Apr 27

Diario degli scrittori (Lisbona, 31 gennaio – Roma, 23 aprile)

MARIA ROSA CUTRUFELLI. Lisbona, 31 gennaio – Roma, 23 aprile

Lisbona, 31 gennaio
È il mio ultimo giorno a Lisbona. Sono ansiosa. Inquieta. Nemmeno la vista dell’oceano, dal balcone dell’albergo, riesce a distrarmi. Aspetto con impazienza l’ora giusta per sintonizzarmi sul telegiornale italiano. Ed ecco, puntuali, le immagini dalla Cina: corpi riversi in metropolitana, case sbarrate. Uno stacco. Poi il nostro presidente del consiglio che, in conferenza stampa, annuncia lo stato d’emergenza per sei mesi. Mezz’ora più tardi, in un ristorante punteggiato di azulejos blu e gialle, mi accorgo all’improvviso che tutti i tavoli sono occupati da comitive cinesi. Istintivo, immediato, mi coglie un senso di disagio. E subito, assieme al disagio, un presentimento: è con questa lente che d’ora in avanti guarderemo gli altri? È così, con questo sospetto, che guarderemo il mondo?

Roma, febbraio
Tutto avviene per gradi. Un po’ alla volta. Un giorno una cosa, il giorno dopo un’altra. Misure di controllo. Poi chiusura del traffico aereo. Chiusura del traffico marittimo. Contenimento. Zone rosse.
Da qua, da questo mite febbraio romano, mi sembrano ancora fatti lontani, improbabili, che ci toccano di sfuggita. Ci lambiscono a malapena, come ombre che si addensano dietro casa. Ma lo spazio attorno a noi si restringe, ancora e ancora. Permanenza domiciliare per chi proviene dalle zone a rischio. Manifestazioni sportive a porte chiuse. Visite sospese ai carcerati. Passo dopo passo, alla fine succede e mi ritrovo anch’io in una gabbia talmente stretta da togliermi il respiro. Cosa posso fare, chiusa dentro questa bolla d’impotenza?
Cerco vie di fuga, naturalmente: il telefono, internet. Cerco i commenti degli amici. C’è chi vede nella pandemia solo il suo oggettivo orrore. C’è invece chi la prende come una possibilità di cambiamento. L’occasione per una palingenesi, addirittura. “Il virus sfugge al nostro sapere”, scrive Franco Berardi, detto Bifo, vecchio ragazzo del ’68. “E l’ignoto tutt’a un tratto ferma la macchina… Blocca l’astratto funzionamento dell’economia, perché le sottrae i corpi.”
Ma sul serio è la volta buona? Davvero il collasso del sistema potrà farci “dimenticare il debito, il credito, il denaro e l’accumulazione”?
Ah, caro Bifo, mi viene da dire. Caro compagno di antiche ribellioni, forse hai ragione. L’imprevisto è accaduto e, se volessimo, chissà… Magari potremmo liberarci della ‘piovra’, della macchina globale che ci pungola e ci impone di correre, correre e correre, benché alla fine della corsa ci aspetti solo il baratro. Ma come possiamo sognare di sconfiggere la ‘piovra’ se il virus, assieme al corpo, ci paralizza anche l’immaginazione?

Roma, 11 marzo
Presentazione annullata. Dibattito annullato. Festival annullato.
Quattro anni di lavoro svaniti in un soffio. Sì, il mio romanzo è uscito. Come previsto. Le presentazioni e gli incontri sono in calendario. Come da programma. Ma le librerie sono chiuse. Ogni incontro cancellato. E cos’è mai un libro se non può essere scelto, letto, discusso?
Mi piomba addosso, in tutto il suo peso specifico, la parola ‘quarantena’. Più pesante e più reale – così mi sembra – di qualsiasi parola abbia mai scritto.

Roma, 21 aprile
Sì o no? Ho paura o non ho paura? Ecco la domanda che mi perseguita da quaranta giorni. Non ho perso l’appetito, mi addormento senza problemi, leggo come al solito e ogni tanto scrivo: questo significa che non ho paura?
Eppure il sole che entra dalla mia finestra, durante il giorno, non basta a rallegrarmi. E di notte sogno chi non c’è più e in tutto il mio corpo s’infiltra la nostalgia, la voglia di sentire la voce di mia madre. Almeno una volta. Solo una volta.
Dunque, ho paura. Ma di cosa, esattamente? Non dovrebbe essere difficile rispondere, eppure non riesco a darmi una risposta che mi soddisfi. Forse perché è una domanda astratta, che dice tutto e non dice niente.
Alla radio ascolto il bollettino quotidiano che fa l’elenco dei vivi e dei morti e penso: quante probabilità ho di evitare il contagio?
“Non ho paura di ammalarmi”, assicura Paolo Giordano, nel suo pamphlet uscito proprio all’inizio della pandemia. Ma io? Posso affermare anch’io una cosa del genere? Temo di no. Del resto, lui è giovane e si sa che i giovani hanno la tendenza a credersi immuni (come, peraltro, i politici alla Boris Johnson).
In ogni modo, sono ormai quaranta giorni che cerco la chiave giusta per entrare nella mia paura.

Roma, 23 aprile
Ieri pioveva, ma oggi è bel tempo, così esco. Per fare la spesa, ovviamente. E per muovere le gambe: non è anche questa un’abitudine radicata nel corpo?
Abito nel centro storico. Piazze barocche. Palazzi rinascimentali. Vicoli che in questi giorni sembrano vuoti, senza i turisti e la folla che entra ed esce dalle pasticcerie o dai negozi. Ma non sono vuoti: a ogni passo incrocio i nuovi lavoratori del nostro tempo malato. I forzati delle consegne a domicilio, curvi sul manubrio delle biciclette. Un mese fa non ci avrei fatto caso, ora li conto uno per uno. D’altronde per strada ci sono soltanto loro. Questi giovani uomini, questi ragazzi che pedalano seri, affannati, con uno zaino giallo o verde sulla schiena.
Ci sono loro, e i mendicanti. Sempre gli stessi, agli stessi angoli. Però adesso si sono organizzati in maniera intelligente: si piazzano da un lato del marciapiede e sull’altro, a debita distanza, depongono la ciotola. Così possiamo dare il nostro obolo in piena sicurezza. Tranne una vecchia. Lei continua a starsene seduta sopra un gradino di marmo, barricata dietro una selva di mozziconi di sigaretta. Ben pochi osano avvicinare la propria mano al palmo nudo della sua.
Piazza Navona si allarga di colpo davanti ai miei occhi. Qui c’è davvero il deserto. Si sente il fruscio delle fontane. Spiccano con più forza le proporzioni ardite della chiesa del Borromini. Mentre me ne sto lì a respirare quell’aria miracolosa, si avvicina una donna, il volto coperto dalla mascherina. Si ferma un istante. Fa un gesto in direzione della piazza e dice: “Bella, no? Bella e inutile”. La guardo allontanarsi e sospiro: non ha tutti i torti. Un paradiso di meraviglie da cui è scomparsa l’umanità è ancora un paradiso?
E all’improvviso lo so. È questa la mia paura più vera. Più profonda. La stessa che ha spinto il giovane Giordano a scrivere: la mia paura? è scoprire “che l’impalcatura della civiltà che conosco è un castello di carte”. Vero. Verissimo: l’impalcatura non regge senza relazioni umane. Si sbriciola dentro la paralisi relazionale imposta dal virus. È anche da questa malattia aggiuntiva che dobbiamo guarire.
Così penso. Poi riprendo a camminare verso il supermercato.

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