Apr 30

Intervista a Marco Balzano

Si pubblica l’intervista condotta dagli studenti del Laboratorio “Incontro con gli scrittori” dedicato al romanzo Resto qui di Marco Balzano (ottobre 2019).

Domenica Perrone:
“Leggere significa avviare un processo di trasformazione interiore. Il significato di un libro -suggerisce Giuseppe Pontiggia, grande bibliofilo – non è mai in ciò che è, ma in ciò che siamo noi dopo averlo letto. Il libro vive perché ci modifica”. Tale visione dinamica e attiva della lettura non può prescindere dalla nozione di piacere. Partire da questa nozione non vuol dire fare facili concessioni a forme di improvvisazione o approcci impressionistici, quanto andare all’essenza della lettura spinti da motivazioni conoscitive profonde, forti. Del resto, oggi, dopo che ci siamo lasciati alle spalle l’ubriacatura semiotica e aver registrato la messa in crisi della critica letteraria, della sua pretesa scientificità, credo sia salutare un richiamo a radicare nella vita interiore il processo della conoscenza. A questa nostra esigenza, ha risposto il romanzo di Balzano, che con il suo titolo evoca, insieme alla volontà di ‘restare’ dei protagonisti, anche l’alternativa dell’andare, del migrare. Solo che in Resto qui questa si profilerà come un’imposizione e non come una scelta. Balzano affida il racconto di tale particolare declinazione del dramma della migrazione a Trina, la protagonista e voce narrante del romanzo. Attraverso questo personaggio femminile lo scrittore tocca un altro tema a lui molto caro, quello delle parole. Sulle parole, la giovane Trina, contrapponendosi alla visione della madre, scommette subito per portare avanti un suo programma di emancipazione. “Io invece, credevo che il sapere più grande specie per una donna, fossero le parole”. E interpretandone il compito e il significato primario, ovvero la funzione ineguagliabile di ponte, le parole sono ponte necessario da gettare tra le persone, le culture i mondi lontani, di strumento di dialogo, salvo però in questo libro che è questo che accade: constatare che l’insensatezza e la miopia del potere può al contrario attraverso di essa ergere muri. La lingua che dovrebbe creare ponti, può diventare invece ostacolo ed ergere confini invalicabili, con l’imposizione, nel caso della nostra storia, solo l’uso della lingua italiana. Si legge in un passo: “Insegnare italiano non mi piaceva un granché. Nel tavolo con quel moccioso svogliato che si distraeva di continuo e agitava i piedi come se avesse il fuoco nelle scarpe, mi sentivo finalmente utile a qualcuno. Un giorno che cercavo di fargli imparare una poesia, pensai che se non me l’avessero fatta odiare dal profondo delle viscere, era una bella lingua l’italiano. A leggerla mi sembrava di cantare. Se non l’avessi meccanicamente associata a quegli sbruffoni dei fascisti, forse avrei continuato a canticchiare le canzoni che avevo ascoltato dal grammofono di barbara (Un bacio ti darò, Se qui ritornerai) e forse anche mia madre avrebbe fatto così e anche i contadini. Tutta questa valle nel tempo sarebbe diventata un crocevia di gente che si sa intendere in più modi e non un punto incerto d’Europa dove tutti si guardano di traverso. Invece l’italiano e il tedesco erano muri che continuavano ad alzarsi. Le lingue erano diventate marchi di razza, i dittatori le avevano trasformate in armi e dichiarazioni di guerra” (pp. 78-79).
La vicenda si svolge in una durata temporale che va dagli anni del fascismo al secondo dopoguerra e vede la piccola comunità di un paesino del Sud Tirolo, Curon (il “qui” del titolo), costretta ad evacuare per la realizzazione di un lago artificiale. Nell’intreccio di interessi economici e politica si consuma così un’ingloriosa pagina di storia che vede una minoranza etnica privata del diritto di insegnare la propria lingua, e quindi subire le imposizioni del regime fascista. La cosa più deludente è che il giungere della democrazia non impedirà che si compia il loro destino di cancellazione. A conferma che al di là dei cambiamenti politici, il potere economico fa valere sempre le sue ragioni, ignorando e calpestando quelle delle persone. Non è un caso che faccia da epigrafe al romanzo proprio un verso montaliano tratto da Piccolo testamento, una delle poesie conclusive della Bufera, in cui il poeta esprime la propria sfiducia nella storia: una storia non dura che nella cenere.
Montale vi prende le distanze dalle opposte ideologie. Ricordiamo le prime due strofe:

Questo che a notte balugina
Nella calotta del mio pensiero,
traccia madreperlacea di lumaca
o smeriglio di vetro calpestato,
non è lume di chiesa o d’officina
che alimenti
chierico rosso, o nero.
Solo quest’iride posso
lasciarti a testimonianza
d’una fede che fu combattuta,
d’una speranza che bruciò più lenta
di un duro ceppo nel focolare.

Marco Balzano: Questi incontri servono tantissimo e dimostrano una volontà dell’Università di uscire da quell’orto in cui è barricata e di affacciarsi sul presente. Voi studenti avete la capacità per capire che la letteratura, l’arte, sono un bisogno inestinguibile dell’uomo, di raccontarsi delle storie per avere una visione più problematica del reale, anche per uscire dalle ristrettezze costitutive della propria persona, per esplorare altri tempi, luoghi, spazi. L’università e prima ancora la scuola spesso ci danno un’idea che non si affaccia sul presente. Qualche tempo fa un’amica che fa la maestra elementare, secondo me il tipo di insegnamento più difficile e affascinante, aveva fatto leggere a dei bambini di seconda elementare qualche passaggio dell’ultimo arrivato, che è un romanzo che ha come protagonista un bambino di nove anni. Poi gli aveva fatto fare dei disegni. Mi ha chiesto di vederli e quando sono entrato in classe la maestra ha detto “bambini è arrivato lo scrittore” e questa bambina, Alice, ha alzato la mano e ha detto: “ma maestra come è possibile che lui sia lo scrittore, se non è morto?”. Questo dà l’idea che dopo un anno e mezzo nella scuola italiana, Alice non aveva ancora finito la seconda elementare, la letteratura è morta. Questa musica continua anche fin dopo le elementari. Sostengo da sempre che Calvino è l’autore più letto nella scuola italiana perché è l’ultimo libro che hanno letto moltissimi professori, quando andavano all’università. Le cose per fortuna vanno avanti e ci sono.
Oggi uno scrittore può fare intrattenimento o letteratura civile: d’intrattenimento è quel libro che noi leggiamo per trarne un piacere immediato e che dopo la lettura, essendoci svagati, divertiti, in un senso non deteriore del termine, la traccia di memoria e di conoscenza che resta in noi è molto ridotta. Di intrattenimento non ce n’è mai stato così tanto come nella nostra epoca, non solo per i giovani, ed è una dalle cause di rincoglionimento generale e massivo. L’altra alternativa è di raccontare storie che non vengono raccontate: c’è sempre un motivo per cui una storia viene raccontata o meno, per cui una storia c’è su un libro o non c’è. La cultura di una società generalmente si misura su quel che finisce sui libri di scuola. Ci sono un sacco di storie che noi dovremmo conoscere per avere un’idea più articolata del reale, che ci riguardano da vicino a livello storico politico, di spazio-tempo. Invece non solo c’è stata una riduzione, ma una vera e propria rimozione. L’idea di letteratura civile richiama indignazione, io non penso che si possa scrivere senza indignazione: senza non penso che possiamo imbatterci nella fatica del “mestiere da galeotto” (come diceva Flaubert) dello scrivere romanzi, di creare. L’indignazione che certe cose non ci vengono raccontate e dunque quella miopia con cui tutti guardiamo anche il mondo più prossimo, quello che ci sta più vicino, lo votiamo, lo eleggiamo, ne partecipiamo, sia una miopia consapevole ed ereditata, che ci mette di fronte al nostro compito civile del lettore, che non è la parte passiva di un opera d’arte, non è il telespettatore che ingurgita comodamente dal divano la pappetta pronta, con le domande e già le risposte, ma è parte attiva che interroga il testa e ha il dovere di muoversi verso il testo. Non esiste opera d’erte se non ti è richiesto uno sforzo. Quella miopia ereditata la possiamo picconare con le storie. Quando gli chiedevano “perché ti sei messo a scrivere?”, Joyce rispondeva “per sfuggire alla dittatura della storia, ho capito che l’unico modo che avevo era raccontare delle storie”.

Paolo, Domanda: Analizzando l’evoluzione del rapporto tra Eric e Michael, è possibile notare come la loro vicenda sia una spia delle tensioni accumulate nel paese, dettate sia da fattori interni come lo scontro tra optanti e restanti, sia da fattori esterni come la questione della diga e fascismo. Da un lato abbiamo un padre che difende con le unghie con i denti le proprie radice, dall’altra un figlio un ragazzo che si unisce ai nazisti pur di affermare la propria avversione al regime. Tramite loro due possiamo riflettere sul ruolo che ha nel romanzo la Storia. Di come questa arrivi ovunque, distruggendo i rapporti interpersonali e persino intere comunità, condannando entrambi all’oblio. Il trono della costruzione della diga cambia radicalmente le persone rimaste e la topografia del luogo, oscurando tutte le vicende accadute negli anni narrati nel libro. Tutto quello che è accaduto a Eric e Michael, pur avendo pesanti conseguenze nelle loro vite e di riflesso su Curon stessa, per la Storia non sembra più importante del volo di una mosca, come succede anche in Elsa Morane nel romanzo La storia, riferendoci in particolare alle vicende del personaggio di Ida.
Alla luce di quanto detto, quale secondo lei è il rapporto vero tra uomo e storia: c’è un modo per cui il primo può sopravvivere alla seconda? La solidarietà, in senso leopardiano, può essere una risposta?

Marco Balzano, Risposta: Il rapporto tra padre e figlio mi serviva per illustrare la differenza di come intrattiene i rapporti una madre con i figli. Volevo scrivere un romanzo con una protagonista femminile, i miei tre precedenti hanno tutti protagonisti maschili e delle voci narranti maschili. Non so dire perché volessi raccontare con la voce di una donna. Avevo chiara l’idea che sarebbe cambiata la mia prospettiva: tutto sarebbe diventato più materno e radicale, più grembo, la nostra differenza costitutiva. Dunque, per rendere questa differenza dovevo far sì che i rapporti coi figli fossero messi in luce nelle modalità diverse di amare, proteggere e distaccarsi. Eric è un uomo di montagna, nato a inizio secolo come Trina, molto chiuso, duro, riservato, per lui la vera differenza in cui ho cercato di fotografare l’antitesi tra madre e padre è il fatto che lui mette davanti le idee agli affetti. Dopo l’8 Settembre del ‘43 parte dell’Alto Adige diventa Terzo Reich: arriva Hitler e la gente scende per strada ad accoglierlo festeggiando con i fazzoletti bianchi. Hitler per una parte d’Italia per circa venti mesi è stato un liberatore. A Curon lo è stato ancora di più, perché oltre a restituire la lingua a questi abitanti, il diritto di lavorare, ha anche fermato i lavori per distruggere il paese. E’ libertà, perché senza lavoro e senza lingua non sei libero evidentemente, sono forse i due elementi primari. E’ l’incolumità perché ferma i lavori per la distruzione del paese. Certo, lui prende i manovali e li manda a potenziare i lavori delle ferrovie a Bolzano per deportare verso Auschwitz gli ebrei, e non solo. Questo i contadini della valle non lo sanno: quell’odio verso l’Italia è dovuto non tanto al fatto che sposassero idee naziste, erano contadini, ignoravano molte cose, ma per il fatto che Mussolini aveva colpito la lingua, il lavoro. Questo è il primo provvedimento del fascismo nel 1921, non dopo la Marcia su Roma: vietare ad una intera comunità di parlare la loro lingua e di lavorare. È molto interessante: ci permette di capire se è un atteggiamento fascista. Ci si possono fare due domande in più sulla palla che il fascismo diventa razzista solo dal 1938.
La Storia arriva non solo a spezzare una comunità. Io non racconto l’antefatto, ma c’è: in Alto Adige si combatte la Prima guerra mondiale da austriaci contro gli italiani per poi ritrovarsi italiani. Il fascismo, le dittature in genere, non spezzano solo una comunità: o resti qui o diventi tedesco. Hitler e mussolini non si accordano sull’Alto Adige e lasciano scegliere loro. Quindi Mussolini propone che chi resta si tiene casa sua, ma dimentica la sua lingua. Hitler propone il contrario: ti tieni la lingua, ma perdi la tua casa. Quando si spezzano delle comunità in modo così violento, è inevitabile che si spezzino anche delle affettività. Quando ho intervistato gli ultimi testimoni di questa vicenda mi hanno raccontato di fratelli che sceglievano diversamente dai fratelli, di padri dai figli. Questi traumi, quando la guerra è finita, non si sono più ricuciti. Perché uno è per l’altro traditore. Arriva Hitler e Eric dice “arriva questo, ho combattuto per l’altro, questo deve essere anche peggio, io me ne vado in montagna”. E Trina, sua moglie, lo segue. Lui scappa, il figlio diventa nazista e si arruola volontario. Hitler fa così: quelli che si arruolano volontari li tiene vicini, gli altri tenta di spedirli in Russia. C’è gente che ritorna dalla guerra in Alto Adige nel ‘51, dopo sei anni dal ‘45. Tu sei ideologicamente diverso da me: un padre ha il figlio nazista ed è finita. Non lo caccia di casa, ma il rapporto è chiuso. Una madre secondo me non può farlo. Tanto che quando Trina torna dalla guerra il figlio è un nazista, ma lei pensa “io non gli chiederò mai niente della guerra, perché anche se lui fosse il più brutale assassino di sempre, prima che essere un assassino e un nazista è mio figlio”. Questo ragionamento è più ontologico da parte di una madre, dunque questa radice materna mi serviva per rendere realistica la scelta di Trina di restare fino all’ultimo, fino a quando l’acqua sommerge ogni cosa. Dice resto, ma dice resto, perché continua a dire alla figlia “se tu fossi tornata, io me ne sarei andata”. È l’umanità che sovrasta l’ideologia, la ruggine dei rapporti. La maternità è in grado di educare a questo. Non dico che per un padre è impossibile, ma è meno immediato, perché in una storia di una donna la radice interna trionfa su quella esterna. Tenere questa donna legata ad una radice per me era trovare stimolo nel raccontare qualcosa che io non posso avere ma che sento accadere.

Studente, D: Lavorando sul romanzo ho trovato spontaneo accostare il campanile di Curon, immerso in un contesto di distruzione a causa della diga, alla ginestra leopardiana, trovandosi anch’essa in un quadro di devastazione ai piedi dello “sterminator vesevo”. Considerando che Leopardi faceva riferimento alle “magnifiche sorti e progressive dell’umanità”, mi sono soffermato sull’idea malintesa di progresso che emerge da questa tragica vicenda, riflettendo su come il perseguimento indiscriminato della modernità del profitto non sempre possa rappresentare valide giustificazioni a tutto. La costruzione della diga ne è un esempio. Il progressivo imbruttimento del paesaggio e le condizioni di lavoro alle quali sono soggetti i manovali suggeriscono che in realtà la tragedia si sia manifestata ancora prima dell’inondazione di Curon, proprio per modalità e conseguenze implicate nei lavori di costruzione. L’uomo ne viene fuori indifferente nei confronti della natura e non solo ad una natura paesaggistica, ma anche a quella umana. Alla luce di ciò è plausibile vedere nel campanile non solo il segno di una resistenza alla distruzione di un paesino, ma anche il segno di una resistenza alla perdita di qualcos’altro più intrinseco all’essere umano in se e alla sua coscienza. Secondo lei, se così fosse, cosa di umano potrebbe essere stato smarrito dall’umanità nel suo cammino?

M.B, R: Possiamo coinvolgere la ginestra sul versante della distruzione e della dignità umana. Leopardi dice che la distruzione è imprevedibile, l’annientamento è fulmineo ed è una caratterista della natura.
Lui, in questa fase che definiscono utopistica, quella conclusiva, che trova nella ginestra l’acme, Leopardi a questo punto si prende l’agio per riflettere. Nello zibaldone ritorna su delle posizioni che aveva abbracciato prima, che i manuali brutalizzano nel pessimismo storico, cosmico. In questo pensiero in fieri, ritorna su delle posizioni: se la distruzione incombe perennemente sulla vita umana, l’individuazione del nemico non può essere Atene contro Sparta, in modo che io rimarco il mio essere ateniese nell’essere contro sparta, il mio essere greco nell’essere contro i persiani, ma contro la natura. È una posizione che forza i limiti storici ed ha qualcosa di utopistico. Questo discorso è interessante perché va a parare verso una discussione sulla dignità: ginestra è metafora della dignità, della dignità nell’umana compagnia. Il compagno è etimologicamente colui con cui spezzi il pane. La dignità sta nel rimanere dritti finché nell’esplorare e abitare la propria debolezza in modo che quando incomberà la distruzione tutto questo, nel tuo essere per la morte, tu hai dimostrato la tua dignità di uomo. Sta qui la vera e unica battaglia, secondo Leopardi. In questa distruzione di Curon quello che è leopardiano è “chi distrugge di più la natura o l’uomo?”. Nonostante la natura distrugga senza avvedersene, quel che distrugge di più è evidentemente l’uomo. La dignità va ribadita contro la natura, perché sei su un piano diverso di forza, ma va ribadita con un’indignazione molto forte anche contro gli altri uomini.
Volevo parlare dei poteri forti. È una storia di poteri forti. È una questione che ne innesca un’altra. Durante la dittatura, anzi dal 1910 c’è caccia all’oro bianco, all’idro elettrico, bisogna fare dighe e si fanno. E una diga è generalmente una cosa buona. Apro il rubinetto ed esce l’acqua. Qui la diga non si fa perché bisogna distruggere due paesi, molto abitati e floridi, con grandi interscambi, uno di fianco la sede vescovile. E per farlo bisogna mettere il tritolo a 180 case e seppellire tutto sott’acqua. Mussolini lo vuole fare molto volentieri perché queste popolazioni di confine vanno bastonate, devono essere italianizzate. Non la fa, arriva la guerra, Hitler non la fa. Non la fa Mussolini, non la fa Hitler, la fa la Repubblica in piena democrazia. Il presidente del consiglio De Gasperi, che pure è nato ad un tiro di schioppo da qui dietro. Quello che mi ha scioccato è che nessuno, tranne il prete, abbia fatto qualcosa. Il prete ha preso le mucche dalle stalle e ha detto andiamo a farci sentire. Davide contro Golia: questa è la fede. È andare con le mucche sotto il cantiere della Montecatini. E le proteste le ho dovute inventare: ho dovuto fare Eric come capo rivolta, ma non è mai esistito un capo rivolta, perché qui la gente era talmente sicura e mi sembrava talmente attuale. Non ci si mette a raccontare una storia senza credere che quel che si racconta in qualche misura racconti anche altre storie e riguardi anche il presente, anche se nel passato. La letteratura per parlare dell’oggi può parlare di una cosa successa molto indietro. Nessuno si aspetta più che gli sommergeranno più il paese, finché non si trovano l‘acqua in casa. Non l’ha fatto Hitler, né Mussolini, figuriamoci se la fanno adesso, pensano. Si rendono conto di essere entrati in una zona grigia di responsabilità, in cui hanno dato dei diritti per scontato e questa è una cosa tremendamente attuale che riguarda la mia generazione, la vostra. Tu ne stai a casa a twittare, e fuori ti tolgono i diritti silenziosamente, nella tua convinzione che il diritto sia una acquisizione definitiva e non lo è. La mancanza di dignità sta esattamente in questo.

Studente, D: Ne le parole sono importanti nell’analisi della parola contento fa riferimento alla ginestra e alla concezione leopardiana della contentezza. Ritiene che in questa analisi si possano ravvisare i tratti della protagonista del romanzo? La resistenza di Trina potrebbe definirsi una accontentare l’altro nel senso di aprire il proprio cerchio vitale per renderlo spazio condivisibile e ospitale rimanendo contenuta, umile senza mai accontentarsi ? Si potrebbe dire che Trina sia simile alla ginestra che è contenta dei deserti?
Sappiamo che ha avuto una lunga frequentazione col pensiero e lo stile leopardiano tanto da dedicare la sua tesi di dottorato. Da questo lavoro sono nati due saggi , Gli assurdi della politica: odio e amore nel pensiero di Leopardi e Ai confini del sole: Leopardi e il nuovo mondo. Può dirci di più a riguardo? Sappiamo che Leopardi stava lavorando, senza purtroppo completarla, a una lettera ad un giovane del ventesimo secolo. Secondo lei cosa scriverebbe oggi Leopardi ad un giovane del 21 secolo?

M.B, R: La “social catena” e la solidarietà sono possibili solo se c’è una connessione, una parola che abbiamo ridotto male per varie ragioni. Una delle funzioni della cultura è only connect, cioè “insieme” (come tutte quelle parole che iniziano col “con” e che non ci lasciano mai da soli). La solidarietà, a mio avviso, non è una dimensione praticabile nell’individualità: la solidarietà implica sempre qualcun altro, con cui tu ti aggreghi.
Sì, Leopardi è evidentemente una mia passione e ti ringrazio di averlo ricordato. Mi piaceva analizzare quella parola in questo piccolo saggio che si intitola Le parole sono importanti, una frase di Nanni Moretti di un film dell’89, in cui a un certo punto Moretti schiaffeggia una giornalista che va a intervistarlo perché gli fa domande con delle frasi che riportano solo luoghi comuni ed espressioni trite e ritrite. Mentre comincia a schiaffeggiarla inizia a gridare “Come parli! Le parole sono importanti! Chi parla male, pensa male”. Mi sembrava bello anche per Nanni Moretti questo titolo. Una delle parole che ho analizzato alla luce di Leopardi era “contento”. C’è un appunto sullo Zibaldone in cui Leopardi analizza proprio questa parola e da quel momento in poi l’abbandona più, com’è solito fare nello Zibaldone . Lui dice che la parola contento è come tineo, cioè è tenersi con quello che si ha. Quindi il contento è uno che trova senso in ciò che possiede. È una persona non appagata, non felice, ma una persona che nell’avere questo bicchiere, questa bottiglia, questo telefono in qualche misura pensa che, in nome di queste cose che ha, trova senso alla sua esperienza sulla Terra. La felicità è un’altra cosa, un’altra parola leopardiana tra le dieci che prendo e che, nonostante Leopardi, non trova una quadra perché, se ci mettiamo a scrivere su un bigliettino che cos’è per ciascuno di noi, avremo definizioni completamente diverse. È interessante però l’etimologia, che come sempre ci dà un’immagine. “Felicità” deriva da felo, cioè “succhiare il seno”: quindi la felicità è donna e madre (e infatti sulle monete dei Romani c’era una donna con i frutti in mano e, pensandoci, anche gli alberi in latino sono al femminile, perché generano). È questo quello che mi sta a cuore in quel libro e, in effetti, è un po’ una mia fissa. Ci sono moltissime parole che ti propongono nelle pubblicità quando sei da solo e che corrispondono a una felicità che è solo tua, in base alla tua potenzialità d’acquisto. Nelle parole che invece ci propongono nel confine ci sei tu protetto dall’altro. In realtà, in parole come “felicità” e “confine”, noi siamo in due: senza la cura di qualcuno, qualcun altro non potrebbe sopravvivere; lo spazio è abitato da più persone. La felicità implica qualcosa che ti manca, è il desiderare, mentre la contentezza consiste nel ragionare su quello che hai, su quello che non desideri ma consideri. Trasferendo tutto questo nell’atteggiamento di Trina: lei è una donna che si accontenta. Questa è un’altra strada che prende la parola “contento”, che ha un’accezione positiva, al contrario di“accontentarsi”- quando ti basta quello che hai e non te ne frega niente degli altri – che è negativa. C’è poi “accontentare”, che è un verbo che in francese rende meglio e di cui abbiamo – in una certa misura – un’accezione simile anche noi: nella transitività rimetti in mezzo l’altro e le cose che condividi rendono la tua esperienza degna di essere vissuta. Trina non è contenta, perché nel suo cerchio manca la figlia. E dunque l’unica cosa che può rendere il suo involontario soggiorno sulla Terra degno di essere vissuto è la difesa di Curon, che diventa una sorta di altro figlio, di altro luogo da nutrire. L’acqua, che in letteratura è sempre vita, qui diventa morte. No, la contentezza non è qualcosa che lei prova. Ci sono dei dolori nella vita che ti fanno desiderare la contentezza di prima e non più la felicità, perché questi dolori sono talmente accecanti … sto ragionando ad alta voce assieme a voi ed è ovvio che non ho ragione o torto. Quando torni, come dice Levi, alle tue «tiepide case», la felicità può essere quello che non hai avuto, quello che hai, quello che hai perso. In una condizione di dolore, arrivi a desiderare la contentezza, tutto quello che tenevi con te e che non tieni più. È questa la situazione in cui si trova il personaggio.

Angela, D: Nelle pagine dei suoi libri non abbiamo potuto fare a meno di notare la frequenza con cui ci si imbatte in argomenti e figure che hanno a che fare con il mondo della scuola e dell’insegnamento. Cosa può dirci di più sull’elaborazione di questi personaggi? Su Trina, maestra katakombenschulen, le scuole clandestine di lingua tedesca diffuse in Alto Adige durante l’occupazione fascista in Resto qui. Su Giuseppe, insegnante precario protagonista di Pronti a tutte le partenze e sul suo professore Ramino, una vera e propria guida come Virgilio lo è per Dante, come sembrano suggerire già i titoli dei capitoli. E sul maestro Vincenzo «che non metteva mai fretta di capire le poesie» de L’ultimo arrivato, ispirato, come ha rilevato lei stesso, al suo maestro delle elementari che era anche suo dirimpettaio, come nel caso del protagonista Ninetto. Inoltre, in un’intervista su La letteratura e noi, ha espresso la necessità di «considerare la scuola come trincea, come riserva indiana di una società più giusta»: mi chiedo se proprio per questo i suoi insegnanti si ritrovano a sperimentare delle condizioni di precarietà, ad agire in luoghi difficili e proprio per questo quanto mai bisognosi, come le carceri e le periferie. Le chiedo, infine, cosa possiamo fare noi, potenziali futuri insegnanti, per restituire alla scuola quel significato di “riposo”, “tempo libero” dal lavoro, che aveva in origine. Come suggerisce Daniel Pennac in Diario di scuola, un altro insegnante che scrive di scuola: «riuscire a collocare i nostri studenti nell’indicativo presente della nostra lezione […] fare in modo che a ogni lezione scocchi l’ora del risveglio».

M.B, R: Allora, le katakombenschulen sono state un po’ lo stimolo per far diventare la protagonista una maestra. Ho avuto l’idea di far parlare il protagonista di questo romanzo con la voce di una donna quando una delle cinque testimoni, che all’inizio non voleva concedermi l’intervista perché credeva fossi una spia fascista – e questo dice molto della paura interiorizzata di queste persone- mi ha fatto vedere la foto di questa donna, Trina, una contadina di 86-87 anni che, quando il paese è già completamente distrutto, viene fotografata in ginocchio sul tavolo di casa sua con le mani che si abbarbicano al cornicione della finestra, mentre l’acqua arriva già allo stesso livello del piano del tavolo. Quella casa si trova ai margini dell’ultimo paese, Resia, ed è stata dimenticata: quelli della Montecatini la vanno a prendere con la barca, con molta calma, hanno tutto il tempo di fotografarla come se fosse un animale in gabbia. Quella foto mi sembrava dicesse quello che è il titolo del libro, cioè “resto qui”. Quella donna era una contadina e io volevo un personaggio che fosse molto forte, perché in una storia del genere il rischio di drammaticità era molto alto. Quando ho scoperto, mi hanno raccontato e ho studiato la questione delle scuole nelle catacombe, ho desiderato che tutto iniziasse da lì, da quell’anno. Per una ragione secondo me interessante e filologicamente corretta: siamo finalmente arrivati in un periodo in cui si parla di diritti delle donne e a maggior ragione, porca miseria, perché non si devono conoscere queste cose? I fascisti e i nazisti li cacciamo dall’Italia grazie a persone che hanno più o meno vent’anni e che, al posto di tornarsene a casa dopo l’armistizio, vanno sui monti a fare i partigiani. Il primo atto di resistenza al fascismo è stato fatto da ragazze che hanno più o meno la vostra età, in certi erano anche più giovani, come Trina, che, a rischio della prigione, del confino e delle multe che le famiglie non potevano più pagare, si portano i bambini nei campi, nelle cantine, nei prati e nelle malghe per insegnare loro quella lingua che, da un giorno all’altro, la dittatura vieta. Le dittature se la prendono sempre con la lingua, sempre. È la prima cosa che fanno perché una lingua libera è un pensiero senza controllo, mentre una lingua controllata è sempre restrizione del pensiero. Poi arrivano le altre cose, penso ai trattati di Stalin sull’estetica, alla Repubblica di Platone. Dunque, la questione è esattamente questa: ci sono state delle donne, delle ragazze, che hanno visto nella scuola e nella lingua la prima cosa da salvaguardare in nome della libertà, sfidando la legge. Tutto questo mi sembrava talmente enorme e talmente ingiusto che non si sapesse, che io non lo sapessi, tanto che mi faceva male e mi domandavo “perché non so queste cose che mi appartengono?”. In Resto qui la scuola ci entra in una maniera un po’ più tangenziale, nel senso che quello che più sta a cuore a Trina sono le parole. «Una storia non dura che nella cenere»: sono sempre stato indeciso se inserire anche il secondo verso «e persistenza è solo l’estinzione», perché la parola ha la possibilità non di riscrivere la storia, ma di farla rivivere in una maniera che ti obbliga al dialogo e al confronto, rimettendo in discussione la brutalità della realtà in cui si è consumata e, di conseguenza, anche la verità. Per Trina mi interessavano le parole, era importante che lei le praticasse in maniera agonistica, clandestina. Pensate che esista un ossimoro più grande di “maestro clandestino”? Il maestro è la figura meno clandestina che ci possa essere. Senza passarli tutti in rassegna, perché sarebbe noioso: così è stato per tutti gli altri insegnanti, maestri o allievi consapevoli e inconsapevoli che sono finiti nei miei romanzi. I maestri, secondo me, devi anche volerli incontrare. Ho sempre avuto quest’idea e vorrei capire, prima di dar loro ragione, che cos’hanno fatto tutti quelli che si lamentano di non aver mai incontrato un maestro. Ci sono dei maestri perché penso che questo sia un lavoro, al di là del grado in cui lo svolgi, che ti dà uno dei modi più interessanti per continuare ad imparare, per condividere un po’ quello che sai. La cultura non è la caratteristica del maestro che mi sta più a cuore, sebbene sia necessaria, quanto invece lo è la sua capacità di trasmetterla. Anche qui, le etimologie sono bellissime, perché “insegnare” è “segnare dentro”, l’”alunno”, a proposito di felicità, è “quello che viene nutrito” (a patto di non finire nel paternalismo). Le carceri e le periferie sono i contesti dove io ho più fatto esperienza, sono sempre andato nelle scuole negli ospedali, in cui ci sono i ricoverati per problemi psichiatrici- credo ci sia un grande provincialismo nella nostra considerazione generale delle malattie psichiche – e i bambini ricoverati per cure oncologiche; è naturale, quindi, che gli insegnanti dei libri avessero quella provenienza. Il mio maestro delle elementari, che è diventato poi un personaggio, è stato dei pochi che dal Nord se n’è andato a insegnare al Sud, nella Terra dei Fuochi. È da che lì nasce l’amore per i maestri elementari. Noi non siamo un popolo rivoluzionario, però la rivoluzione che viviamo a sei anni, quando ci insegnano a leggere e scrivere, è qualcosa su cui noi non riflettiamo. A scuola e all’università non ci spiegano come nascono le parole, perché ad un certo punto ci siamo messi a scrivere, come si raccontavano le storie quando non sapevamo scrivere quando il mondo era già evoluto, come al tempo di Omero. Che cosa succede al nostro corpo quando impari a scrivere? Io ho avuto un maestro che me l’ha insegnato e, senz’altro, ho avuto fortuna. Un bravo maestro non ti prende solo la mano, come fa Trina, per insegnarti a scrivere, che è già una roba notevolissima. Un bravo maestro ti insegna anche la parola metafora e che questa parola “bicchiere” non ti indica solo l’oggetto ma anche un altro insieme di cose che dipendono da te. Cosa possiamo fare noi? Tutti noi possiamo fare della sanissima disobbedienza civile. Leggetevi degli opuscoli interessanti, come quello piccolo e molto bello di Goffredo Fofi, pubblicato da Nottetempo, che si intitola Elogio della disobbedienza civile. Vuol dire studiare che cos’è il male, non collaborare al male. Goffredo Fofi non dice proprio così, però se glielo chiedi e gli parli a voce ti direbbe di “rompere le palle”, cioè stare addosso alle persone e chiedere le ragioni, essendo sicuri di aver dato tutte le ragioni possibili quando ci vengono chieste. Tutto questo mi sembra fondamentale. Non mi metto a parlare di scuola perché non voglio portarvi via troppo tempo, ma penso che la cosa più trascurata nella scuola è l’educazione. Tutte le materie che hanno l’educazione all’inizio, come nel caso della civica, musicale, fisica, affettiva, tecnica sono sempre le cosiddette “materie del piffero” che non dobbiamo mai fare bene. Noi a scuola siamo generalmente degli individui senza corpo, con delle teste da riempire, che ascoltano qualcuno mentre parla. I Greci utilizzavano la parola “ginnasio” cioè “ginnastica”, “palestra” e non avrebbero mai fatto così: la scuola si faceva camminando, le cattedre non le avevano e invece avevano l’educazione civica. Questa materia, che gli intelligentoni del governo precedente avevano promesso di inserire senza poi farlo, non si è mai capito chi la deve insegnare. E questo è un vero tradimento dell’essenza della scuola, perché non è possibile non avere dei fondamenti su che cos’è la Costituzione, su che cosa sono i diritti fondamentali dell’individuo. Ritornando alla Grecia, la scuola ti faceva diventare un cittadino, quindi per forza dovevi restare affacciato sul presente. Platone dice che tu devi educarti, che è interessante perché in latino educo è “condurti da uno stadio più animale ad uno più civilizzato”, in modo che, quando esci dalla scuola, dopo esserti preso la tua vacanza, come ricordavi tu prima- alla faccia dell’alternanza scuola-lavoro, che ci propinano – puoi andare nell’assemblea della piazza, alzare la mano e dire la tua, avendo il coraggio di dire dei sanissimi “no”, anche quando non ti conviene.

Arianna, D: Concentrandomi sulle figure femminili. Innanzitutto, è molto bello che si sia parlato del ruolo che le donne hanno avuto nella Resistenza, considerando che, eccezion fatta per alcuni esempi letterari memorabili, per lungo tempo non si è scritto moltissimo. E mi sembra doveroso, a proposito dell’indignazione di cui si parlava prima. Trina, fin da subito, si paragona ad una «tartaruga con la testa nel guscio», non si definisce coraggiosa, sebbene sia invece una donna che sempre prende posizione. Prende posizione, sapendo quali rischi stia correndo, quando va ad insegnare. E prende posizione a guerra finita, quando scrive delle lettere, anche se non le firma. Trovo altrettanto bello che la parola sia una forma di Resistenza al femminile. Ricollegandomi su quanto lei diceva prima, riguardo al dolore della perdita e alla difesa del paese che diventa quindi una sorta di “figlio”, mi piaceva il grande assente-presente del romanzo: la figlia Marica. Il fatto che fosse un personaggio centrale sia perché è l’espediente narrativo che permette, con le dichiarate omissioni, di raccontare tutta la vicenda e sia perché, nonostante lei sia una ragione in più per rimanere – il paese è appunto il luogo dove la madre può attenderla – è anche l’unica che le avrebbe dato la forza per abbandonarlo: «con te avremmo potuto ricominciare daccapo». Inoltre, mi ha colpito molto anche il personaggio di Ma’. Già a partire dall’abbreviazione avevo pensato a un altro personaggio di un romanzo che amo molto – trovandone poi riscontro nelle sue interviste- ovvero a quello della Ma’ Joad di The Grapes of Wrath, di Furore di Steinbeck, a cui di fatto un po’ assomiglia per quel pragmatismo, per quel suo essere la “roccia” della famiglia. Echi del romanzo americano li ho rintracciati, tenendo ovviamente conto delle dovute differenze, nella trattazione della tragedia della migrazione forzata e delle conseguenze su un’unità familiare che si sgretola a causa sia della violenza della Storia sia della violenza della natura. E li avvertiti anche nelle sparizioni. In Furore ci sono molti personaggi importanti che spariscono e di cui non sappiamo più nulla. Lo stesso accade in Resto qui: scompaiono Barbara, Maja e della stessa Ma’, ad un certo punto, non sappiamo più niente. Questi personaggi lasciano Curon e cessano di avere uno sviluppo narrativo. Mi interesserebbe sapere di più circa la costruzione e le sparizioni di questi personaggi e quale ruolo ha avuto, se l’ha avuto, Furore di Steinbeck per quanto riguarda l’ideazione del romanzo.

M.B, R: Il ruolo di Marica è fondamentale, nel senso che è un espediente letterario. Visto che siamo tra addetti o interessati ai lavori, possiamo dircelo. Queste cose ce le diceva già molto bene Manzoni: per scrivere un romanzo non basta una storia ma ce ne vogliono almeno due e, nel romanzo ottocentesco, ce ne sono spesso anche molte più di due. Quindi, la prima storia era questa: una madre che perde una figlia. Questo è l’espediente migliore che ho trovato, da un punto di vista realistico, con vari appoggi letterari che tu hai individuato così bene e in maniera così puntuale. Il realismo per l’accadimento dei fatti era molto notevole perché, quando si passa da una parte e dall’altra e stabilisci dei confini in tempo di guerra, la gente questi confini li scavalca, sparisce, torna, non torna, si intrufola. L’espediente mi era utile perché crea una sospensione, che secondo me è la prima caratteristica fondamentale di un incipit. L’incipit funziona se crea una sospensione, non deve dire troppo, deve evidentemente dire qualcosa che va in una direzione, ma deve creare una sospensione. Per me è molto importante. Ne L’ultimo arrivato c’è Ninetto che dal carcere guarda una persona che passa nel cortile dell’ora d’aria e gli sembra di vedere il maestro, che senz’altro è morto da molti anni perché lui ha sessant’anni quando racconta la storia: un’allucinazione, che è una forma di sospensione dei sensi. Dunque questa cosa mi serviva perché tu, lettore non così accorto e con così tanti strumenti, magari – ma nelle mie intenzioni e nelle mie speranze anche sì – leggi il romanzo girando le pagine e sperando che questa benedetta Marica ritorni. Secondo me uno scrittore non è uno scrittore se ti racconta esattamente quello che vuoi tu ma quello che vuole lui, che ti porta dove vuole lui. La mia idea era questa: mentre tu segui il libro e la vicenda su questo piano, io ti racconto quel che cavolo voglio perché ormai ti ho preso. Si trattava di fare un romanzo evocativo perché c’è il “tu”, che per me era alzare l’asticella, non avendolo mai fatto prima e mi annoio a fare le cose uguali alle precedenti. Senza dilungarmi troppo, credo che sia un po’ la scommessa di ogni scrittore quella di far parlare il silenzio. In questa idea tu non puoi sapere con certezza, scientificamente, se Marica è viva, è morta, se è lì di fianco, se è dall’altra parte del telefono, se è la destinataria di una lettera, eccetera eccetera. Non puoi sapere nulla e questo è un po’ interrogare il silenzio. Le ascendenze letterarie sono molte, una l’hai già detta tu. Mi riallaccio a quello che dicevi tu sulla Resistenza femminile. Forse una delle matrici più evidenti di questo romanzo è L’Agnese va a morire, che è il primo romanzo in cui si parla del ruolo delle donne nella Resistenza, probabilmente è ancora il migliore ed è il romanzo da cui si irradia la Resistenza dal punto di vista di una donna. È un romanzo straordinario, leggetelo se non vi è ancora capitato perché va letto, l’autrice è ingiustamente poco considerata e dovremmo fare qualcosa su questo. Per Steinbeck, diciamo che la prima intenzione era quella di omaggiarlo, era dire “quanto ti voglio bene, John!”. Ma’ e Pa’ sono i genitori del protagonista, è vero che Ma’ ha qualche tratto simile, Pa’ in realtà no. Pa’ è una figura anche un po’ forzata, perché è molto gentile e asseconda la figlia, come in quella scena che a me sta molto a cuore in cui arrestano Trina perché va nelle katakombenschulen e lei è terrorizzata, mentre il padre paga la multa e le dice «adesso non ti resta che continuare». È una figura notevole … del resto Trina sta per Caterina, il nome di mia figlia, quindi il padre doveva essere per forza una bella persona, per ragioni familiari. Cosa c’entra Steinbeck? Al di là della mera trama, che sarebbe troppo facile dirla, beh si tratta di un romanzo sul lavoro. Abbiamo aperto la chiacchierata con l’idea di romanzo civile e, per quello che mi riguarda – ma non sono io a doverne parlare, dovrebbe essere quello che scrivo – a me interesserebbe parlare piuttosto di romanzo politico, in cui non puoi non parlare di lavoro. I politici non parlano mai di lavoro, parlano di un sacco di cose ben più facili da buttare in pasto all’opinione pubblica, a chi ha meno strumenti di noi qui dentro. Questo è anche un romanzo sul lavoro. Per antitesi, quello è un romanzo in cui la gente si sposta continuamente, qui abbiamo un romanzo in cui la gente sceglie di restare, pur nella disperazione. A costruire la diga arrivano una serie di disperati, di persone senza diritti, sfruttati dal potere forte della Montecatini. Mio padre e mio nonno hanno lavorato tutta la vita nella Montecatini, però è evidentemente così. Quando la Montecatini non mi ha concesso nessuna intervista, come scrivo nella Postfazione, per me è stato un momento molto bello. Il fatto che questi qui non mi volessero neanche aprire i loro archivi, dopo sessant’anni, mi dava l’idea che allora avevo ragione io, che aveva senso e bisognava raccontare questa storia. Certo c’è la frustrazione ma, come ci insegna Philiph Roth, la scrittura ha a che fare con la frustrazione. La frustrazione di non trovare la parola giusta, di non avere chi ti ha le informazioni giuste eccetera eccetera. La questione sul lavoro è importantissima, c’è e attraversa tutto il libro – e gli altri miei libri, credo – ma culmina con la diga. Volevo scrivere un libro che fosse essenzialmente basato sulla distruzione del paese, nella mia testa me lo chiamavo con il titolo di servizio “Il paese che non c’è più”. Poi questa è diventata solo la terza parte, perché non potevo fare a meno di considerare un territorio così. Il contenitore ampio di questo paese era una polveriera enorme che noi non conosciamo. Se dopo l’Unità d’Italia si parla sempre del Sud e della questione del Mezzogiorno sostanzialmente in una maniera un po’ trita e ritrita, dei confini al Nord, invece, non ha mai detto un cavolo di niente nessuno. L’Alto Adige ha una storia interessantissima: diventa Terzo Reich, è un territorio di guerra e, dopo la guerra, diventa una fucina di passaporti falsi per tutti i nazisti che vogliono scappare in Sudamerica. Ricordiamoci che il primo terrorismo in Italia non è stato quello delle Brigate Rosse ma quello del Trentino- Alto Adige. Sebastiano Vassalli è stato il primo a cui avevo parlato di quest’opera, poco prima che lui ahimè scomparisse. E lui mi disse una cosa molto importante, a me molto cara: “se dovessimo erigere il museo della dittatura in Europa, dovremmo farlo in questo posto”.

Claudia, D: Rifacendoci alle linee delle Le parole sono importanti, il laboratorio ci ha consentito di dialogare con Trina e la parola-libro, e con il potere quasi taumaturgico di queste parole. E in effetti la protagonista è così riuscita a risarcire la parola degli attribuiti – etimologici – di democraticità, di dialogo con l’alterità. L’immagine etica della parabola, insomma, appunto citandola. La fruizione comparativa del saggio (un vero e proprio vademecum) e del romanzo ci ha restituito due evidenze: la specularità di immagine narrativa e parola poetica, e la consequenziale richiesta al lettore di interagire, di interpretare. Lei ha, in più luoghi, precisato come sia spesso un’immagine, con il suo potere suggestivo, a suggerirle una storia. E così l’immagine del campanile sospeso nel lago. Precede l’immagine e si procede per immagini. E questo trova conferma, a mio avviso, nel carattere speculare e complementare dei due quaderni, di parole e di immagini, di Trina ed Erich, che non necessitano di altro, fotografie di questo humus emotivo condiviso e riscoperto, se non di essere semplicemente osservate, e osservate dall’occhio scrutatore del lettore, che interviene, è sempre lì, interagisce sempre. Un altro elemento, che conferma questo precedere e procedere per immagini, a me risulta nell’iterazione, poi, dell’uso delle dislocazioni a destra che, oltre a strizzare l’occhio al parlato e a rendere ancora più fluida la scrittura, riesce a visibilizzare ancora di più determinate parole. Si tratta di parole anche semplici, ampi contenitori semantici, perlopiù astratte, ma che subito hanno concretezza perché vengono trasformate in immagini. Qualche esempio:
«Ti fa sentire una ladra certe volte l’amore»
«Tuo padre che la vedeva come un fiume, la vita»
«Diventa una vertigine, il dolore»
«Per lei erano il nemico più grande, i pensieri»
Altre due dislocazioni che mi hanno colpito particolarmente perché ho notato che quando l’azione e lo spazio di riflessione di Trina è condiviso con Erich, le parole-immagini sono più pertinenti e ancora più contestuali all’esercizio pratico della Resistenza e alla sua quotidianità, nella concretezza di quelle risorse fondamentali per la sopravvivenza. Arrivo alle citazioni:
«Erano la nostra festa, le marmotte»
«Erano diventate un’estensione del nostro corpo, quelle pistole»
Le chiedo, anche se penso che lei mi abbia già in parte risposto: in questa tessitura di parole ed immagini e in questo invito rivolto al lettore a coglierla, se abbia ancora oggi, a suo avviso, il Lettore questo ruolo di protagonista referenziale o se qualcosa si sia perso, e, dal momento che, citandola ancora, per «la parola finisce per rivelarsi ciò che di più tangibile rimane di noi», quale parola consegnerebbe a un lettore disattento per salvarlo, dato che spesso in un mare di parole è facile annegare. Volevo avere una conferma, dato che ha distinto intrattenimento e letteratura civile e ha parlato di indignazione.

Giacomo, D: Come diceva la professoressa, pur muovendo dal sostrato comune del romanzo abbiamo poi scelto di allargarci a esperienze di tipo espressivo, di messa in forma della parola diverse, quindi le poesie. Io mi sono dedicato alla lettura della sua prima raccolta di poesie, Particolari in controsenso, pubblicata per la prima volta nel 2007. Il titolo ci è sembrato strettamente legato al primo verso della prima poesia, il cui soggetto è il “contadino analfabeta”: «Se non ti aspetti il contrario dalla terra/ancora non hai capito niente». L’interpretazione di questo verso è stato un nostro dilemma. Ci sono anche altri aspetti, che si potrebbero sintetizzare in un titolo, ovvero quello della poesia successiva Contro natura? Per sintonizzarci tutti: immaginate due immagini, quella di un topo che razzola tra i bidoni e quella di un gatto che non lo insegue, oppure quella di una gabbia con una finestrella aperta, con dentro cardellino che non riesce, non può o non vuole uscire. Sono emerse molte perplessità anche sull’interpretazione di questi versi. La mia, la nostra, non è tanto una domanda quanto uno spunto di riflessione. Senza semplificare, abbiamo pensato che l’unica valorizzazione netta non fosse tanto quella di un legame con un orizzonte come quello dell’equilibrio, del modus latino medio, che al contrario sembra negato. Ci è sembrato che a essere valorizzati ci fossero piuttosto certe capacità e facoltà umane, ad esempio quelle del pensare, dell’immergerci, dell’essere in grado di razionalizzare e andare incontro, andare di fronte. Appunto di immergerci, in quanto umani, nelle esperienze umane.

Noemi, D: Anch’io mi sono occupata della poesia. Abbiamo voluto esplorare questo lato diverso della scrittura. Io mi sono invece occupata della seconda raccolta, Mezze verità: anche lì il titolo dice già molto. La cosa che abbiamo notato leggendo, anzi addirittura studiando le sue opere, è che c’è una forte contaminazione tra il linguaggio poetico e il linguaggio prosastico. Leggendo Mezze verità dopo aver letto Resto qui, romanzo che avevo letto molto prima, ho notato immediatamente queste inclinazioni prosastiche nei versi. La descrizione accurata, le pochissime rime e la lunghezza non indifferente dei versi danno alla raccolta un andamento narrativo, mentre i tratti poetici rifluiscono poi in Resto qui. È come se ci fosse, in realtà, una continuità tra i due tipi di opera. Talvolta, però, la conclusione dei capitoli sembra essere scandita da una sentenza finale, una frase conclusiva, quasi una chiosa poetica. Riporto degli esempi che mi hanno colpito molto:
«Credevo che mi potessero salvare, le parole»
«Ti dirò quello che è successo qui, nel paese che non c’è più»
«Andare avanti è l’unica direzione concessa. Altrimenti Dio ci avrebbe messo gli occhi di lato. Come i pesci»
Spicca la scelta di voler lasciare delle frasi sospese e anche questo è un tratto distintivo del suo pensare poetico. Sostanzialmente questo per dirle che abbiamo davvero apprezzato le sue raccolte poetiche e quindi le chiediamo se avremo il piacere di leggere altre sue poesie.

Carmelo, D: Mi sono soffermato su quelli che erano i richiami alla tradizione letteraria. In questo libro sono veramente tanti i richiami alla lirica montaliana, che a mio avviso ne influenza la stesura dall’inizio alla fine. Se “le parole sono importanti”, come recita il suo libro, le prime parole del suo romanzo ci fanno capire che un debito intellettuale con la tradizione letteraria lei lo contrae sin da subito col poeta ligure. Mi riferisco in particolare, com’è stato già detto, alle parole che compongono l’epigrafe “una storia non dura che nella cenere”, tratte da Piccolo testamento di Montale. È una frase che a mio avviso costituisce una valida chiave interpretativa del romanzo stesso, perché è nella cenere ciò che resta e c’è un’immagine della letteratura stessa, quella letteratura in grado di salvarsi e salvare dalla fiumana della storia, che inevitabilmente travolge tutto. L’influenza del poeta, poi, si palesa tramite l’uso di un artificio retorico tipicamente montaliano per eccellenza, ovvero l’adozione del “tu”. Un “tu” che in Montale tende a riferirsi prevalentemente a una figura femminile ma che, in quanto indefinito e misterioso, può alludere al lettore stesso, rappresentando la possibilità concreta di mantenere in vita la poesia, attraverso un dialogo in absentia. Anche nel suo libro il “tu” mi sembra possedere questo doppio statuto: da una parte si rivolge al lettore, dall’altra a una figura femminile – e da qui la vicinanza con Montale – che coincide, in questo caso, con la figlia di Trina, con Marica, che rappresenta di conseguenza quel miracolo montaliano, un miracolo che come sappiamo non avverrà e che non salverà niente e nessuno. Di conseguenza vorrei chiederle: a che cosa allude il suo “tu”? E ritornando su Piccolo testamento, dato che prima lei ne parlava, come mai non è stato inserito nell’epigrafe anche «e persistenza è solo l’estinzione», dato che il suo romanzo parla di “persistenza” e di “estinzione”?

M.B, R: Mi risulta più facile partire dall’ultima questione. Il “tu” di Montale è un “tu” che cerca, penso a In limine che apre gli Ossi, che cerca di aprire vie di fuga. Il “tu” di Montale ha una valenza positiva, mentre quello che mi piaceva del “tu” adottato dalla protagonista di Resto qui – e questa per me era la vera scommessa – era un “tu” che avesse anche un j’accuse privato, intimo, personale, per poi allargarsi a una dimensione più vasta, che chiama senz’altro in causa il lettore. Avevo ben chiaro, fin da subito, il rischio di proporre un “tu” montaliano, diciamo salvifico, in una storia del genere. Qui la madre parla alla figlia non solo con le tonalità prevedibili del dolore, del lutto, dello strazio, della nostalgia, mettiamoci quello che vogliamo, ma anche con quelle dell’accusa: “‘tu’ hai scelto di andartene”. Il marito non vuole mai parlarne, Ma’ mette la gerla di panni sulla testa di Trina quando si mette a piangere e vorrebbe parlare della figlia. È come se il dolore non dovesse accadere. È stato interessante per me, aveva delle conseguenze fondamentali sulla storia il fatto che fosse un “tu” ambiguo”: quel “mi manchi, soffro, ti odio, che cosa ti sei permessa di fare” dava una tonalità anche più violenta e più rabbiosa che Trina ha, perché è una donna forte, pur con le sue fragilità, perché è una donna che quando va in guerra uccide. È una donna complessa e dare spazio a certi sentimenti faceva diventare il libro più intimo. Raccontare una storia come questa mi metteva a stretto contatto con il romanzo storico in senso ottocentesco, molto ampio perché trattava di fascismo e nazismo, di guerra, di poteri forti, di confine, di contadini, di lingua. Io non volevo, non voglio e non mi interessa scrivere un libro di seicento pagine in terza persona. Dovevo trovare una chiave di lettura e Marica e il “tu” servivano a tararlo su un insieme di tonalità che – sono così tante e così intelligenti le cose che avete detto che è facile tenerle tutte a mente- quello che volevo emergesse era il tabù. Da una parte l’intimità, perché è legittimo che una madre racconti quello che le pare, soprattutto se è ferita e arrabbiata, dall’altra lei dà spazio al tabù, perché nella seconda parte le dice “questa cosa di quanto ho sofferto col cavolo che te la dico, perché tu non meriti di saperlo”: questo serve a creare delle emozioni che non ti aspetti e a far sì che questo sposti l’attenzione su quello che voglio raccontarti io. La differenza del “tu”, in questo senso, è notevole. Il secondo verso non l’ho messo perché secondo me è più efficace metterne soltanto uno. La narrativa si ciba di parole che sono immagini, non che sono significato, se non solo secondariamente. Questo è quello che mi chiedevi tu, se non sbaglio. Sulla parola c’è tutta una tradizione di pensiero che va dalla retorica classica alla pittura, scrivere come dipingere, eccetera eccetera: cose che sappiamo. Sì, senz’altro c’è bisogno di un’immagine, senz’altro io ho bisogno di un’immagine più che di una storia. Un’immagine, per come la intendo io, è portatrice di storia. Per questa storia il campanile è evidentemente un’immagine. Non so, sono indeciso sul fatto che il campanile sia un monito, in questa storia il monito non c’è. Il monito lo trovi tu, sott’acqua, tra le macerie delle case. Pensate che roba: questo campanile lo lasciano perché, anche se la Montecatini lo vuole buttare giù, un impiegato di Roma lo vuole salvare perché un’opera d’arte. La Montecatini scrive più volte – mi sono letto tutto il carteggio – lamentando il fatto che le persone lo vedono e si ricordano, piangono. Pensate all’inumanità. Quindi il campanile resta lì grazie a un impiegato e alla fine le cose cambiano, perché il tutto non diventa una diga ma un lago turistico, le cose prendono una strada inaspettata. L’immagine per questo libro, ancor più che il campanile, ti assicuro che è la gente che sta da lato a fare la vacanza sul lago, come me quel giorno. Non lo dico con un giudizio moralistico, però la maggior parte delle volte noi non sappiamo su cosa seduti, cosa c’è sotto. È questa la Ginestra leopardiana, le epoche che fanno da “sgabello” alle passate. E se non ti fermi e non vuoi andare sott’acqua… Il Porto sepolto di Ungaretti è questo: si immerge, poi restituisce delle storie in superficie, senza preoccuparsi di dove si disperde il canto. È esattamente questo il lavoro. Per la gente che va lì e scatta un selfie, delle foto, non resta che il mondo a fior d’acqua. Questo, in una società come la nostra, che si velocizza in maniera anche schizofrenica, il rischio è maggiore. Io non penso che tutti quelli che fanno un selfie con dietro il campanile siano scemi o dei poco di buono, ma se tu non fai questo sforzo – a proposito di cosa possiamo fare – resta solo la pelle delle cose. Un’immagine non è mai una storia. La dislocazione a destra sì, rende il parlato. Non ricordavo di averne usate così tante, ma nelle mie intenzioni – valgono molto più le tue di lettore – non sono uno strizzare l’occhio al parlato. Le dislocazioni nelle frasi che hai letto, per me, per quel che vale, sono anche un rafforzamento retorico non da poco. Non che tu lo negassi, però l’intenzione, più di abbracciare o avvicinare il parlato, cosa che nella poesia è più presente – e mi ritrovo in quello che è stato detto- è anche un sottolineare, un mettere a fuoco. Spostando tutto sul piano linguistico, ti concede la possibilità della ripetizione, che è molto meglio di utilizzare “egli” o “ella”. Per la poesia: grazie per averle lette, Einaudi le ristamperà tutte assieme a quelle che si sono accumulate negli anni. Che dire? Le vostre, più che domande, erano delle osservazioni su cui mi ritrovo. Mi fa piacere chiudere mettendo un altro elemento sul tavolo: io non credo che sia lo stesso lavoro, benché si possano trovare tutte le analogie, le divergenze e le convergenze che volete voi. Non penso che quello del poeta e dello scrittore sia lo stesso lavoro. Io so prevedere in maniera piuttosto certa quando, come e dove parlerò del mio prossimo romanzo, non so prevedere quando scriverò la prossima poesia. Un altro poeta vi direbbe cose diverse ed è proprio questo il bello di fare questi studi e di parlare con voi. Realmente, io sono legato a un’idea della poesia, a una pratica della poesia che non è pratica. Il lavoro dello scrittore è quello di un faber di bottega, devi stare lì otto ore al giorno e avere degli strumenti attorno. La poesia per me è un attraversamento, in cui sei più un medium della parola. Luciano Erba, un poeta anche questo troppo in fretta dimenticato, dice che noi milanesi abbiamo poco verde e quindi abbiamo i giardini nei davanzali e che la poesia è la tendina che ieri non c’era e adesso c’è. Una visita a sorpresa, qualcosa di misterioso. L’etimologia ci aiuta sempre, perché i Latini usavano la parola carmen, che in francese è diventata charme, qualcosa che evidentemente seduce, attrae. Non è un lavoro, è qualcosa di imprevedibile. Le notazioni che avete fatto voi stilisticamente ci sono. Il contadino analfabeta è mio nonno. Il primo libro era molto autobiografico: c’eravamo io, mio padre e mio nonno. L’unica cosa che mi ha detto mio padre quando gliel’ho fatto leggere è stata “ora che sarai andato in giro a raccontare tutti i cazzi nostri sarai contento”: questo è stato il primo segno di incoraggiamento che mi è arrivato dalla famiglia. Ci sono meno differenze stilistiche tra la mia prosa e la mia poesia, ma c’è l’indagine di un mondo profondamente diverso. In ogni raccolta ci sono dei versi di Shakespeare, in Particolari in controsenso c’è quel verso di Romeo e Giulietta che recita «all things change to them to the contrary», cioè “ogni cosa cambia per il contrario”. Quello che mi interessa indagare e che mi colpisce di più nella poesia sono il mondo naturale, la doppiezza e l’ambiguità. In Particolari in controsenso la “mezza verità” è esattamente questo. La natura è allegoria e metafora di altro, di vari aspetti dell’esistenza, da quelli sentimentali a quelli più pratici. C’è una natura, o perché violentata o perché – insisto su questa parola oggi – constitutivamente ambigua, che ci dimostra e ci apre delle strade, delle prospettive di grande significato completamente inedite e inaspettate. La poesia è semplicemente un modo di dire le cose e non so perché – e mi va bene non saperlo – quel mistero mi venga da esplorarlo con una parola così densificata e non con il racconto. Grazie di cuore a tutti, davvero.

About The Author