Ott 16

Napoli in “Storia del nuovo cognome”

(di GIORGIA PRESBURGO)

Il secondo volume della tetralogia dell’Amica geniale di Elena Ferrante, Storia del nuovo cognome, svela una parte diversa di Napoli, di cui si era già accennato nel primo romanzo: è il centro storico, il cuore della città, la “Napoli bene”, a cui tutti ambiscono e che tutti ammirano. Quelle che nel primo libro, dunque durante il periodo dell’infanzia e della prima adolescenza, erano passeggiate sporadiche e rare, qui diventano un’abitudine rituale tra le bellezze della città e il suo continuo decadimento.

Cuore della vicenda e della giovinezza di Lila è piazza dei Martiri, dove verrà aperto il negozio di scarpe Cerullo, dalla quale poi si raggiunge via Chiaia, salotto napoletano, ricco di negozi: qui Elena e Lina ammirano le ricche signore borghesi passeggiare.

Altro luogo centralissimo il Rettifilo, Corso Umberto I, dove Lila ha acquistato l’abito da sposa. Poi Corso Vittorio Emanuele, che diventerà centro delle vicende nel terzo volume: qui è situata la casa della professoressa Galiani. Elena si apre ad un nuovo mondo, fatto di studiosi e benestanti. Con la conoscenza degli Ariota, questo universo di intellettuali napoletani decadrà agli occhi di Elena.

Il periodo liceale diviene fondamentale per Elena: sconfina finalmente dal rione, scopre quel che vi è al di fuori del “suo perimetro stranoto”.  E questo è il volume di uno sconfinamento progressivo dai luoghi delle origini: prima fuori dal rione, poi fuori da Napoli. Dal canto suo, contrariamente Lila rimarrà ancorata a quelle ingombranti origini, fino ad arrivare a disprezzare quella vita che le si è imposta: anche la sua sparizione, dopo una esistenza vissuta nella sofferenza e nella privazione, è segno poi di uno sconfinamento.

Elena si da a lunghe passeggiate, approfittando di una crisi scolastica interiore, che la porterà a non frequentare le lezioni per un breve periodo:

Uscivo alla solita ora, giravo tutta la mattina a piedi per la città. Ho imparato molto di Napoli, in quel periodo. Frugavo tra i libri usati delle bancarelle di Port’Alba […] , proseguivo verso Toledo e il mare. O salivo al Vesuvio per via Salvator Rosa, arrivavo a San Martino, tornavo giù per il Petraio. O esploravo la Doganella, raggiungevo il cimitero, giravo per i viali silenziosi, leggevo i nomi dei morti. A volte i giovani sfaccendati, vecchi balordi, persino distinti signori di mezza età mi incalzavano con profferte oscene; Una mattina mi allontanai molto dal liceo, girovagai per la Veterinaria, dietro l’Orto botanico (p.47). 

Altro luogo chiave del volume è la nuova casa di Lila da nubile: non viene mai specificata la precisa collocazione, si fa riferimento ad essa come “la casa del rione nuovo”. Elena sembra scoprire una Napoli nuova, meno degradata: lo considera un “luogo magico dove poteva avere tutto, lontanissima dal grigiore miserabile delle vecchie palazzine dove eravamo cresciute (p.55)”; “le strade del rione nuovo ancora senza alberi e senza negozi, il poco traffico delle auto (p.57)”.

E allora inizia a trasparire forse più un odio per il rione che per la città, un disprezzo per la cultura del rione, che la avrebbe condannata ad una vita misera. Così si esprime più volte: “Accettare il rione, cacciar via la superbia, castigare la presunzione, smetterla di umiliare chi mi ama (p.28) ”; “imparai a ridurre al minimo le mie emozioni. Mi dicevo ogni giorno: sono quello che sono e non posso fare altro che accettarmi; sono nata così, in questa città, con questo dialetto, senza soldi; darò quello che posso dare, mi prenderò quello che posso prendere, sopporterò ciò che c’è da sopportare (p.306)”.

Il rione si configura come un luogo incapace di dare amore, di offrirle un futuro, proprio a lei che si sentiva predestinata e più consapevole.

Arriva in questo stato di malessere l’offerta per la Normale di Pisa: il colloquio le offre la possibilità di uscire dalla Campania per la prima volta. Una volta avuta la certezza dell’ammissione, prima di lasciare la sua città, quasi per tributarla e a esibire un “Addio Napoli”, una lunga passeggiata sancisce questo distacco: “attraversai via garibaldi, salii per i tribunali, piazza dante. Vomero, via Scarlatti, Santarella. Dopo calai giù in funicolare a piazza Amedeo. […] Quando il girò finì, mi resi conto di essere a poca distanza da Piazza dei Martiri (p.328)“.

Pisa le appare “una città agli antipodi del rione e di Napoli, intorno solo gente che studiava e che era propensa a discutere di ciò che studiava (p. 333)“. Sono rari gli accenni alla città toscana, ai suoi luoghi. Mai, tuttavia, la abbandona il senso di inadeguatezza che sembra ancorarla sempre alle sue origini: “L’ultimo anno pisano cambiò l’ottica con cui avevo vissuto i primi tre. Mi prese un disamore ingrato per la città […] percorsi identici e tuttavia estranei nelle voci che tuttavia da subito mi ero sforzata di imitare, estranei nel colore delle pietre e delle piante e delle insegne e delle nuvole e del cielo. […]“All’improvviso mi resi conto di quel quasi. Ce l’avevo fatta? Quasi. Mi ero strappata a Napoli, al rione?. Quasi (p.401)”;  “La fatica alla Normale era un abbaglio. Non bastava il merito, necessitava altro, e io non l’avevo né sapevo impararlo (p. 410)”. Gli anni pisani, come afferma lei stessa, “avevano occultato la mia condizione reale ma non l’avevano cambiata, non ero riuscita ad integrarmi davvero (p.403)”.

Subito dopo aver conseguito la laurea, il rientro a Napoli si fa traumatico: “Mi infastidiva tutto, le strade, le brutte facciate delle palazzine, lo stradone, i giardinetti, anche se in principio ogni pietra, ogni odore mi aveva commosso (p. 435)”. Diventa difficile riadeguarsi alle leggi della città nativa: è immersa nuovamente in un mondo che aveva non solo allontanato fisicamente, ma che aveva voluto in qualche modo rigettare da se stessa. Diviene complesso anche tener testa alla sua cultura e alla sua diversità rispetto al rione: come dimostrare quel che aveva ottenuto?: “A cosa servivo, perché ero tornata, come facevano a dimostrare al vicinato che ero il vanto della famiglia? (p.435)”.

La svolta arriva con la pubblicazione del libro, che la riporta fuori da quei confini spazialmente (a Milano), ma soprattutto culturalmente.

Particolare l’episodio in cui Elena decide di andare a trovare Lina a San Giovanni Teoduccio, che segna quasi un obbligo al riadeguamento alla vita del rione:

Quel piccolo spostamento per Napoli mi sfinì. A cosa servivano gli anni del ginnasio, del liceo, della Normale, dentro quella città? Per arrivare a San Giovanni dovetti per forza regredire, quasi che Lila fosse andata ad abitare non in una strada, in una piazza, ma in un rivolo del tempo passato, prima che andassimo a scuola, in un tempo nero senza norma e senza rispetto. Napoli mi era servita molto a Pisa, ma Pisa non serviva a Napoli, era un intralcio. Le buone maniere, la voce e l’aspetto curati, la ressa nella testa e sulla lingua di ciò che avevo imparato sui libri, erano tutti segnali immediati di debolezza che mi rendevano preda sicura, di quelle che non si divincolano. [… ] Mi sentii addosso una potenza che non sapeva più adattarsi al fa’ finta di niente con cui, in genere, era possibile sopravvivere nel rione e fuori. (p.454)

Si ritrova ancora in quel vortice travolgente che spazza via ogni sforzo, che la costringe a darsi toni differenti. Il rapporto con Napoli rimarrà precario e instabile in qualunque epoca e momento della vicenda: in questo contrasto tra eros e thanatos sembra insito il senso della vita di Elena, che può fingere di essere qualcun altro, ma rimane legata a quelle tanto disprezzate origini, che fungeranno da slancio per la sua carriera. E se è vero il binomio vita – letteratura, cosa ne sarebbe stato della scrittrice Elena Greco, senza quel ripugnante amore per Napoli?

 

 

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