si affianca a un’estraneità atavica alle faccende di carattere più generale che Elenarievoca e non manca di associare al rione e ai suoi abitanti, in cui la violenza non sconvolge, bensì costituisce la cifra della storicità e dell’ appartenenza al mondo. Una irredimibilità di cui subito la giovane Elena ravvisa,appena tredicenne, gli aspetti più profondi, la notte di fine anno del 1958: “Se ci sarà una guerra civile, pensai, come quella tra Romolo e Remo, tra Mario e Silla, tra Cesare e Pompeo, loro avranno queste stesse facce, avranno questi stessi sguardi, queste stesse pose”. Un’impossibilità a fuggire da ciò che è sempre stato, dunque e che è destinato a ripresentarsi seppure in forme e volti diversi.

La Ferrante affida così ai personaggi del racconto il compito di portare in scena valori e storture dell’Italia di quegli anni. Pasquale e Nadia sono forse i personaggi più tragicamente avviluppati in questa contraddizione: seppure non sovrapponibili per ferocia e cinismo alle figure conniventi con le insorgenze neofasciste, dai fratelli Solara a Bruno Soccavo, ne riproducono tuttavia l’arroganza e la sciatteria spacciate per sicurezza ed emancipazione dei costumi. Numerose ed evidenti le contraddizioni dei due, che spesso rischiano di incorrere in una visione schematica e impoverita della scelta intrapresa, nella realtà storica di quegli anni, da migliaia di militanti rivoluzionari: “recitava la parte solita di chi sa tutto su come funziona il mondo capitalista e anticapitalista” ; e ancora, poco dopo: “attaccò col suo formulario politico: la condizione operaia al Sud, lo stato di servitù in cui ci si trovava, il ricatto permanente, la fiacchezza se non l’assenza dei sindacati, la necessità di forzare le situazioni e arrivare alla lotta” (p. 921). Con la figura di Nadia si è ancora più sprezzanti, non solo riducendo l’impegno politico di lei a un velleitarismo piccolo borghese, ma caricando la sua figura di quella ipocrisia borghese sempre troppo poco durevole: l’incontro a casa di Elena con  Pasquale e la Galiani è lo scenario in cui si rivela la natura ,autenticamente politica, della giovane: “Siete due pezzi di merda che niente può cambiare, due esemplari di feccia sottoproletaria” (p. 1099).

Caratteri che stranamente sfuggono all’abile capacità della scrittrice di sottrarsi a  facili stereotipi e alle ordinari narrazioni su quegli anni ,e che stridono ancor di più se raffrontati con il fenomeno che si diede a cavallo tra il decennio dei ’60 e dei’70: la politicizzazione e l’acculturamento di migliaia di detenuti comuni sulla scia dell’incontro in carcere con i militanti rivoluzionari.

Né meno investite di critiche sono le figure che fanno della  cultura e della cronaca storica, semplice strumento di conversazione autoreferenziale ed egocentrica. Qui la Ferrante si rivela abilissima nel dare una forma scritta alla sterilità dei discorsi intorno a questioni di ordine sociale e politico che si consumano in scenari della media borghesia napoletana e toscana: il vorticoso elenco di fatti e vicende, centro della serata nella terrazza della professoressa Galiani, del tutto privi di profondità critica, svilito e reso merce di scambio tra i commensali, che pure così colti sono altrettanto inumani, come emerge dal rifiuto di conoscere Lila: “erano suoni senza significato…Sartre è pessimista, Saragat, Nenni, Danilo Dolci etc.” Un vaniloquio intellettualoide che viene sottilmente  esecrato. Stessa sorte sembra spettare al serrato dialogo tra Mariarosa Airota e il padre, anticamera e emblema di una frattura tra padri e figli, che vede nel 1968 il suo irrisolto. Irrisolto Irrisolto che si manifesta esemplarmente nel personaggio di Nino, la cui prostituzione intellettuale è figlia dell’opportunismo e dell’ambizione personale, veri (dis)valori aggiunti rispetto alla generazione precedente.

Una generazione, quella di cui Sarratore è la più efficace rappresentazione, ossessionata dal mutare pelle rispetto ai padri, ma che si limita alla camaleonticità di maniera; una parabola simile a quella degli schiavi cui veniva tatuato sulla nuca un codice cifrato: inconsapevoli del contenuto ma impossibilitati nel non portarselo dietro come destinazione. Un’estranea, ma ineluttabile, familiarità, una circolarità vichiana che l’io narrante evoca con maggiore consapevolezza, proprio quando il ruolo di madre la investe in tutta la sua prepotenza. “La nuova carne viva ripeteva la vecchia per gioco, eravamo una catena di ombre che andava da sempre in scena con la stessa carica di amore, di odio, di voglie e di violenza” (p.1103). Qualsiasi redenzione è così preclusa a un’umanità soggiogata dall’unico vero motore della Storia: la violenza. Una violenza che si dispiega in tutte le forme attinenti all’umano: i rapporti, e qui come non pensare allo schiaffo che il pur mite e democratico Pietro Airota infligge alla moglie, piuttosto che ai deboli veli di Maya che sottendono le velenose relazioni familiari e domestiche,  e ancora i paesaggi plumbei e terrei o anonimi e all’apparenza placidi, rispettivamente di Napoli, Pisa e Firenze. Sino ad arrivare al linguaggio, l’episteme dell’  estraneità umana: “La lingua stessa, infatti, era diventata un segno di estraneità” (p. 786). Un ordine del discorso in cui seppure sputandoci sopra, la Ferrante sembra dare ragione proprio al Marx allievo di Hegel e alla sua violenza levatrice della storia umana.

Eppure questa constatazione del divenire ciclico si affianca nel procedere del romanzo a un compiersi delle cose che ne rivolge e ridefinisce costantemente il senso. Non è mai una presa d’atto che si arena nell’impossibilità del vivere, ma che attinge a diverse forme di resistenza che di volta in volta si presentano nel racconto: Melina-Didone, la giovane vedova che si rifugia nella follia per sfuggire allo squallore di una città senza amore, una figura che racchiude la sofferenza e allo stesso tempo un profondo slancio vitalistico, antidoto al deserto umano che si palesa nella quotidianità del rione e forse il personaggio più letteralizzato ed estraneo al senso del tempo di tutta la tetralogia.

Se la genealogia dei rivolgimenti sociali, politici e di costume si presenta in modo più che esplicito lungo tutta la tetralogia, nella quale l’autrice si avvale anche di un costante uso di segni e spie, che connotano il mutare della società , dei costumi nell’ Italia del dopoguerra. Segni che barthesianamente costituiscono i miti su cui si sarebbe andata a costituire la società dei consumi dei primi anni’60.

Miti e segni di breve durata, pronti a essere sostituiti da altri più lucenti ed efficienti; basti pensare al confronto tra la Millecento dei Solara, nata obsoleta, e la macchina di Stefano, fonte di meraviglia e sorpresa come spetta a tutto ciò che debutta sulla scena del mondo: “Vidi da lontano una sorta di macchia rossa che irraggiava luce…Una macchina da gran signori, niente a che vedere col Millecento dei Solara” (p. 238). Rientra in questa operazione silenziosa la minuziosa descrizione delle nuove attività produttive all’interno del rione che prendono lo spazio dell’artigianato al tramonto; passaggio di consegne che porta con sé oltre a un nuovo sistema produttivo anche l’inedita necessità dell’affermazione di sé, del proprio nome agli occhi della comunità. “La calzoleria, che non aveva mai avuto insegna, ora esponeva in cima alla vecchia porta una specie di targa con la scritta: Cerullo” (p. 275).

Ecco i prodromi dell’edonismo che culminerà nella stagione dei baby boomers degli anni’80. Un mutamento socioantropologico che investe gli spazi e le vite dei personaggi: l’attività diviene il fulcro del vivere quotidiano, il metronomo dell’esistenza consacrata alla produttività. La controra, usanza arcaica presente nelle prime pagine, esce immediatamente di scena,schiacciata dalla frenesia dei nuovi tempi. Arrivando alla fabbrica, dove Lila a dispetto di tutti gli altri riesce a sottrarre alla vuota verbosità dei militonti ferrantiani , parole come teoria e prassi, e in cui, forse, la densità narrativa del racconto tocca il suo apice. Alla costruzione del nuovo spirito nazionale concorre, inevitabilmente, l’industria dello spettacolo e i suoi divi: Randolph Scott, divo americano degli anni’50 rassomiglia così a Fernando, il padre di Lila, piuttosto che Rossano Brazzi, insuperabile termine di paragone estetico al tramonto degli anni’50. E poi numerosissime le pellicole e le letture che concorrono al welteschaung personale e collettivo dei protagonisti, letture di cui l’io narrante non manca mai di sottolineare la fondante importanza nello sviluppo di curiosità, interrogativi e capacità, talvolta ancor più degli eventi storici. La Ferrante sembra così suggerire l’ importanza del libro come snodo di un’ intera esistenza. L’unico segno tra l’altro che precede e accompagna l’esperienza umana dai suoi albori:la parola, scritta o orale che sia è la più fedele sopravvivenza, il lasciapassare all’eterno in un mondo,quello della Ferrante, popolato da ombre.

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