Apr 22

Intervista a Nicola Lagioia

Ripeschiamo dal nostro archivio l’intervista condotta dagli studenti del Laboratorio “Incontro con gli scrittori” dedicato alla Ferocia di Nicola Lagioia (ottobre 2015).

D. Perrone:

L’appuntamento conclude il laboratorio annuale che è stato dedicato, fra marzo e maggio, a La ferocia, un romanzo che conferma come per Nicola Lagioia, la letteratura, la scrittura siano un’esperienza totalizzante, assoluta perché la scrittura e con essa la lettura è indispensabile per decifrare e giudicare il mondo. Infatti, non è accidentale che in Riportando tutto a casa, romanzo del 2009, l’emancipazione del giudizio dato sui genitori da parte del giovane protagonista venga siglata ogni volta dal progredire delle nuove letture che egli va facendo. Ciò accade, per esempio, quando il ragazzo non sente più i sermoni del padre come una benedizione, e commenta: “il trascorrere del tempo doveva aver complicato lamia intelligenza, erano i libri e i fumetti divorati negli ultimi mesi”. Come a dire che leggere un libro è un’esperienza che ci modifica. O quando, poco dopo, comincerà a diffidare della madre, scortato ancora una volta da letture stimolanti che lo svegliano. Ma se la letteratura fa maturare il giudizio sul mondo, in primo luogo deve giudicare se stessa. Nel romanzo d’esordio Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi), il sottotitolo lascia intendere infatti che sbarazzarsi di Tolstoj, della tradizione, significa anche guardarsi criticamente e sbarazzarsi casomai anche di se stessi. Qui il giovane scrittore protagonista, che sconta l’impossibilità di dare una struttura solida a ogni suo scritto – c’è una specie di Leitmotiv all’inizio in cui dice di non riuscire ad andare oltre le tre pagine – si confronta nientemeno con l’autore di quell’opera incredibile e voluminosissima che è Guerra e pace! La dissacrazione della tradizione del romanzo non impedisce di svelare allo stesso tempo la provvisorietà e l’artificiosa costruzione delle nuove narrazioni, contaminate dalla pervasiva industria dello spettacolo; ed è quanto viene esemplarmente presentato nel secondo romanzo Occidente per principianti, in cui la scrittura è asservita alla logica dello scoop mediatico. Qui un giovane giornalista fantasma, che scrive pezzi che firmeranno altri, deve andare alla ricerca della prima amante di Rodolfo Valentino o ancora consegna un pezzo riguardante un’altra storia d’amore, incredibile e tutta da verificare, tra Ferruccio Parri e Luisa Ferida, la famosa attrice del cinema fascista. Tutto questo si racconta nella prima parte del romanzo che si intitola Il contesto, quello della mostruosa e ottusa onnipotenza dell’informazione che manipola qualsivoglia notizia per darla in pasto a un pubblico narcotizzato dai media e proprio perché narcotizzato va eccitato nei suoi istinti più bassi tanto da fargli desiderare addirittura “con inaudita ferocia persino l’errore”. In questo secondo romanzo si annuncia una Roma dalle piazze affollate, dall’apparenza conviviale, la cui aria ha “qualcosa di macabro e feroce, una sensazione di caccia, di fiato corto, di tendini in procinto di strapparsi”, la sensazione che ancora avvertiamo vedendo avanzare un’umanità adulterata dalle pagine di Riportando tutto a casa. Questa umanità diventerà poi il nucleo tematico dell’ultimo romanzo, teatro dell’irreversibile imbarbarimento della società volta al guadagno, di poteri affaristici che si muovono nel disprezzo della legge e di ogni regola. La vicenda de La ferocia, che incide nel cuore vivo delle contraddizioni del nostro presente, vede come protagonista la famiglia Salvemini e si svolge tra Taranto e Bari, due città che sono l’Italia tutta, e che rappresentano per noi studiosi un empirico e primitivo stadio di topografie letterarie italiane che con Nicola Lagioia si arricchisce di alcune stazioni e tappe imprescindibili.

D. La Monaca:

Desidero accoglierlo ricordando una sua riflessione formulata a ridosso della pubblicazione nel 2009 del romanzo Riportando tutto a casa, che rappresenta un crocevia di temi e forme fondante nel percorso compiuto dallo scrittore.

La letteratura ha un compito più piccolo e più ambizioso contemporaneamente: non evitare Auschwitz, ma fare in modo che persino dopo questi disastri della specie noi possiamo conservare la possibilità di riconoscerci ancora come umani. Di conseguenza ribalterei completamente il motto adorniano in base al quale dopo i campi di concentramento non sarebbe più possibile fare poesia. Al contrario solo alla poesia, all’arte in generale, è demandato il compito, orrore dopo orrore, di garantire la sopravvivenza spirituale della specie. Come diceva Broskij, chi disprezza la letteratura commette un crimine antropologico innanzitutto nei confronti di se stesso”.

Tali parole risuonano per noi come una conferma di investimento totale nell’esercizio conoscitivo della scrittura, che accoglie le tensioni interiori e sociali della contemporaneità, facendone emergere le contraddizioni più aspre, senza però venire meno, pur nella crudezza della testimonianza, ad una sorta di spinta etica, di resistenza etica.

Una esistenza trascorsa per intero nel proprio regno d’elezione non avremmo la possibilità di ricordare il minimo dettaglio. Non ci sarebbe niente da riportare a casa perché niente ne sarebbe uscito”.

Si legge in Riportando tutto a casa un passo allusivo al titolo, ispirato al viaggio a ritroso dalla metà degli anni Ottanta ad oggi che il protagonista compie nel ricordo di una adolescenza che viene consumata non in un regno di elezione, bensì nei meandri di una Bari scissa tra l’opulenza crassa dei quartieri alti e il ventre incancrenito di periferia come Japigia. La definisce supermarket di eroina funzionante ventiquattro ore al giorno”. Ed è al fondo di questo precipizio che il protagonista giunge per poi risalirne, nel tentativo di restituire contorni smaglianti di volti e identità a quei compagni di viaggio che sono suoi coetanei, smarriti nel tempo e nello spazio nello strenuo tentativo di riportare, per l’appunto, tutto a casa, di ricondurre tutto ad un senso. Scorre attraverso il travestimento romanzesco il ripercorrimento della biografia di Lagioia, degli snodi più ambivalenti legati a quegli anni Ottanta, che definisce “belli intensi e dolorosi, segnati dalla scoperta della musica, del sesso, delle controculture, dalla esperienza dei sentimenti basici come amore, amicizia, odio, umiltà, coraggio, senso di perdita e tradimento”. Lo scrittore attinge da tale vissuto la ninfa compositiva, rappresentando le contorsioni di questo percorso interiore nella cartografia urbana del capoluogo pugliese. “Mia città di nascita e mia Moby Dick personale, nel senso che laggiù ci sono tutti i trami e tutti i tesori della mia vita”, ribadisce riconducendo al legame fisico la genesi del romanzo. Ho attraversato Bari da cima a fondo in quel periodo e l’ho fatto con persone la maggior parte delle quali poi si sono poi perse per strada. Ecco, è il senso di colpa del sopravvissuto, indissolubile della pretesa arrogante del volere testimoniare per chi non può più farlo. È stata questa miscela di cose a far nascere Riportando tutto a casa”.

Nell’oscillazione narrativa tra il passato del ricordo e il presente della scrittura rifluiscono accadimenti mediatici, tendenze di costume, colonne sonore generazionali, eventi anche tragici di quegli anni, tutti sempre evocati dalla prospettiva privata. A testimonianza di una nozione della Storia che “avanza come una corazzata su cui le unghia dei singoli lasciano un segno sempre più debole, poi invisibile del tutto”, si legge nel romanzo. La struttura più scoperta, più fragile su cui si imprimono gli sfregi di questa storia umana è il territorio e in particolare le topografie cittadine, che appaiono come corpi scempiati della deriva della società. “Se lo splendore di Palermo è tumefatto”, si legge in Riportando tutto a casa, “il devastante scenario di Chernobyl si riconverte in un termometro forgiato a 1500km di distanza per misurare il livello di intossicazione spirituale delle nostre città”. Ed è proprio il fatale precipitare nel borgo di una intossicazione spirituale che accomuna l’uomo e individui in un unica discesa agli inferi, di cui la scrittura restituisce le sembianza sfigurate.

Cito sempre dal romanzo: Figli di operai, di cassintegrati, di professori universitari, di ferrovieri, rampolli di ricche famiglie industriali, come i luoghi che li accolgono delle viscere di Japigia rendano sul volto qualcosa di feroce, di rovinato“. Anche in Occidente per principianti quella Roma del Campo dei fiori sembra che respiri qualcosa di macabro e feroce. La stessa Rachele, giovane donna legata al protagonista di Riportando tutto a casa, da una iniziare spregiudicata leggerezza rimane uncinata agli occhi del lettore per quella sanguinante, meravigliosa, sporca imperfezione che non può non farci venire in mente quella che cinque anni dopo ne La ferocia sarebbe stata la figura perturbante e sacrificale di Clara Salvemini.

Sembra covare tra le fibre del romanzo del 2009 il nucleo ideativo da cui sgorgherà la gestazione de La ferocia. Anche se permeata su un groviglio di vicissitudini familiari esemplari delle sorti tragiche di un sud della penisola, in cuil’orgia di potere da metafora si è tradotta in didascalia dell’esistente”. Ancora una volta è un’Italia in cui la corruzione e l’egoismo bieco si ergono a norma societaria. Si innesta un altro viaggio conoscitivo il cui protagonista è il personaggio irregolare di Michele , inquieto, che si fa carico della tormentosa ricostruzione degli eventi preceduti alla tragica morte della sorella, con cui ha condiviso un’adolescenza di legami e traumi. Anche la cartografia pugliese, le coste, l’entroterra, le città sembrano disegnarsi in una continuità da Riportando tutto a casa a La ferocia. E sulla insostenibile bellezza dei paesaggi pugliesi sconciati dalla profanazione industriale si sofferma una scrittrice molto cara a Lagioia, Evelina Santangelo. Consentanea a lui nell’attribuire a quei luoghi “la forza di un atto di accusa spaventoso contro il cinismo, la fame di possesso, l’istinto predatorio non meno di quanto non lo sia il corpo di Clara cannibalizzato. Proprio perché i luoghi, i paesaggi e il corpo di Clara, bellissimi, inermi e a loro modo contrari alle leggi di natura, perché gratuiti”. La scrittrice, capace di decifrare il non detto, coglie poi nell’intelligenza visionaria di Michele, sospettosa di ogni verità ufficiale, il grimaldello per arrivare al fondo delle cose, per scardinare la geometria di interessi, prevaricazioni, abusi, che governa quelle vite.

Già in queste considerazioni di Evelina Santangelo, sul valore aggiunto della irregolarità conoscitiva dinanzi “alla ragionevolezza più morfificante del quotidiano”, mi piace cogliere l’allusione all’epilogo spiazzante, aperto del romanzo La ferocia.

Nicola Lagioia:

Grazie perché avete fatto un’analisi profonda ma mi rendo conto di avere una certa età perché il mio primo romanzo Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) è del 2001, quindi sono passati 15 anni. Il progetto delle mappe è molto interessante e per una regione come la Puglia potrebbe risultare semplice da realizzarsi ma per la Sicilia no. Trovarsi in Sicilia per uno scrittore significa camminare in punta di piedi perché metà della letteratura italiana è siciliana; in Puglia abbiamo avuto una cosa in più e una cosa in meno: la cosa in meno è che non avevamo grandi maestri alle spalle, la cosa in più è che non avevamo grandi maestri alle spalle. Da un certo punto di vista, la Puglia non ha una grandissima storia di autorappresentazione, se prendete la seconda metà del Novecento, sì, ci sono delle grandi figure isolate anche se non sono scrittori tout court, penso a Carmelo Bene. Ricordo la prima volta che vidi il film Nostra signora dei turchi (1969), tratto dall’omonimo romanzo di Carmelo Bene, che tra l’altro vinse anche un leone d’argento al Festival del Cinema di Venezia; o ancora la prima volta che lessi i fumetti di Andrea Pazienza ebbi un choc culturale, perché passavo dall’Uomo ragno a Pazienza, ma ero orgoglioso che un disegnatore di fumetti pugliese raccontasse il Gargano, oppure Pino Pascali per quanto riguarda l’arte. Però è da poco tempo, da una ventina d’anni, che gli scrittori nati in Puglia – non c’è un motivo istituzionale, dopo che La ferocia ha vinto il premio Strega, Nichi Vendola ha dichiarato in una intervista di essere orgoglioso perché è frutto di dieci anni di investimento sulla cultura, io veramente me ne sono andato nel 1997 e quindi era abbastanza improbabile ma si sa che i politici cercano di mettere il cappello. Quindi effettivamente non c’erano nemmeno scrittori che venivano dall’università. La questione geografica è importante per un motivo particolare: cioè se uno pensa in Italia è difficile fare letteratura metropolitana perché non esistono metropoli, io vivo a Roma e Roma non è una metropoli, è un paesone con una giustapposizione di quartieri, Milano è una cittadina rispetto a Londra e Parigi, se si facesse un atlante della letteratura contemporanea ci sono soprattutto narrazioni che riguardano la provincia, luogo di congiunzione, certo ci sono molti racconti di città, se io dovessi dire quale romanzo intrattiene di più un dialogo con La ferocia, io direi che sono I viceré di Federico De Roberto, opera di cui gli scrittori si rendono conto, e i filosofi no, soprattutto se quel filosofo si chiama Benedetto Croce perché stroncò I viceré; poi ci volle un altro siciliano non molto tempo dopo Leonardo Sciascia per dire che I viceré è il romanzo più importante della letteratura italiana dopo I promessi sposi, se alle fine dell’Ottocento un italiano avesse voluto avere uno specchio in cui guardarsi per i successi 120 anni, avrebbe dovuto leggere I viceré, che è una macchina del tempo giacché rappresenta tutti i vizi nazionali, perché la letteratura è sempre la parte per il tutto. Dicevo la questione della provincia, noi pugliesi ci siamo fondamentalmente sbarazzati di un problema, di un complesso che voi siciliani avete superato da qualche secolo: abbiamo cioè cominciato a raccontare i nostri luoghi facendo a meno del folklore, eminenza grigia e di Palermo penso che sta pochi kilometri di distanza da franco maresco, uno dei cantori di questa città che sa che il folklore l’altra faccia dell’ingiustificato complesso di inferiorità del provinciale, ingiustificato perché se uno prende la provincia come trampolino e non come zavorra si rende conto che ti dimezza letteratura mondiale parla di provincia non pensiamo soltanto ai due romanzi per me più grandi italiani degli anni 80 Diceria dell’untore di Bufalino, Seminario sulla gioventù di Aldo Busi, un libro ambientato nella provincia del Sud, l’altro nella provincia del Nord, la provincia è la parte per il tutto: se uno prende il caos pirandelliano, all’epoca una terra dimenticata da dio e dagli uomini vicentino Pirandello capace di spostare il baricentro della letteratura europea lì, le provinciali città italiane saliente degli ultimi anni salvo qualche eccezione come Torino sa niente più provinciali più dirette più arretrate ma questo per una scrittore che le voglio raccontare non è necessariamente l’impedimento al racconto. Io sono d’accordo con quello scrittore che diceva per raccontare scrivere un romanzo è sufficiente una sola cosa essere sopravvissuto all’infanzia. Pensiamo alla città cardine dalla letteratura mondiale dell’inizio Novecento: era una città, brutta, sporca e cattiva, reazionaria e provinciale, ossia la Dublino di Joyce, il centro della paralisi che diventa perno della letteratura del tuo tempo. O ancora i più grandi romanzi di Philip Roth, non sono ambientati a New York, ma in New Jersey e nel New England. La provincia può essere la chiave di volta della letteratura.

Io dialogo in continuazione coi miei modelli, quando è uscito Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi), io ricordo il titolo sulla Gazzetta del Mezzogiorno: Giovane barese vuole sbarazzarsi di Tolstoj, era una specie di romanzo sperimentale, ed io facevo mio il programma dell’OuLiPo, e senza rendermene conto, appena trasferitomi a Roma, non conoscevo nessuno, ho riportato in vita Tolstoj, i cui romanzi sono romanzi-mondo, stomaconi capaci di digerire qualsiasi cosa purché sia convertito in codice letterario.

N. Tedesco:

Ha detto una cosa formidabile: avere parlato di Federico De Roberto e vorrei aggiungere alla sua informazione giusta sui filosofi che in realtà De Roberto non è stato capito nemmeno da critici letterari di sinistra, cosa che oggi non ci aspetteremmo. Io ho un ricordo personale: quando ho preso la libera docenza, c’erano dei grossi personaggi in commissione; tra questi Giuseppe Petronio, che mi accoglieva bene ma non accettava soltanto una cosa, ossia la mia dedizione per De Roberto, poiché secondo lui non aveva scritto poeticamente come Giovanni Verga, non capendo forse che De Roberto e Verga sono due cose completamente diverse. Finalmente, oggi De Roberto viene compreso come un grande scrittore, sia da destra che da sinistra.

Parola ai ragazzi.

Vanessa, Domanda: Riferimento alla ferocia in quanto termine che ricorre spesso nel romanzo, in costruzioni ossimoriche “Clara feroce e soddisfatta sotto la doccia”, “il feroce sorriso di Michele”. Ci si è interrogati su una pagina in particolare, dove viene fuori una chiave di lettura sociale-antropologica del romanzo:

Lo avevano finito a calci in bocca, senza motivo, fomentati dall’alcol e da un odio che non apparteneva a nessuno. Un’energia brutale propagatasi nel vuoto, una febbre collettiva. Forse il residuo di un tempo anteriore alle prime leggi scolpite nel basalto, un’era lontanissima e feroce, sempre pronta a spalancarsi sotto i piedi.

Ci si chiedeva in che maniera potrebbe argomentare questa affermazione sia in rapporto al romanzo sia in relazione alla società contemporanea.

Risposta: Il passo a cui lei alludeva è un mio ricordo che poi ho messo nel romanzo, allude a un magistrato che si sta ricordando che a una vineria c’è una rissa fra due ragazzi, uno dei due inizia a prenderlo a calci e quasi per una sorta di contagio della violenza, anche altre persone lo prendono a calci, è la faccenda antichissima e ancestrale del branco, i cui componenti si fomentano l’un altro. La ferocia, titolo del romanzo che è stato trovato dopo, una volta scritto il libro, è la antichissima radice violenta, l’ancestrale istinto di prevaricazione che ci appartiene in quanto animali, viventi, la ferocia uno lo attribuisce agli animali, ai predatori, al massimo l’uomo è crudele, la ferocia in questo romanzo è il ritorno allo stato di natura da cui noi uomini ci illudiamo di esserci emancipati e liberati, lo stato di natura per noi uomini è la barbarie. Uno delle nostre mete di specie dovrebbe essere quella di recidere il legame con questa violenza originaria, tale legame noi non riusciamo a rescinderlo del tutto: la ferocia ritorna sempre soprattutto nei momenti di debolezza e crisi come quello che stiamo vivendo adesso, è un attimo e si ripiomba nel vecchio abisso, e oltre alla violenza plateale come quella dell’ISIS, esiste una violenza invisibile, iper-moderna, pensiamo a come si è allargata secondo ritmi ottocenteschi in questi 15 anni la forbice tra ricchi e poveri. Nel romanzo si parla di una famiglia palazzinari, del capitalismo all’italiana vecchio stile; del resto noi tutti conosciamo il “sacco di Palermo”, come di quello di Bari, ma anche di Genova, non è un caso che nel 1963 esce un romanzo di Italo Calvino dal titolo La speculazione edilizia, e nello stesso anno esce il film Le mani sulla città, di Francesco Rosi e scritto da Raffaele La Capria, dove vi è perfettamente questa cosa qui feroce e ancestrale, la radice è sempre la stessa. In un film degli anni settanta, C’eravamo tanto amati, c’è una figura di un palazzinaro coatto, però lì c’è contemporaneamente un capitalismo di tipo nuovo perché siamo dopo la seconda metà del Novecento, e ritorna un istinto predatorio violentissimo antichissimo. L’istinto di prevaricazione è la ferocia, e in quel passo c’è questa cosa illegittima da codice penale, tuttavia se questa cosa qua la raffiniamo, c’è anche nella vita di tutti i giorni. Allora, essendo La ferocia un romanzo sulla prima decade del XXI secolo, ed essendo la nostra epoca pregna di questa atmosfera, allora ho cercato di riportarla.

Vanessa, D.: Approfondimento su Michele, personaggio che esce in maniera graduale, il cui ruolo si consolida nelle battute finali. Legame tra gli interessi artistici e letterari di Michele e il suo modo alternativo e inconsueto di accostarsi ai fatti, specie quelli che seguono la morte di Clara, apparente caso di suicidio. I passi del romanzo cui si fa riferimento sono quelli in cui si cita L’apologia della storia di Marc Bloch, ad esempio, o ancor l’articolo che Michele scrive sul poeta articolo che va a sostituire l’altro articolo da cui Michele sembra quasi ossessionato,

Questi spunti letterari hanno avuto un peso nella costruzione del personaggio e hanno influito sull’intreccio della storia?

Angela, D.: A proposito di Clara, il suo personaggio si muove in una dimensione diversa, accessibile solo a pochi, la stessa Annamaria riesce a entrare in contatto con la figlia soltanto durante la gravidanza e al prezzo di sofferenze lancinanti, le stesse sofferenze che sente Clara che la mettono in contatto con se stessa ma che la porteranno all’autodistruzione. Si può dire che questa sua indole diversa è essenzialmente la sua colpa e il suo destino?

Studente, D.: La presenza animale all’interno del romanzo. L’animale che identifica Clara a mio avviso è la tigre, visto che questa identificazione nasce quando Clara regala a Michele il volume Canti dell’Esperienza di William Blake. Oltre ai Canti dell’Esperienza, Blake scrive i Canti dell’Innocenza la cui poesia più famosa è The Lamb, ossia L’agnello, antitesi dell’altro componimento identificativo di Clara, ossia The Tiger. L’agnello potrebbe rappresentare Michele? e in seguito Clara potrebbe diventare a sua volta agnello, animale simbolo del sacrificio e Michele trasformarsi in tigre?

R.: Molto bella quest’ultima domanda, ed è esattamente così. Chi è Michele? Michele è un bambino non amato, perché oggetto di imbarazzo per il padre, essendo figlio illegittimo, è oggetto di odio cordiale dalla matrigna, e come alcuni bambini non amati è un bambino problematico e ha un rapporto con la realtà complicato, è un borderline e lo sarà per lungo tempo, e come tale è portatore di verità, che nei bambini problematici è un sintomo, non è il proseguimento di un percorso consapevole, è un disturbo, e per questo hanno anche una grande difficoltà ad accedere a se stessi, a diventare individui, perché devi essere amato per capire chi sei. A Clara non è richiesto di occuparsi di Michele, a nessuno viene chiesto in famiglia di occuparsi di Michele, a parole sì ma sappiamo benissimo che in famiglia quelli che contano sono i messaggi subliminali, ed è la divaricazione fra il dichiarato e il vero quello che manda fuori di testa i ragazzini, perché l’autorità è un’altra. Clara, in questo contesto familiare, è una specie di atto di ribellione, perché si occupa di Michele spezzando in qualche modo il cerchio di quella famiglia con amore disinteressato. Tuttavia, Clara sa essere crudele, sa sfruttare sa e farsi sfruttare perché poi non si capisce mai se sia lei o i suoi uomini ad avere il coltello dalla parte del manico, e io amo queste coppie di personaggi perché è quanto di fatti succede nella vita reale e amo i romanzi in cui vi sono tali coppie, come Lolita di Vladimir Nabokov, dove non si capisce mai se sia Lolita appunto o Humbert Humbert ad avere il coltello dalla parte del manico, e io credo che in questo romanzo il coltello non abbia il manico perché, comunque lo si maneggi, quello tra i due è un rapporto sanguinoso. Nel romanzo, arrivati a un certo punto, Clara dice Michele la tigre mangia l’agnello ma Michele dice che l’agnello facendosi mangiare dalla tigre crea in qualche modo la tigre questo significa che i due ruoli di carnefice e di vittima non sono mai abbastanza chiari. In realtà Michele è un borderline che ama la letteratura ed è una specie di idiota dostoevskiano, una specie di creatura angelicata che però alla fine del romanzo diventa adulto, prima che diventi adulto è una specie di santo e se dovesse ispirarsi a qualche filosofo, sarebbe sicuramente Simone Weil e se dovesse ispirarsi a qualche scrittore, sarebbe sicuramente Georg Trakl, un poeta austriaco formidabile, i cui componimenti sono di una bellezza e di una semplicità e soprattutto non sono smontabili. Prima si citava Lolita, capolavoro della letteratura mondiale, ma il primo capitolo del romanzo si può smontare, è bellissimo ma io riesco a capire come fa, come è stato scritto, se si prende una parabola di Kafka o una poesia di Trakl non riesci a smontarle, perché sembrano dei monoliti tanto sono semplici. Trakl racconta la prima guerra mondiale molto prima che la prima guerra mondiale scoppi e non lo fa raccontando la prima guerra mondiale – è questa la cosa geniale – Trakl racconta tutt’altro, anticipando le catastrofi mondiali, nelle sue poesie infatti c’è la campagna austriaca, i comuni di grano, i colli del cielo, il mosto fermentario delle botti, nulla che abbia a che fare con l’elemento bellico ma c’è una tale inquietudine, una tale massa oscura che incombe su questo paesaggio altrimenti bucolico che tu capisci che lui sta raccontando una civiltà sull’orlo del suicidio, poiché la prima guerra mondiale fu uno dei primi suicidi d’Europa. In qualche modo la figura di Michele si forgia su quella di Trakl. Michele e Clara hanno un rapporto morboso ai limiti dell’incesto, ma c’è incesto fra Trakl e la sorella, Trakl morirà suicida non soltanto per questo rapporto incestuoso con la sorella, ma anche perché essendo farmacista fu mandato al fronte, e deve assistere 90 feriti gravi senza medicine, anestetici e va fuori di testa, tenta il suicidio la prima volta, lo salvano, tenta il suicidio la seconda volta e ce la fa; la sorella meno di un anno dopo si darà un colpo di pistola al cuore. Di questi rapporti morbosi, tesissimi tra fratello e sorella, La ferocia si alimenta, come ne L’urlo e il furore di William Faulkner, dove il fratello è tanto ossessionato dalla sorella che a un certo punto si convince di aver commesso incesto, perché negli Stati Uniti presbiteriani questo è uno dei peccati più gravi e così, almeno dopo morti, in un punto dell’inferno talmente profondo, nessuno potrà disturbarli e potranno esser da soli, o ancora in Cime tempestose, fratellastri che però non hanno alcun genitore in comune, essendo lui adottato. Per quanto riguarda Clara, è una ragazza da una parte capace di un amore incondizionato e questa dovrebbe essere una delle mete di specie di cui dicevo prima ed è anche una figura sacrificale, una madonna contradditoria, a guardia bassa, come se lasciasse gli altri sempre liberi di farle del male; in realtà Clara morendo è come se consegnasse il passaggio del testimone a Michele, che ha il compito di continuare la sua missione. Per quanto riguarda Michele, La ferocia è il suo romanzo di formazione, diventare adulti non vuol dire sbagliare, ma mettersi nelle condizioni di sbagliare, finché Michele sta da questa parte qui della linea d’ombra può permettersi di giudicare il mondo come se non ne facesse parte, come se non avesse neanche la possibilità di sporcarsi le mani perché appunto creatura angelicata, e come tale non incide nella realtà, nel momento in cui finalmente si mette in gioco, includendosi in un mondo di cui non faceva parte, si sporca le mani e compie la sua vendetta.

Cristina, D.: Uno dei temi fondanti del romanzo è la falsità, il funerale di Clara è il momento in cui l’ipocrisia raggiunge il suo apice ed è importante a mio avviso citare il seguente passo: “- Vi mando come pecore tra i lupi, – disse il sacerdote pensando l’esatto contrario a metà messa”, cioè il sacerdote avverte che i lupi nella chiesa nascondono qualcosa di terribile. Un altro aspetto che ha catturato la mia attenzione è il complicato rapporto tra Clara e Alberto, lacerato dai tradimenti di lei. Potrebbe darmi delle delucidazioni su questa citazione: “Alberto riusciva a condurre l’invisibile segno dell’offesa su un territorio della vita coniugale dove Clara tornava sua”?

Donatella, D.: Io sono rimasta colpita dalla descrizione della società proposta e mi ha colpito il fatto che sembrerebbe che il trascendente non abbia alcuno spazio, però tra le righe traspaiono accenni non soltanto alle Sacre Scritture per cui ad esempio il malessere di Clara è paragonato a un Ararat mancato, o ancora l’ira di Michele a una via crucis al contrario, poi ho notato la continua interazione del numero 3 in situazioni soprattutto nelle quali è presente Clara che potrebbero evocare anche la trinità, e mi azzarderei ad andare ancora oltre dicendo che ho notato una spiritualità diversa da quella cristiana, cioè mi sono accorta ad esempio che è reiterato il termine mezzaluna che appare la prima volta nelle pagine che raccontano il funerale di Clara. Il sacerdote dice: “Gli adoratori della mezzaluna ci avrebbero montato sulla forca”, e poi altre riflessioni inerenti a questa spiritualità diversa, ad esempio l’insistenza sugli orecchini a forma di stella di Clara, per cui si è pensato all’Islam e alla bandiera islamica. Le chiedo perciò conferma o meno delle mie idee, e vorrei chiederle se secondo lei la religione nella nostra società possa avere un qualche ruolo?

R.: Partendo dall’ultima domanda, l’allusione all’Islam non c’è in realtà. Quella luna se proprio allude a qualche cosa allude alla luna pallida della Salomè di Oscar Wilde, dove ci sta sempre questa luna pallida e fatti di sangue. Invece sono vere tutte le altre simbologie, ne aggiungo un’altra: Michele arriva a Bari dopo che Clara è morta – ma questo può essere colto soltanto se si fanno i calcoli – tra il suo 32º e 33º compleanno. Walter Siti per esempio diceva che la letteratura, la prosa è una specie di parodia delle Scritture ed effettivamente la radice è quella là; ci sono due radici per la letteratura occidentale, quella giudaico-cristiana e quella greca e pre-cristiana. Noi veniamo da questa roba qua che è difficilmente aggirabile: Moby Dick di Melville comincia con “Chiamatemi Ismaele”, inizio che lo fa sembrare un romanzo scritto da un profeta testamentario. Persino negli scrittori blasfemi, per esempio tutta l’opera di Beckett sembra una continua parodia dell’Ecclesiaste, perché ci sono tutta una serie di figure archetipiche, alcune delle quali sono anche bibliche. Per noi scrittori, sia che crediamo sia che non crediamo, è difficile che riusciamo ad aggirare questa memoria culturale. Ne La ferocia c’è un triplo salto mortale perché se qualcuno deve incarnare una figura mistica non sarebbe Michele, nonostante i suoi 33 anni, ma Clara, che muore perché tutta una serie di peccati siano non rimessi ma vendicati, un specie di sacrificio femminile come se fossimo in una storia del Vecchio Testamento. Quindi c’è un elemento trascendente giocato ovviamente non in maniera canonica, forse un po’ panteistica dato che la natura è anche uno dei grandi protagonisti di questo romanzo. Una cosa però c’è un po’ la convinzione di pensare che il realismo non esaurisce la realtà, perché continua a circondarci il mistero e a me piacciono i libri in cui questo mistero c’è. E questo romanzo è un debito pagato a David Lynch.

Per quanto riguarda il ménage coniugale tra Clara e Alberto, effettivamente pure per questo rapporto ci si potrebbe chiedere chi ha il coltello dalla parte del manico, all’inizio noi potremmo essere spinti a empatizzare per Alberto, continuamente tradito dalla moglie, nonostante questo rimane lì al suo posto, non la lascia, però secondo me Alberto è una delle figure più spregevoli di questo romanzo, che è un pusillanime e pur di possedere Clara discuterebbe con lei dei tradimenti che la coinvolgono e ha capito che il controllo psichico ed emotivo è molto più persuasivo di quello fisico che in ogni caso sulla moglie non ha, vuole colonizzarla emotivamente.

A. Castello, D.:

Ho notato che all’interno del romanzo alcune frasi o alcuni periodi ricorrono più di una volta, vengono ripresi. Ma forse, a ben vedere, non si tratta tanto di ripetizione quanto di ricorsività della narrazione. Perché, alla ripresa di passi noti, corrisponde l’aggiunta di elementi nuovi. A tal proposito, è un esempio significativo l’incontro tra Michele e il medico legale Lopez, anzi il “quasi-incontro” tra i due. Questa porzione di testo, infatti, viene ripresa più volte e alla ripresa corrisponde l’aggiunta di elementi nuovi. Come se si volesse dare un di più nella narrazione. Mi sembra altrettanto interessante il fatto che questo elemento stilistico riprenda il raddoppio di cui è vittima il personaggio. Un altro aspetto che ho notato nel romanzo, sempre da un punto di vista stilistico, è quello che si potrebbe definire poliprospettivismo. All’interno del romanzo, infatti, non viene offerta un’unica prospettiva ma, piuttosto, più punti di vista: capita spesso che una stessa scena venga raccontata da punti di vista differenti. E, naturalmente, oltre a quelli di Clara e Michele, che sono i personaggi per i quali il lettore patteggia, ai quali si sente più vicino, vengono ripresi anche altri punti di vista, ad esempio quello di Vittorio, di Annamaria, di Alberto, eccetera. Mi è sembrato interessante, in particolare, un passo del romanzo in cui il punto di vista adoperato è alquanto insolito: creando un effetto di straniamento sul lettore, il punto di vista adoperato è quello di un insetto. In questa parte Vittorio e Michele dialogano tra loro e non diventano delle ombre, quella di un uomo più anziano e quella di uno più giovane, perché il punto di vista sembra proprio quello dell’acaro, che mosso soltanto dal proprio istinto, vede queste ombre come ininfluenti per il suo agire. Vorrei leggere il passo:

 Hai sentito per caso il geometra Ranieri? – disse l’uomo più anziano a quello giovane nel fresco della veranda.

Ma per il minuscolo acaro attaccato all’addome della vespa si trattava di ombre che la distanza non trasformava ancora in pericoli reali. Nonostante la vespa fosse grossa dieci volte tanto – la sua puntura in grado di provocare uno shock anafilattico in un cane di piccola taglia – la forza impersonale che governava l’acaro lo spinse ad aggredirla non appena ne individuò la presenza nel vaso di ciclamini. La vespa provò a reagire, ma era lenta. L’acaro poté artigliarle l’addome con i suoi dentini aguzzi, fino ad infilarci dentro le potenti appendici saldate a tubo. Non poteva sapere che la vespa era vecchia e malandata, e che questa era l’unica ragione per la quale avrebbe avuto la meglio. Lo sapeva la sua forza e tanto bastava”.

L’effetto che questo punto di vista insolito provoca nel lettore è un po’ straniante. Da questo passo e da altre parti del romanzo si evince da un lato la centralità dell’etologia e del comportamento animale, cui lei sembra concedere un’attenzione particolare, ma dall’altro un uso del linguaggio e della lingua particolari, con la scelta di un linguaggio zoomorfo, di figurazioni zoomorfe, in altri casi anche medico specifico. Vorrei chiederle di soffermarsi sull’importanza che queste scelte stilistiche e linguistiche hanno avuto nella gestazione del romanzo e il ruolo che lei attribuisce ad esse.

R.: Grazie. Che bella domanda, complimenti. Adesso provo a rispondere. Il passo che lei citava è quello sul medico. Ora provo a farvi io una domanda, vediamo se riconoscete la citazione:

Quando, molti anni dopo, Gennaro Lopez, ex medico legale dell’azienda Asl 2 di Bari, si sarebbe trovato a estrarre dai suoi molti benché confusi ricordi il più spaventoso, cioè quello che avrebbe potuto causargli maggior danno, avrebbe scelto la sera in cui un ragazzo sui trent’anni bussò alla porta di casa sua e iniziò a riempirlo di domande sul certificato di morte della sorella.

Che incipit è?

Studentessa: Cent’anni di solitudine!

R.: Brava! Pochi sanno che anche l’incipit di Cent’anni di solitudine è un calco dal romanzo Pedro Paramo di Rulfo, che Gabriel Marquez rende poi celebre in tutto il mondo. È vero, c’è questa ricorsività, c’è questo poliprospettivismo di cui lei parlava. A me piacciono molto i romanzi, i film in cui una stessa faccenda è raccontata più volte, da diversi punti di vista. Un film celeberrimo che fa questo è Citizen Kane, Quarto potere di Orson Welles. Una stessa identica scena di Kane, il magnate dell’editoria che è al centro del film di Orson Welles, ha inquadrature diverse perché sono diverse le persone che la guardano e, a seconda di come viene vista, quella scena si carica di un significato simbolico, semiotico, etico diversi. A me piace non dare giudizi sui personaggi. Mi interessano sia le ragioni di Lucia Mondella sia quelle di Lady Macbeth. E se io voglio stare nella testa di Lady Macbeth, dovrò vedere le vicende anche dal punto di vista del re ammazzato e di Macbeth. In fondo lo stesso accade durante una cena in cui si è in cinque o in quattro: quando uno dei quattro, che nessuno conosceva prima di allora, si alza e se ne va, ognuno degli altri tre, confrontandosi, avrà avuto delle impressioni diverse su quella persona. A me piace che in letteratura ci sia una molteplicità di punti vista, perché uno soltanto non è sufficiente per farsi un’idea del personaggio di cui stiamo parlando. Effettivamente ci sono molti animali: insetti, topi, una gatta che è a tutti gli effetti un personaggio ed è un pretesto narrativo importante, perché Michele esce dalla villa per cercarla. Questo è un po’ un topos letterario, si pensi al gatto di Holly che scappa in Colazione da Tiffany: nel film lo ritrova, a differenza del romanzo. La mia gatta che scappa di casa è un mio incubo ricorrente, per fortuna resta solo un sogno. In effetti l’elemento etiologico è molto importante, perché questo è un romanzo del XXI secolo e a volte ho paura che l’etiologia possa essere una scienza che spiega gli uomini degli ultimi anni. Noi andiamo alla ricerca- e probabilmente ci sono- di altre forme di vita nell’universo, anche se dimentichiamo che noi non siamo soli al mondo. Ci sono altre forme di vita sulla Terra e queste rappresentano un mistero, perché io il bordo lo vedo rosso, mentre un gatto verde: è rosso o è verde? Boh! Esistono degli esseri viventi che hanno un apparato percettivo del mondo completamente diverso dal nostro, che sentono e vedono il mondo in maniera diversa da noi. Come sente il mondo uno scarafaggio, una creatura il cui apparato percettivo si è formato un milione di anni fa, a differenza del nostro, molto più recente? Il National Geographic ha realizzato uno studio su che cosa accadrebbe se i quattro- cinque miliardi sulla Terra fossero riassunti in un anno: noi esseri umani saremmo comparsi alle 23.54 del 31 dicembre. Siamo gli ultimi arrivati e forse non saremo gli ultimi a restare. Forse ci sono delle specie, tra i viventi, che ci sopravvivranno. A proposito di Herzog, di cui si parlava prima: uno può essere ecologista – e questo è il punto di vista del romanzo- e contemporaneamente pensare che la natura sia terribile. Non è detto che sopravvivremo come specie perché non è detto che sapremo controllare lo sfruttamento delle risorse. Questo è un problema che l’umanità pre-moderna neanche si poneva. C’è un calendarietto abbastanza angosciante, di cui non ricordo il nome specifico inglese, dove ritroviamo indicato quel momento dell’anno a partire dal quale noi consumiamo più risorse di quanto la Terra ne possa autogenerare. Ogni anno cade qualche giorno prima: quest’anno è il 18 agosto, il prossimo anno cadrà il 16 o 15 agosto, quando cadrà il 2 gennaio saremo fottuti. La faccenda sarà chiusa solo per noi, non per gli animali e per la natura, che pensa a sé. Il mare in tempesta è meraviglioso se lo vediamo dalla finestra, perché se invece in mezzo al mare in tempesta ci sei, anche tu sei fottuto. Ci sono due i film usciti negli ultimi dieci-tredici anni che metto sempre insieme e che sono due riflessioni sulla natura. Uno è Into the wild di Sean Penn e l’altro è Grizzly Man di Werner Herzog. Mentre in Into the wild c’è un’esaltazione meravigliosa della natura, in Grizzly Man c’è la storia di un americano ecologista e antimetropoli che ogni anno va in un parco naturale con la fidanzata a trovare gli orsi, perché lui si sente un amico degli orsi. Tra l’altro quest’uomo è un videoamatore, quindi qualunque cosa faccia si filma: Herzog compone il film attraverso i filmati che gira il protagonista quando abbandona la città. La povera fidanzata, in uno degli ultimi video, confessa di voler lasciare il protagonista e che quella sarà l’ultima estate con gli orsi: è l’ultima estate tout court, perché gli orsi, ad un certo punto, se li magnano, li ammazzano tutti e due. In uno dei pochi momenti, prima della fine del film, in cui c’è la voce fuoricampo di Herzog, che lì è giudicante e che mi ha fatto capire qualcosa: il regista contraddice i giudizi sugli orsi del protagonista, ricordando di come in realtà siano degli animali che, all’occorrenza, possono trasformarsi in una macchina per uccidere. La telecamera era sempre accesa, quindi è accesa anche quando l’orso entra nella tenda dei due e li ammazza entrambi: per fortuna con l’otturatore non possiamo vedere la scena, ma c’è l’audio. Scopriamo che in realtà la vera eroina della vicenda è la fidanzata che, nonostante lo volesse lasciare, si frappone tra l’orso e l’uomo e dà un colpo di padella all’animale, che la uccide per prima. C’è una grandissima lezione di Werner Herzog sull’etica del raccontare: non ci fa sentire l’audio della morte di questi due, perché la morte non si fa vedere e non si fa ascoltare. Questo cosa qua, secondo me, non vale e non dovrebbe valere soltanto per l’arte, per la rappresentazione artistica, ma anche per il giornalismo. Ogni volta che vado su laRepubblica.it o corriere.it e quelli hanno messo un morto, mi incazzo proprio. Ti capita per sbaglio, anche se i warning sono una carta moschicida per i voyeristi che siamo, ma penso a quando misero online o fecero vedere in televisione l’impiccagione di Saddad Hussein o la quasi lapidazione di Gheddafi. Herzog decide di non fare ascoltare niente e fa un’altra cosa, con un vero spirito teutonico un po’ pedante e anche crudele, in linea con la sua scelta etica: dà questa videocassetta al legittimo proprietario, cioè alla mamma del ragazzo che è morto, e le dice “Secondo me non dovresti mai ascoltarla, ma dovresti distruggerla. La distruggerei io, se appartenesse a me. Dal momento che non appartiene a me, tocca a te distruggerla. Tienila, custodiscila, se non vuoi che lei distrugga te”. Grizzly Man è una tripla meditazione sulla natura, sull’ecologia e sul raccontare la storia. Chi non l’ha visto, lo veda.

Studente, D.: Prendendo in considerazione due personaggi del romanzo, Orazio Basile e Vittorio Salvemini, si ha la sensazione che siano in qualche modo collegati con l’ambiente in cui vivono. Orazio Basile intanto vive o comunque sopravvive nella città di Taranto, tanto ben descritta da lei nella sua realtà. Mi riferisco al disastro ambientale provocato dall’acciaieria dell’Ilva, al degrado in cui la gente del luogo è costretta a vivere, quasi come se fosse senza speranza. Di contro, Vittorio Salvemini, il quale rappresenta appunto la controparte in questa realtà, ossia la speculazione edilizia che ignora del tutto la tutela e la salvaguardia dell’ambiente, dell’ecosistema. C’è una dimensione simbiotica di questi personaggi tra l’ambiente e il degrado. Mi piacerebbe capire come questa dimensione simbiotica tra ambiente, degrado e personaggi diventi scrittura e come la cronaca contemporanea diventi materia narrativa.

R.: Orazio Basile è il camionista al quale poi amputano poi la gamba, Vittorio… è Vittorio. Orazio sta a Taranto e Taranto è una città disgraziata, a causa dell’Ilva. Ci sono due città italiane che mancano all’appello, da qualche anno: una è Taranto, l’altra è L’Aquila. Il fatto che noi non sentiamo come ferite sia Taranto che L’Aquila la dice lunga sul senso di comunità che ci circonda, che è sempre molto più fragile di quanto immaginiamo. Su come la cronaca si trasformi in racconto: no, sono due cose proprio diverse. Io da cittadino, da intellettuale posso giudicare il Vittorio Salvemini, la situazione. Se invece faccio lo scrittore, quei personaggi sono tutti quanti miei fratelli, li devo comprendere, li devo capire, non li devo giudicare. Fosse stato anche il padron dell’Ilva, Riva- pace non lo so, all’anima sua sì perché è morto qualche anno fa- persino quello diventerebbe un mio simile, un mio fratello, se lo dovessi raccontare narrativamente. Non a caso Shakespeare entra nella testa di tanti “cattivoni”, di tanti personaggi spregevoli. Sì, l’ambiente è quello lì. Quest’anno siamo rimasti tutti un po’ scioccati dal rapporto Svimez che tanto ha fatto discutere, per il fatto che il Sud è cresciuto meno della Grecia. Questa cosa qua ha agitato molto il presidente del Consiglio, ci sono state delle polemiche, nelle quali sono intervenuto pure io, prima di me è intervenuto Saviano eccetera eccetera. Renzi ha parlato ancora una volta di piagnisteo, ma vallo a dire “non piangere” a una vedova di un operario morto nell’Ilva. Si è parlato di “due Italie”, da quel punto di vista. Secondo me è invece il contrario: il Sud è spesso la parte del tutto, al Sud esplodono in maniera più chiara, più violenta, delle contraddizioni che riguardano tutto il Paese. Ad esempio, l’Italia ha un piano industriale che fa pietà, se c’è una città simbolo di come questo piano industriale sia andato a scatafascio, quella è Taranto. Il problema del lavoro c’è in tutta Italia, ma se c’è un luogo cui tutto questo esplode con tutta la sua forza e la sua evidenza, quello è nel Sud. Non è un caso, se la bilancia del credito-debito del PIL la leggiamo in termini di immaginario anziché in termini di economia, si inverte la faccenda: noi siamo dei grandissimi produttori d’immaginario. Certo, è un po’ triste essere produttori d’immaginario perché siamo la cartina di tornasole di questa situazione, ma tant’è. La letteratura s’ispira a questo, trasformandolo poi in qualcosa di diverso. Non è la continuazione del lavoro di un Pubblico Ministero in sedicesimi. Fabrizio De André legge di una prostituta annegata e scrive Bocca di rosa. Tu trai ispirazione, non c’è una pretesa di fedeltà. Perché, se si va a prendere una cartina di Bari e si sovrappone ad una cartina letteraria, le due non coincideranno. Anche la Londra di Dickens non coincide con la Londra reale. Forse è proprio attraverso la maschera, la finzione, che si può dire la verità.

FRANCESCA, D.: Ho trovato il suo romanzo molto bello e la mia non è una captatio benevolentiae. Mi ha affascinato, oltre alla tematica affrontata che, come ha detto anche lei prima, potrebbe essere un topos letterario, per la costruzione del romanzo stesso, cioè lo stato di suspance che si ha quando si comincia la lettura. In molte interviste lei ha detto che questo romanzo è un percorso quinquennale. Mi chiedevo, poiché un romanzo nasce dentro l’autore, dov’è germogliato questo romanzo in alcuni dei suoi testi? Dove si è sviluppato? Da dove nasce questa modalità di costruzione del romanzo, così affascinante anche per questo modo di spezzettare il racconto? Mi ha affascinato anche il discorso del gatto: in un’intervista lei ha affermato di essere affezionato al gatto perché rappresenta il suo, io ho trovato anche un binomio con la gatta del Canzoniere di Saba. 

Studente, D.: La mia domanda esula dalla produzione letteraria. Vorrei sapere come lei interpreta il suo impegno culturale. Lei è anche un autore su Radiotre, scrive su vari giornali. Sono un suo lettore su Internazionale, in cui ho apprezzato molto il suo reportage Giro d’Italia in ottanta librerie, dove fa tappa anche a Palermo e ne racconta approfonditamente la situazione culturale. Come riesce districarsi su più fronti?

Studente, D.: Com’è stato detto, nel romanzo c’è una forte presenza degli animali. Anche l’uomo è “animalizzato”. Soprattutto nel capitolo in cui si parla del rinvenimento del corpo di Clara e l’autopsia, l’animalizzazione e la voracità dell’uomo sono piuttosto evidenti. Ricorrono infatti verbi quali “divorare”, “masticare a vuoto”, “smascellare”, “sghignazzare”, “grugnire”. Si potrebbe parlare, usando un’espressione di Evelina Santangelo, di “cannibalizzazione del corpo di Clara”?

R.: Smascellare è un verbo poco noto, si riferisce ai cocainomani. Per quanto riguarda l’autopsia, in questo romanzo ci sono l’edilizia, la medicina, la veterinaria: non avendo una laurea in nessuno di questi campi, mi sono messo a studiare. Vi racconto un aneddoto. I siti delle Università a volte mettono online i video delle autopsie. Per documentarmi sulle autopsie seguivo un doppio binario: da una parte chiedevo ai medici e dall’altra guardavo i video, non essendo obbligato, come Zola, ad assistere di presenza. Una mattina – io mi sveglio prestissimo- ero nel mio studio a vedere video quando mia moglie entra col suo caffè in mano, vede un corpo squartato e mi chiede cosa sta accadendo. Ci si potrebbe chiedere perché sia interessante documentarsi con la realtà. Attraverso Internet avevo a disposizione tutti gli aspetti tecnici. Un medico, però, ti può fornire dei dettagli che non potresti trovare su Internet. Ad esempio, una volta un mio amico medico mi disse “Non sai quante volte ho fatto autopsie al cimitero di Bari” ed io “Al cimitero di Bari! Nei cimiteri si fanno le autopsie?”. Ho pensato che una sala autoptica in un cimitero fosse perfetta per creare un’atmosfera gotica. Inoltre, mi informò del fatto che le sale autoptiche sono identiche a quelle dei film americani, ma che in più c’è un faretto non regolabile che ogni volta gli brucia la nuca: anche questo era dettaglio narrativamente perfetto. Poi, quella di Clara non è un’autopsia, è un esame autoptico. Ci sono delle differenze: durante l’autopsia ti aprono, nell’esame autoptico, invece, ti manipolano. Rispondo alla domanda sulla struttura. È voluta, seguo una strategia narrativa: a pagina 20 lascio qualcosa in sospeso e il lettore si domanda se si tratti di cosa voluta o se invece lo scrittore stia solo ingarbugliando la vicenda. Si tratta di un romanzo un po’ complicato nelle prime ottanta pagine, ma, una volta entrato all’interno della storia, tu lettore ti fidi e scopri che gran parte delle promesse fatte saranno mantenute. A pagina 40 c’è una cosa in sospeso, a pagina 60 il nodo viene sciolto e, a seguire, verranno stretti altri nodi nella pagine seguenti e così via. Anche i salti temporali possono risultare faticosi durante la lettura. Dipende anche da che tipo di lettore sei. Quello che faccio io è nulla rispetto a quanto facevano Musil, Proust, Joyce e tutti i modernisti. Qualche tempo fa Aldo Grasso disse che le serie tv americane avrebbero sostituito la letteratura, proprio per queste strategie. In realtà, i flashback e i flash-forward presenti in Lost , in True detective e altre serie, nei romanzi, ci sono da circa 120 anni. “Niente di nuovo, sotto il sole”.

R.Per quanto riguarda come mi districo nell’impegno culturale, secondo me sono carriere separate. Quando devo scrivere un pezzo su Internazionale sento una responsabilità che quando scrivo un romanzo non ho. Quando scrivo un romanzo sono molto più libero ed è giusto che io non lo sia nell’impegno culturale, perché lì invece devi avere un Super-Io che ti disciplina. Il Super-Io per lo scrittore è di tipo estetico: scrivere la pagina quanto più perfetta si possa. È invece di tipo etico da intellettuale. La parte etica me la conservo sulle questioni culturali. Sono molto più irresponsabile da scrittore di romanzi. E’ faticoso svolgere diversi lavori, sul giornale, per Minimum Fax. Occuparmi dei libri degli altri mi piace ed è anche salutare per me. Così non sono troppo concentrato su me stesso: è sufficiente che io lo sia per il tempo in cui scrivo il mio libro. Scrivere è un lavoro solitario, rispetto ad altri lavori in cui c’è una condivisione (lavoro giornalistico, editoriale etc.). E’ bello lavorare in gruppo perché condividi sia i successi che i fallimenti: è più rassicurante. Non sei a gioire come un “fesso”. Da scrittore si sta da soli, da intellettuali in gruppo.

Luciano Longo, D.: La mia domanda parte da un lavoro che stiamo tentando di avviare qui all’Università di Palermo, all’interno dell’attività dello Specchio di carta, siglato con A.D.R.O.C: Archivio Digitale Del Romanzo Contemporaneo. L’obiettivo è raccogliere tutto il materiale preparatorio dei romanzi e cercare di capire la costruzione del testo attraverso la ricostruzione delle sezioni che compongono il romanzo, potendo avere a disposizione i file di scrittura, non solo quelli salvati in modo consapevole dall’autore, ma anche quelli temporanei, che vanno a finire in memoria, di cui nessuno di accorge. E’ dunque un percorso di ricostruzione di filologia dei file sul romanzo contemporaneo.

Come avviene il metodo di scrittura del romanzo La ferocia? La modalità è la scrittura elettronica e solo la scrittura elettronica o accanto c’è anche un lavoro di redazione, ad esempio su un quadernetto o qualsiasi altra tipologia di materiale?

In che modo avviene la sua scrittura su pc? Vengono date due tipologie di scrittura su pc: chi scrive totalmente sulla pagina e chi modella costantemente il testo. Dalla lettura del suo romanzo l’idea è quella di una scrittura costante, ma da un lato si ha l’impressione che questo romanzo di volta in volta cambi fisionomia. Quindi questa tensione a modellare il testo non è così chiara.

R.: Per ogni romanzo che scrivo metto tutto in una cartella quando finisco. Per La ferocia ho una cartella con tutti i file del romanzo e gli altri materiali (l’autopsia ad esempio, documenti, filmati, immagini). Non sono nativo digitale, ma è come se lo fossi. L’incipit di Riportando tutto a casa inizia con il testo della campagna elettorale della revisione di Reagan. Se non ci fosse stato internet…

Per La ferocia ho all’incirca ottocento file totali, tra cui anche il file word con tutti i titoli possibili. Ad esempio un titolo arenato era una citazione di Romeo e Giulietta: “qualora morisse grazie a me sarebbero sottratte a lei le mosche”. “Sottratte a lei le mosche”, però, è un titolo veramente macabro.

I file di scrittura sono circa duecento, il che non vuol dire che ci sono duecento riscritture integrali, ma versioni in cui ci ho capito di più o di meno. Oppure un incipit che poi è stato modificato.

È tutto un processo elettronico fino alla prima stesura integrale. Non stampo mai niente prima. Quando finalmente il romanzo è finito, deve essere modellato. E soprattutto voglio avere la libertà di ripensarlo, di togliere o sostituire interi capitoli. Se avessi un file word davanti un intervento radicale non riuscirei a farlo. D’altra parte mi piace ricominciare: quando stai a zero pagine tutto è possibile. Allora stampo tutto quanto, apro un nuovo file word e ricopio tutto quanto il romanzo. E ricopiandolo rimodulo. Questo posso farlo un paio di volte.

Anche i capitoli della prima scrittura, quelli stampati, sono stati riscritti e rimodellati: un capitolo di dodici pagine posso scriverlo anche in tre giorni e lo modifico tre/quattro volte. Questi salvataggi e risalvataggi li faccio perché faccio modifiche sostanziali, cancello capitoli interi. Almeno così posso recuperarli.

L’unico problema per tutti gli scrittori è non controllare la posta nel frattempo, perché è proprio uno stacco. Se arriva la mail non la ignoro, rispondo e perdo mezz’ora.

Per me la scrittura funziona così: mi sveglio alle 6:00, quando ho il pensiero di un capitolo in sospeso anche alle 5:30. Alle 7:00 inizio a scrivere fino all’una. Di solito ho sempre un pranzo freddo pronto, per non perdere tempo. Mangio, dormo un quarto d’ora e faccio tutto il resto del lavoro (per la trasmissione radiofonica, per Minimum Fax). Stacco così dalla posta elettronica, evito di controllarla. Anche Google Chrome è una distrazione.

Scrivere un romanzo ridimensiona tutto il resto: se stessi scrivendo un romanzo non starei qui. Sarebbe impossibile dividere le cose.

Donatella La Monaca, D.: Mi sono imbattuta nei racconti, in particolare in La fine della violenza. Già dal titolo abbiamo scorto una sorta di ponte con La ferocia:

Corro verso di loro, mi soffermo sulla faccia smarrita di un bambino con le mani premute sul finestrino di un auto, che vedo allontanarsi sempre più. Poi sento una collisione, uno strappo invisibile, un boccaporto spalancato, qualcosa di nero intenso che inizia a defluire da non so dove e mi abbandona.

Questo racconto è una manifestazione antecedente al romanzo, eppure la data di pubblicazione è 2015, dunque dopo. Anche i racconti I miei genitori e Un altro nuotatore hanno al loro interno un tassello che si lega al romanzo. Ho notato questa sorta di ricorrenza, di tasselli che compongono un percorso. Che rapporto intercorre tra la forma del romanzo e quella del racconto nel processo di conquista della scrittura? E se questa dimensione, questo conservare, tenere da parte, anche tecnicamente, possa poi riaccendere delle sollecitazioni e farti riprendere ciò che avevi lasciato.

R.E’ vero. E’ come se questi racconti fossero preparatori dei romanzi che poi scrivo. E’ bizzarro che pubblico questi racconti e non i tanti romanzi che inizio e non finisco: sono romanzi abortiti perché mi rendo conto che non sto scrivendo una cosa che per me è una questione di vita o di morte. La cosa complicata non è scrivere, perché poi entri nel romanzo, ma sintonizzarmi con la mia esigenza più forte, capire che cosa voglio raccontare, quello che mi sta più a cuore. Solo che sono le cose più informi. Il romanzo è dare forma a una urgenza, una cosa interiore che una forma non ha. Se avesse una forma non ci sarebbe bisogno di tradurla in una storia. Dopo il premio Strega avevo tutti questi racconti e ci siamo chiesti se pubblicarli, perché è come fossero stati superati dai romanzi.

La ferocia è in qualche modo un romanzo cupo, ma ci sono anche elementi di speranza. I lettori si chiedono dove siano. Il contesto è confusionario, ma se si va alla radice della questione c’è una concezione dell’uomo e del male, il rapporto dell’uomo con la violenza. Due sono i partiti: o pensi che il male nasce con l’uomo e l’uomo nasce irrimediabilmente cattivo, oppure pensi che il male è quasi esterno e noi siamo un contenitore particolarmente favorevole ad essere riempito con il siero maligno. Io sto da questa parte qui. Sto con Shakespeare. L’inizio del Macbeth è geniale per questo: Macbeth non pensa che può ammazzare il re, sono le streghe che gli mettono la pulce nell’orecchio (cita l’incipit della tragedia, ndr). Sono una presenza sovrannaturale. Questa cosa funziona.

Spesso gli scrittori italiani snobbano Stephen King. Ha una scrittura rozza, ma una grande capacità di creare scritture narrative. In passato ero un po’ “timiduccio” su King. Anche in It il male viene dall’esterno e attecchisce sulle paure e sulla disposizione al male che in te c’è, ma è come se fossero dei ricettori. Quindi non sono prodotti da te, ma attecchiscono in te. Io penso che dentro La ferocia ci sia qualcosa di simile. Secondo l’ideologia cristiana tutti nasceremo col peccato originale, invece qui è come se tutti nascessimo potenzialmente innocenti, ma con una forma favorevole ad accogliere al male.

Natale Tedesco conclude:

Questi giovani scrittori della generazione degli anni Ottanta sono importanti perché si sono liberati del ciarpame della Neoavanguardia ed è un grande merito. Pensando, ad esempio, ai primi lavori “alla Baricco” di Evelina Santangelo: quelli che ha scritto dopo sono venuti perché si è liberata da queste scuole di scrittura.

C’è stato un bel colloquio fra lo scrittore e gli studenti. Dà anche torto a quelli che dicono che il romanzo ci ha stufato e che non c’è più possibilità di scrivere. Beh, si deve capire di quali romanzi stiamo parlando. Sono rimasto veramente stupito da certi articoli, ad esempio quello di Berardinelli. Un romanzo che è conoscenza, che si rifà a tante fonti, è ben diverso da un romanzo che vuole raccontare la novelletta, perché vuole conoscere il mondo attraverso la sua scrittura.

La mappa cartografica che lei (Domenica Perrone, ndr) ha pensato è importante perché così si scoprono certe cose che non si conoscono di certe regioni. La Puglia non può vantare grandissimi scrittori come la Sicilia, ma può vantare grandi saggisti e intellettuali. Non avete lavorato su un terreno vergine, non avevate narrativa, ma avevate la saggistica. E quando si fanno le cartografie bisogna pensare ad unire la narrativa a tutta la problematica letteraria.

Voglio aggiungere solo una cosa: in quasi tutte le sue risposte è venuta fuori qualche citazione cinematografica. Nel libro si parla dei grandi scrittori del passato, però servirsi della cinematografia è importante per spiegare certe cose. È un mezzo tecnico che ci aiuta a capire tantissime cose. La stessa cosa ha fatto Missiroli in Atti osceni in luogo privato, romanzo di cui ho scritto una recensione.

Berardinelli spara sui veri brutti romanzi, non su quelli nuovi che hanno una tematica e una forma di scrittura complessa e variegata!

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