Ott 08

Elena Ferrante e la poetica dell’assenza

(di FEDERICA  DI SALVO)

Forse, di fronte all’abbandono, siamo tutti uguali.

Così pensa Elena, nel momento in cui il marito perde la ragione di fronte alla sua decisione di lasciarlo.

Muovo da questa considerazione per analizzare uno dei temi di cui più in profondità si nutre la scrittura di Elena Ferrante, ipotesi surrogata dalla constatazione che tutte le sue opere si aprono sul rilevamento di un’assenza:

Mia madre annegò la notte del 23 maggio, giorno del mio compleanno, nel tratto di mare di fronte alla località che chiamano Spaccavento, a pochi chilometri da Minturno. (“L’amore molesto”, pag. 9)

Un pomeriggio d’aprile, subito dopo pranzo, mio marito mi annunciò che voleva lasciarmi. (“I giorni dell’abbandono”, pag.7)

Quando le mie figlie si trasferirono a Toronto, dove da anni viveva e lavorava il padre, scoprii con imbarazzata meraviglia che non provavo alcun dolore, ma mi sentivo leggera come se solo allora le avessi definitivamente messe al mondo. (“La figlia oscura”, pag.8)

Stamattina mi ha telefonato Rino, ho creduto che volesse ancora soldi e mi sono preparata a negarglieli. Invece il motivo della telefonata era un altro: sua madre non si trovava più. (“L’amica geniale”, vol. 1, pag.15)

Questa assenza si genera da differenti occasioni nei quattro incipit presi in esame: nel caso de “L’amore molesto” la morte della madre, ne “I giorni dell’abbandono” l’abbandono del marito, ne “La figlia oscura” il trasferimento delle figlie (con l’aggiunta del fatto che la vicenda muove dalla sparizione della bambola di una bambina incontrata al mare), ne “L’amica geniale” la scomparsa di Lila. Da qui, dalla rilevazione di questo vuoto, i racconti tornano indietro ed esplorano vite intere per comprendere come e perché si sia arrivati a quelle assenze. O forse non lo si comprende affatto. Sembra quindi che la genesi di ogni narrazione sia connessa alla percezione di un vuoto. Così, gli unici momenti di apertura e di reciproca narrazione del sé tra Elena e sua madre hanno luogo nel momento in cui quest’ultima si avvicina alla scomparsa:

Fu quel suo indebolirsi ad aprire lentamente la via a un’intimità che non avevamo mai avuto. (“L’amica geniale”, vol. 4, pag.138)

È interessante, in questo senso, considerare la volontà di Lila di sparire:

Sono almeno tre decenni che mi dice di voler sparire senza lasciare traccia, e solo io so bene cosa vuol dire. Non ha mai avuto in mente una qualche fuga, un cambio di identità, il sogno di rifarsi una vita altrove. E non ha mai pensato al suicidio, disgustata com’è dall’idea che Rino abbia a che fare col suo cadavere. Il suo proposito è stato sempre un altro: voleva volatilizzarsi; voleva disperdere ogni sua cellula; di lei non si doveva trovare più niente. (“L’amica geniale”, vol. 1, pag. 16)

Lila (come la madre de “L’amore molesto”, come il marito de “I giorni dell’abbandono”, come le figlie de “La figlia oscura”) è l’assente, ciò che non c’è e non si può raccontare. E infatti Lila stessa non vuole in alcun modo che Elena scriva di lei:

«Va bene» disse, «scrivi, se proprio vuoi, scrivi di Gigliola, di chi ti pare. Ma di me no, non ti azzardare, prometti. (…) Ti vengo a frugare nel computer, ti leggo i file, te li cancello». ( “L’amica geniale”, vol. 1, pag. 16)

E dice ancora:

Lasciami perdere Lenù, non si racconta una cancellatura. (L’amica geniale”, vol. 4, pag. 16)

Pare allora che, da un lato, qualsiasi racconto non possa che originarsi dall’assenza, da questo dissolversi; e, dall’altro, che il racconto dell’assenza sia racconto dell’indicibile, di ciò che non si può dire e che non vuole essere detto. Afferma la stessa Ferrante, nell’intervista con Lagioia, che lei vuole “narrare ciò che non è narrabile, dire ciò che non è dicibile”. Ma da dove deriva quest’ansia del racconto dell’indicibile, dell’assenza? Per l’autrice, il racconto dell’assenza è reificazione e quindi salvazione di se stessi, poiché tutti, a causa del contatto con gli altri, siamo soggetti a continue modificazioni e, di conseguenza, alla frantumazione, alla scomparsa.

L‘idea che ogni io è, in gran parte, fatto di altri e dall’altro non era una conquista teorica, ma una realtà. Essere vivi significava urtare di continuo contro l’esistenza altrui ed esserne urtati, con esiti ora bonari, l’attimo dopo aggressivi, quindi di nuovo bonari. Io nemmeno riesco a pensarmi senza gli altri, men che meno a scrivere. L’’intero nostro corpo, volente o nolente, realizza una folgorante resurrezione dei morti proprio mentre avanziamo verso la nostra stessa morte.(…) Siamo tutti soggetti a una continua modificazione che però, per evitare l’angoscia dell’impermanenza, camuffiamo fino alla vecchiaia con mille effetti di stabilizzazione, il più importante dei quali promana proprio dalle narrazioni, specie quando ci dicono: è andata così.

Dunque il racconto non può che nascere dall’ansia del vuoto come antidoto alla cancellazione del sé.
E, se la continua modificazione del sé è diretta conseguenza del confronto con l’altro, Lila risponde a questa angoscia con la chiusura in se stessa: è il terrore del contatto con l’ignoto che potrebbe farla esplodere – come è esplosa la pentola di rame della sua cucina – che le impedisce di muoversi al di fuori dei confini del rione, che fa sì che Lila si modelli solo su se stessa marcando costantemente la propria diversità rispetto al mondo che le sta intorno e facendo in modo, viceversa, che il mondo si modelli su di lei.  Elena, al contrario, muove dalla tenacia nel divenire qualcosa d’altro rispetto a ciò che in origine è:

Diventare. Era un verbo che mi aveva sempre ossessionata, ma me ne accorsi per la prima volta solo in quella circostanza. Io volevo diventare, anche se non avevo mai saputo cosa. (“L’amica geniale”, vol. 3, pag. 316)

Questo la spinge, in antitesi rispetto all’atteggiamento della sua amica, a modellarsi costantemente sugli altri:

Più viaggiavo verso Milano, più scoprivo che, accantonata Lila, non sapevo darmi compattezza se non modellandomi su Nino. Ero incapace di essere io il modello di me stessa. (“L’amica geniale”, vol. 4, pag. 89)

Per Elena, però, la consapevolezza del peso del vuoto non è altro che una scoperta tardiva: alla fine,anche lei approda al terrore di perdersi. E tutta la sua parabola, l’urgenza di scrittura e di lasciare traccia della propria storia rispondono a questo stesso horror vacui:

Ora mi angustiava che niente di me sarebbe durato nel tempo. ( “L’amica geniale”, vol. 4, pag. 439)

E se Elena, doppio a contrasto di Lila in ogni aspetto, risponde a quest’ansia inizialmente inconsapevole trascorrendo l’intera vita nel disperato tentativo di affermare il proprio sé, e solo nella vecchiaia assume coscienza della propria angoscia legata all’idea della scomparsa (quanti frammenti di noi stessi schizzavano via come se vivere fosse esplodere in schegge, “L’amica geniale”, vol. 4, pag. 67), della possibile vanità del lavoro a cui aveva dedicato l’intera esistenza, Lila, che fin da bambina convive col senso perenne della propria dissoluzione, risponde viceversa con una rinuncia alle armi, trasformando in desiderio la paura, eleggendo l’assenza a propria vocazione per combattere il terrore di lasciarsene inghiottire.

Tutto ciò che mi investiva – gli studi, i libri, Franco, Pietro, le bambine, Nino, il terremoto – sarebbe passato e io – qualsiasi io tra quelli che ero andata sommando -, io sarei rimasta ferma, ero la punta del compasso che è sempre fissa mentre la mina corre tracciando cerchi. Lila invece (…) faticava a sentirsi stabile. Non ci riusciva, non ci credeva. Per quanto ci avesse sempre dominati tutti e a tutti avesse imposto e imponesse un modo d’essere, pena il suo risentimento e la sua furia, lei avvertiva se stessa come una colata, e tutti i suoi sforzi erano, a conti fatti, rivolti soltanto a contenersi. Quando, malgrado la sua ingegneria preventiva sulle persone e sulle cose, la colata prevaleva, Lila perdeva Lila, il caos pareva l’unica verità, e lei –  così attiva, così coraggiosa – si cancellava atterrita, diventava niente. (“L’amica geniale”, vol. 4, pag. 165)

E così è Lila stessa a far sparire le bambole, a dare vita al primo grande vuoto della loro esistenza una e doppia: Lila, capace di raggiungere già nell’infanzia una consapevolezza che ad Elena giungerà improvvisa solo in vecchiaia, è però incapace di opporsi ad essa. E allora, seminando in Lenù una primigenia percezione dell’assenza attraverso la sparizione simbolica delle bambole, acquistando “Piccole donne” con i soldi regalati loro da Don Achille in quella ricerca di ciò che è perduto, non fa altro che offrire un braccio alla propria lotta contro la sparizione del sé:

Ecco cosa aveva fatto: mi aveva trascinata dove voleva lei, fin dall’inizio della nostra amicizia. Per tutta la vita aveva raccontato una sua storia di riscatto, usando il mio corpo vivo e la mia esistenza. (“L’amica geniale”, vol. 4, pag. 451)

Ed Elena stessa aveva percepito il peso del compito affidatole da Lila, sebbene senza avvertire con chiarezza la programmaticità del progetto della sua amica e la comunione di intenti che, nonostante i contrasti di una vita intera, alla fine le anima:

Io amavo Lila. Volevo che lei durasse. Ma volevo essere io a farla durare. Credevo che fosse il mio compito. Ero convinta che lei stessa, da ragazzina, me lo avesse assegnato. (“L’amica geniale”, vol. 4, pag. 441)

E allora il racconto non è altro che questo: finzione che tenta di costruire un’integrità di fronte alla consapevolezza della dissoluzione. Così Elena, in un dialogo con Franco sulla propria scrittura, si esprime così:

«Le parole vanno raramente al posto giusto, e solo per un tempo brevissimo. Per il resto  servono a parlare a vanvera, come adesso. O a fingere che sia tutto sotto controllo». 

«Fingere? Tu che hai sempre tenuto tutto sotto controllo, fingevi?». 

«Perché no? È fisiologico fingere un poco. Noi che volevamo fare la rivoluzione siamo stati quelli che anche in mezzo al caos si inventavano sempre un ordine e facevano finta di sapere esattamente come stavano andando le cose». 

«Non va più bene?».

 «Oh, va benissimo. È così confortevole non smarrirsi mai davanti a niente. Nessuna piaga che si infetti, nessuna ferita che non abbia i suoi punti di sutura, nessuna stanza buia che ti faccia paura. Solo che a un certo punto il trucco non funziona più». ( “L’amica geniale”, vol. 4, pag. 68)

Ma, se il mondo è caos soggetto a continue mutazioni e se i “trucchi” per conferirgli un ordine possono improvvisamente smettere di funzionare, un’opera che voglia essere verosimile nella pretesa di fissare nell’immutabile della scrittura ciò che è fluidità costantemente proiettata verso l’abisso della dissoluzione non può limitarsi a dire: “è andata così”.

Ah, che cos’è il mondo vero, Lenù, l’abbiamo visto adesso, niente niente di cui si possa dire definitivamente: è così. (“L’amica geniale”, vol. 4, pag. 162)

Bisogna allora trovare un equilibrio tra l’esigenza di dire l’assenza e l’inafferrabilità magmatica del reale nella finzione che è il racconto. Di queste finzioni la Ferrante dice:

Non credo che tutte le finzioni che orchestriamo siano buone. Aderisco a quelle sofferte, quelle che nascono dopo una crisi profonda di tutte le nostre illusioni. Amo le cose finte quando portano i segni di una conoscenza di prima mano del tremendo, e quindi la consapevolezza che sono finte, che agli urti non reggeranno a lungo.

E infatti il mondo della Ferrante è un mondo di misteri che non vengono svelati: come non sapremo mai davvero cosa ha spinto Amalia al suicidio, così non scopriremo che fine ha fatto Lila né entreremo mai nella sua mente, e del resto nemmeno avremo certezze su cosa Elena pensi davvero.

E la stessa Elena, a un certo punto, ascoltando Lila, si rende conto che questa è l’unica modalità di racconto possibile:

Sbaglio, mi dissi confusamente, a scrivere come ho fatto finora, registrando tutto quello che so. Dovrei scrivere come lei parla, lasciare voragini, costruire ponti e non finirli, costringere il lettore a fissare la corrente.  ( “L’amica geniale”, vol. 4, pag. 155)

E afferma la Ferrante a proposito dei libri che dicono “è andata così”:

Questo tipo di libri non li amo particolarmente, preferisco quelli in cui nemmeno chi racconta sa bene come è andata. Narrare per me ha sempre significato depotenziare le tecniche che danno i fatti come incontrovertibili pietre miliari e potenziare quelle che mettono in scena l’instabilità. Il lungo racconto di Elena Greco è tutto improntato all’instabilità, forse ancora più che i racconti di Delia, di Olga, di Leda, le protagoniste dei miei libri precedenti. Ciò che Greco allinea sulla pagina, in principio con apparente sicurezza, diventa sempre meno governato. Cosa sente davvero, questa narratrice, cosa pensa, cosa fa? E cosa fa e pensa Lila, e chiunque altro irrompa nel suo racconto? Tutto, nell’Amica geniale, volevo che si formasse e si sformasse.

Qui, in questo formarsi e sformarsi, in questa necessità di raccontare l’assenza ma con la consapevolezza di non potere davvero riportarla se non per frammenti, mi sembra che si collochi la scrittura della Ferrante. Lila ed Elena non sono altro che le due facce della stessa esigenza ineliminabile di affrontare e salvarsi dal vuoto pur nella consapevolezza perenne della propria inadeguatezza:

C’entriamo sempre e soltanto noi due: lei che vuole che io dia ciò che la natura e le circostanze le hanno impedito di dare, io che non riesco a dare ciò che lei pretende; lei che si arrabbia per la mia insufficienza e per ripicca vuole ridurmi a niente come ha fatto con se stessa, io che ho scritto mesi e mesi e mesi per darle una forma che non si smargini, e batterla, e calmarla, e così a mia volta calmarmi. (“L’amica geniale”, vol. 4, pag. 444)

E allora probabilmente l’assenza, per la Ferrante, non è semplicemente un tema tra gli altri: si tratta piuttosto di una poetica che attraversa tutta la sua opera, movente fondante della sua vocazione letteraria. Poetica dell’assenza, dunque, di un’autrice che si presenta, lei stessa, come puro nome: come assente.

 

 

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