Ott 02

L’amica geniale: la smarginatura

(di SOFIA LIBRIZZI)

Nella tetralogia dell’amica geniale  troviamo spesso il termine smarginatura e anche nel caso in cui questo non sia esplicitamente citato, si tratta di un tema di fondo che si presenta continuamente e in diverse accezioni. Vi sono numerosissimi termini riguardanti il perdere i margini, i limiti e il personaggio a cui attribuiamo la definizione di smarginatura è Lila, e sebbene questa sia l’unica che ne teme e comprende a pieno le conseguenze, tutti i personaggi del romanzo sono soggetti ad essa. Nel primo episodio in cui Elena scrive quanto Lila le ha riferito riguardo la smarginatura questa non si presenta  solo come un azzerarsi della persona, della fisionomia, dei tratti e perdita dei margini ma come, al contempo, una fusione panica con il tutto, un perdersi dentro un magma, termine che esprime per eccellenza la fusione di tutto il materiale che in esso è presente, una partecipazione al caos circostante, con, e sono queste parole dell’autrice, “la luna che perde i suoi contorni per divenire materia grezza insensata, con la massa nerissima del temporale, con esplosioni violentissime, gelo, fumi e odore violento dello zolfo”.  Smarginatura come emozione violentissima che coinvolge tutti i sensi, smarginatura come coscienza del tutto e del nulla, dell’inconsistenza del nostro essere e del nostro vivere. Smarginatura che ci consente di vedere oltre, in profondità. “La guardavo dalla finestra, sentivo che la sua forma precedente s’era rotta e ripensavo a quel brano bellissimo della letteratura, al rame crepato e accartocciato”. Lila, avendo ormai provato e compreso appieno la smarginatura, diviene il soggetto che più spesso da questa è travolto, o forse lo sarebbe comunque stato, per la natura di Lila stessa, a causa del suo infiammarsi e appassionarsi, per la smania di perfezione che la prende in tutto ciò che fa, le scarpe, il nuoto, i calcolatori, a causa del suo continuo modificarsi, rompersi e ricostruirsi, in quanto chi vive intensamente sente, in modo altrettanto intenso, quanto questo comporta.

All’improvviso mi sembrò di essere vissuta con una sorta di limitazione delle sguardo: come se fossi in grado di mettere a fuoco solo noi ragazze[…]In quell’occasione, invece, vidi nitidamente le madri di famiglia del rione vecchio.[…]Tuttavia parevano aver perso i connotati femminili[…]Erano state mangiate dal corpo dei mariti, dei padri, dei fratelli, a cui finivano sempre più per assomigliare, o per le fatiche o per l’arrivo della vecchiaia, della malattia.[…]E tutto ciò che stavo imparando a scuola si sarebbe disciolto, il rione sarebbe tornato a prevalere, le cadenze, i modi, tutto si sarebbe confuso in una nota nerastra[…]Mi ricordai di Lila quando raccontava a noi bambine l’omicidio, il sangue lungo la pentola di rame, e sosteneva che l’assassino di Don Achille non era un uomo ma una donna, come se avesse sentito e visto, nel racconto che ci faceva, la forma di un corpo femminile spezzarsi per necessità d’odio, per urgenza di vendetta o di giustizia, e perdere la sua costituzione”. 

In questo passo, se forse non possiamo parlare precisamente di smarginatura,  vediamo un’ombra della descrizione che se ne era fatta la prima volta che questa è presente nel romanzo. Ancora una volta si tratta di deformazione di connotati fisici, femminili in questo caso, causati da figure maschili, tema che si presenta più volte nella tetralogia, e da azioni violente, come l’assassinio di Don Achille, e ritorna l’immagine della pentola che Elena utilizza per evocare l’idea della rottura dentro di lei e di Lila. Come anche abbiamo la rappresentazione di un garbuglio di cose e persone, i Solara, gli stagni, tutto confuso in una nota nerastra (nerissima era  la massa del temporale nella prima rappresentazione della smarginatura). Da notare come Elena sottolinei di essere vissuta con una sorta di limitazione dello sguardo e che solo adesso vede le madri di famiglia del rione, le mette a fuoco appunto, operazione che precede e provoca la smarginatura. Lila vive contro la smarginatura una lotta continua. Deve sempre mantenere il controllo per evitare che tutto perda i contorni e si trasformi, si modifichi: “come se temesse che se solo si fosse concessa un tremito della voce o del labbro inferiore, ogni cosa avrebbe perso le linee di contorno e sarebbe dilagata travolgendola”. Vedremo come soprattutto dopo la storia con Nino, non si lasci più sopraffare da emozioni forti per paura di essere da queste travolta. Cerca di assumere una forma solida, unitaria, prima con Stefano, poi con Nino e infine con Enzo, e nonostante i suoi sforzi, non riesce mai a mantenere questa a lungo. La cruda realtà finisce sempre per invadere lo spazio da essa creato e a fondere e distruggere tutto. E a questa frantumazione contribuisce lei stessa, come spiega ad Elena nel quarto libro, dove per la prima volta usa il termine smarginatura, trasportata dal terremoto, esperienza per lei angosciante in quanto conferma quanto aveva sempre pensato, ossia che tutto il mondo fosse soggetto alla smarginatura, “la friabilità del mondo”. Contribuisce in quanto “la testa trova sempre uno spiraglio per guardare oltre, dove c’è lo spavento”. Elena già nel secondo libro percepisce quanto Lila le conferma in seguito: “si annullava nelle parole e nei gesti, si esauriva, pareva veramente impegnata in una lotta senza quartiere per dimenticare il peso di ciò che tuttavia definiva in modo incongruo <vuoto dentro>”. La smarginatura dunque è per Lila uno stato emotivo perpetuo, una condizione esistenziale che non si manifesta solo in momenti eccezionali, ma che è sempre presente nei suoi pensieri e ne condiziona inevitabilmente le azioni e i comportamenti, “per tutta la vita, Lenù, non ho fatto altro che arginare momenti come quelli”. 

Vi è, nella tetralogia, la presenza ossessiva di termini riguardanti l’area semantica della vista.  Abbiamo detto come il vedere a fondo sia la causa scatenante e insieme la conseguenza della smarginatura, e Lila vede bene, tanto che spessissimo Elena ne definisce lo sguardo con espressioni quali: “gli occhi stretti”,  “sguardo sparato da feritoie”. Quest’ultima sicuramente significativa in quanto le feritoie sono stretti varchi propri delle fortificazioni da cui è possibile colpire il nemico rimanendo al riparo in queste strutture invalicabili, quale è Lila dal punto di vista di Elena nel secondo libro. E questa vista che va oltre fa si che Lila sappia cosa gli altri personaggi pensano e provano prima che questi stessi sappiano di pensarla e provarla, e rende palese quanto loro, anche inconsciamente, nascondono e reprimono, e con questo, come scrive Elena, “ti urta leggermente, ti sposta appena, ti guasta”.

Altro processo, proprio solo di Lila, che si presenta come  una diversa espressione della smarginatura è la scancellatura e in questo modo è primariamente descritta da Elena: “scancellare[…]l’insorgere del bisogno[…]di cancellarsi.[…] realizzò la propria autodistruzione in immagine[…] come se Cerullo in Caracci fosse una specie di Cerullo va in Caracci, vi precipita, ne è assorbita, vi si dissolve.[…] Raffaella Caracci, sopraffatta, aveva perso forma e si era sciolta dentro il profilo di Stefano, diventandone un’emanazione subalterna: la signora Caracci”. Con la scancellatura è come se Lila si imponesse la smarginatura, ossia volontariamente qualcosa che, quando le accade,  non può controllare. Vediamo come vi sia ancora la rappresentazione della subalternità della donna nei confronti dell’uomo percepita dalle protagoniste che fa si che debbano essere necessariamente loro a divenire, ad essere sempre più rassomiglianti ai mariti, padri e fratelli, a perdersi in questi e non viceversa. Lila si sente sempre immersa in un movimento caotico in cui coinvolge, con la sua potenza distruttrice e rigeneratrice, anche gli altri: “in un flusso irruento dove l’intenzione di rinforzare il nostro legame – intenzione vera – era spezzata via subito dal bisogno altrettanto vero di negargli una specificità”. Forse per paura che se avesse chiuso in un’idea fissa e immutabile qualcosa o qualcuno, in questo caso il suo rapporto con Elena, possa essere poi frantumato da una forza a lei sconosciuta e incontrollabile, un modificare continuamente per non provare di nuovo quanto descritto nella prima manifestazione della smarginatura, uno stordimento provato dal vedere un’immagine diversa dal fratello che aveva sempre pensato come generoso e onesto, del fratello che l’aveva da sempre aiutata, divertita, protetta. Possiamo pensare la smarginatura anche come una spinta interna di sentimenti viscerali e malsani che, trattenuti troppo a lungo, non possono che manifestarsi che tramite essa e come la perdita dei margini delle persone attorno a Lila e la paura che  possano travolgerla nel loro sformarsi: “che le persone, ancor più delle cose, perdessero i loro margini e dilagassero senza forma è ciò che ha spaventato più Lila nel corso della sua vita.[…]come temesse il possibile stravolgersi del corpo del marito, il suo deformarsi per le spinte interne delle voglie e delle rabbie o, al contrario, dei disegni subdoli, della viltà,[…]e con essa ogni cosa intorno, i mobili, l’intero appartamento e lei stessa, sua moglie, spaccata, risucchiata in quel flusso sporco di materia viva”.  Lila abbandonata da Nino, e sapendo che non sarebbe tornato, ha paura e al contempo la consapevolezza che perdere ogni connotato e definizione sia l’unica via da percorrere, l’inevitabile conseguenza di una vita piena di errori, arrendersi a ciò che più aveva temuto, come punizione per aver creduto che il figlio di Serratore non potesse fare a meno di lei come lei di lui. A tutte le limitazioni che Lila si impone a causa della paura della smarginatura, dobbiamo aggiungere anche il non poter percepire in modo genuino e vivere serenamente la sua gravidanza, a causa dell’immagine di dilatazione e successiva rottura che l’accompagna.  Elena fa di Lila, nel suo primo romanzo, un’entità che si costruisce un mondo attorno che poi si sgretola. Nessuna forma può contenere Lila, e di questo Elena ne è pienamente convinta ma non lo è la stessa Lila che tenta sempre di darsi una forma che inconsapevolmente distrugge: “poi m’immaginai una forza oscura acquattata nella vita della protagonista, un’entità che aveva la capacità di saldare il mondo intorno, con i colori della fiamma ossidrica: una calotta azzurroviolaceo dove ogni cosa le andava per il meglio schizzando scintille ma che presto di dissaldava, scindendosi in frammenti grigi privi di senso”.

Nel terzo libro della tetralogia inizia ad articolarsi il rapporto tra Lila ed Enzo. Fin da bambini vi era stata un’intesa taciuta, un rapporto agli altri indecifrabile, ma tanto solido da resistere nel tempo, che porta infine alla loro unione sancita,  nel quarto libro, dalla nascita di una bambina, Nunzia. Lila vede in Enzo “un uomo così intimamente compatto in ogni gesto, così risoluto nei confronti del mondo e così mansueto con lei, da farle escludere che potesse di colpo sformarsi”. Dunque Enzo rappresenta per Lila l’unica  figura su cui non vede l’ombra sempre in agguato di un possibile frantumarsi. Nonostante la convivenza con Enzo Lila non smette di temere la smarginatura, anzi soprattutto nel terzo libro Lila sta male, tanto male da tenere sospeso il lettore e da fargli credere che forse le sue visioni con pareti che si staccano, con il suo bambino “rotto come un pupazzo di celluloide”, siano causate da una malattia, un soffio al cuore forse, quando sono solo il frutto della sua testa “ballerina”. Si tratta dunque di una smarginatura sintomatica, Lila si ammala, ha la febbre alta, sviene, si costringe ad affrontare inutili visite mediche per far fronte a una malattia inguaribile, insita nella sua persona, nella sua testa, la smarginatura non esisterebbe se Lila non l’avesse inventata. Si è costruita da se una gabbia indistruttibile di angosce e ansie, solida, la smarginatura  come unica certezza in un mondo che è “niente di cui si possa dire definitivamente: è così”.  Ancora una volta si configura nel terzo libro il tema della trasfigurazione della donna da parte della figura maschile. Prendiamo in esame Gigliola e Michele: “guardami, secondo te esisto? Batté la mano sul petto florido, ma lo fece come per dimostrarmi praticamente che la mano la trapassava, che il suo corpo, per colpa di Michele, non c’era. Lui l’aveva consumata, l’aveva sgualcita, e adesso che lei aveva venticinque anni s’era abituato, nemmeno la guardava più”. Gigliola non ha assunto le fattezze del marito, del fratello, del padre come le donne del rione, più tragicamente da Michele è stata eliminata, scancellata.  Lila ricaccia calcolatamente indietro le emozioni: “abbiamo troppa roba dentro e questa ci gonfia, ci rompe. […] Viene il giorno che mi riduco tutta a diagrammi, divento un nastro bucherellato e non mi trovi più”. Lila pianifica di perdere la sua consistenza fisica, di ridursi a diagramma, di sparire, come poi accade; l’amore, l’affetto, il dolore, tutte le emozioni, che ti facciano stare bene o male, hanno per Lila ormai una connotazione prettamente negativa, sono troppo, non si riescono a contenere, provocano la smarginatura. Elena,a partire dalla relazione con Nino , parla del piacere di espandersi, di perdersi, di uscire fuori dalla disciplina che sempre si era imposta, dunque Elena contrariamente a Lila, un ormai Lila disincantata, non la Lila passionale della storia con Nino, desidera e accetta emozioni forti, complicate e che la rendono felice e infelice al contempo. Lila ha paura e allontana quanto potrebbe minacciare il suo, di per se, precario equilibrio.

Anche Elena pensa che vivere sia un esplodere in schegge di frammenti di noi stessi, sebbene pensi anche che quanto vi sia di disordinato nella sua vita possa trovare magicamente ordine nella sua scrittura: “mi sentii al centro del caos e tuttavia dotata di strumenti per individuarne le leggi.[…] come se davvero tutto ciò che ero capace di far quadrare con parole scritte e orali fosse destinato a quadrare anche nella realtà”. Nonostante Elena non subisca la smarginatura, la percepisce, vive consapevolmente il sentimento contraddittorio del perdersi e ritrovarsi, distruggersi e ricostruirsi, che le provocava paura e piacere: “riconoscendomi sera dopo sera in un’idea suggestiva di destrutturazione generalizzata, e insieme di nuova composizione”. 

Possiamo dire dunque che Elena non sia tanto soggetta alla smarginatura, ossia all’azzerarsi, al passaggio dall’essere al non essere, ne che si sottoponga come Lila a una autocancellatura quando pensa di voler lasciare la sua forma precedente per assumerne una nuova, per manifestare il disprezzo nei confronti di se stessa, per cosa è diventata, ma piuttosto si perde in una miriade di frammenti, una suddivisione della sua persona in tante diverse che non riescono a ricongiungersi, a trovare una forma unitaria: “la donna libera e colta perdeva petali, si staccava dalla donna-madre, e la donna-madre prendeva le distanze dalla donna-amante,[…] e tutte sembravano sul punto di svolazzare via in direzioni diverse”. Si tratta di una peculiarità di Elena di cui Lila è del tutto priva, anche in un momento tragico come il terremoto, nonostante non sia priva della consapevolezza della sua frammentarietà, mantiene la calma, “sempre e comunque al centro”, “tutto ciò che mi investiva[…] sarebbe passato e io – qualsiasi io tra quelli che ero andata sommando – , io sarei rimasta ferma, ero la punta del compasso che è sempre fissa mentre la mina corre intorno tracciando cerchi”. Per questo può godere del piacere di espandersi, di viaggiare, di attraversare i confini fisici degli Stati, di sorvolare su questi, oltrepassarli, romperli come rompe e frammenta se stessa, non vive la smarginatura in modo angosciante come Lila, tanto che potremmo definire questo processo una smarginatura positiva. Lila deve utilizzare la scancellatura per continuare a sopravvivere, deve cambiare per poter andare avanti, per modificare una situazione diventata insostenibile, il matrimonio con Sfefano, la fine della sua relazione con Nino, la scomparsa della figlia Tina. Cerca sempre di trovare una situazione stabile, di chiudersi in un guscio definitivo che sia abbastanza grande da contenerla, ma non vi riesce mai, la realtà magmatica in cui è immersa trova sempre uno spiraglio da dove far breccia, irrompe e distrugge tutto ciò che aveva creato, rompe il guscio. Dopo la perdita di Tina però il tempo si ferma, deve passare parecchio prima che Lila si decida ad andare avanti. Ma alla fine ci riesce, sorprendendoci, non si scancella per cambiare forma, semplicemente non ne assume nessuna, scompare. Finalmente vive senza l’ansia di doversi chiudere in una forma stabile, di tenere tutto e tutti sotto controllo per paura che possano sfaldarsi a causa di una mossa imprevista, che con la usa intelligenza acuta non ha contemplato, che i suoi occhi stretti non sono riusciti a vedere. Ritorna ad essere la Lila senza paura e inafferrabile priva di preoccupazioni e di obblighi familiari  che era stata da bambina e da adolescente prima del manifestarsi della smarginatura che l’avrebbe tormentata per tutta la vita. Non la teme più perché non ha più nulla da proteggere, a cui tenere, tutte le persone di cui aveva temuto lo sformarsi non fanno più parte della sua vita, le “emargina”, è stanca di avere paura, e per questo deve eliminare tutto quanto potrebbe ancora farla inciampare: Rino ed Elena. Elena che l’ha fermata nel suo racconto “Un’amicizia”, Elena a cui regala le bambole che “significavano solo che lei stava bene e mi voleva bene, che aveva rotto i margini”, per smentirla ancora una volta, per ricordale come erano un tempo, e come vorrebbe che la ricordasse, una bambina cattiva e buona, forte e debole, testarda e libera.

 

 

 

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