Apr 30

Introduzione alla lettura di Marco Balzano

(di DONATELLA LA MONACA)

“Femminile plurale” è l’insegna entro cui si inscrive questo nostro incontro, con Marco Balzano, nell’ambito del Festival delle Letterature migranti (2019), una pluralità intesa come naturale espressione della molteplicità dei punti di vista, dell’interrogazione ricettiva dell’alterità di una nozione di “confine” che, come si legge nelle Parole sono importanti, “nega il muro non la soglia”, una frontiera cui Alessandro Leogrande guarda come ad “un varco che si apre”. In tal senso l’intrinseca vocazione ‘migrante’ delle figure femminili costituisce in particolare oggi una risorsa conoscitiva nella società come nella scrittura, nella vita come nella letteratura. E proprio su una “soglia” che diviene la trincea etica di un paese violato sfigurato ed infine eroso dal cammino implacabile della Storia, si staglia con tutta la sua significatività la voce solista di Trina, la maestra elementare di Curon Venosta la cui parabola vitale quotidiana diviene crocevia di snodi storici drammatici, di destini individuali e collettivi, crogiuolo conflittuale di lingue e appartenenze territoriali plurime. Nello spazio aperto del suo discorrere diaristico con la figlia, scomparsa, lontana, migrata per costrizione o per scelta Trina riannoda le fila di un vissuto privato e pubblico che soltanto le parole fissate sulla carta potranno sottrarre all’oblio. Si invera nel suo strenuo raccontare quell’ “esercizio della memoria” cui Balzano riconosce “una funzione civile” nel senso etimologico del lessema, ricordare per “educare al pensiero e imparare a narrarlo; poter accedere a un tempo che non è solo progressione lineare, ma infrazione di questa logica; fare testimonianza”.

Nel nostro progressivo inoltrarci all’interno dell’officina narrativa, saggistica, poetica dello scrittore, un tassello prezioso è stata la lettura proprio delle Parole sono importanti nella cui filigrana ci è sembrato di poter scorgere le chiavi d’accesso al profilo identitario di questa figura femminile che nel romanzo è “parola”, è “memoria”, è “resistenza” interpretate nell’accezione con cui nel saggio esse si riscoprono ricondotte alla propria scaturigine. È così, Balzano scrive, che l’etimologia “umanizza la parola trasformandola in un individuo con la sua storia, di cui attraverso l’indagine possiamo conoscere i momenti di fortuna, gli incidenti, le ricadute, le rinascite”. Di fatto è proprio Trina ad incarnare nel tessuto inventivo del romanzo questa umanizzazione della parola resa nel presente della scrittura luogo di collisione ancora bruciante tra un passato che si continua ad interrogare e un oltre verso il quale ci si protende proprio scegliendo di restare. Lontano da qualsiasi eroismo restare significa per Trina insegnare ai bambini nelle catacombe, condividere la scelta di Eric, i cui occhi sono ancora troppo pieni dell’efferatezza disumana della guerra, di “non combattere mai più”, di disertare in difesa di una dignità umana e naturale scempiata dalla violenza delle armi, dalla minaccia del tritolo, dalle ruspe a qualsiasi razza, regime o presunta democrazia appartengano. E anche se la vita è una “questione di idee prima ancora che di affetti”, Trina sceglie di difendere strenuamente un luogo in cui, qualora Marica lo volesse, saprebbe dove tornare. “La resistenza di Trina non si esaurisce pertanto nella accezione statica dell’abbarbicamento alla propria terra, nel suo agire “resistenza è una parola che ammonisce e ricorda, rimanda a fatti che ancora ci parlano e che soprattutto raccontano vicende che vanno al di là dell’atto di resistere”. Così si legge ancora nelle Parole sono importanti, un titolo che si offre come un’allusione eloquente alla centralità che il lavoro sulle parole riveste nella tessitura compositiva del romanzo, dall’asciuttezza intensa del dettato, all’essenzialità della disposizione sintattica, alla memorabilità fonica, alla tensione evocativa di parole di cui si saggia al tempo stesso l’“impotenza” dinanzi all’inesorabilità della storia ma anche l’“importanza” nella persistenza della testimonianza, anche qualora essa fosse “traccia madreperlacea di lumaca o smeriglio di vetro calpestato”, anche quando “persistenza è solo l’estinzione”.

Ed ecco che in una significativa circolarità la coralità di tali elementi riconduce alla centralità tematica e poetica della memoria che, seppure il “filo” del ricordo privato, del dramma personale di Trina “non s’addipana”, modella di fatto la narrazione nelle forme del ripercorrimento diaristico, del ripensamento inventivo facendosi al tempo stesso militanza nei confronti di certi frangenti della storia altrimenti rimossi dalla coscienza collettiva.

La letteratura di stampo civile, che è quella che interessa a me, trova terreno fertile in ciò che è stato dimenticato”, ribadisce con vigoria il nostro autore: “scrivere può ridare una dimensione più umana alla storia, che invece spesso è asettica, a volte brutale, quasi sempre disumana.

“La fatica dei poveri Cristi non lascia mai traccia” è la constatazione che si leva infatti, dalle pagine dell’Ultimo arrivato,“non ne rimane testimonianza nemmeno nei libri di scuola, dove si legge soltanto del re e della regina”. Proprio il risarcimento delle cancellazioni colpevoli muove invece l’invenzione narrativa di Marco Balzano in cui vocazione all’inchiesta, ancoraggio autobiografico, spaccato sociale, sostrato antropologico si intersecano. Sulla centralità dell’ascolto diretto delle esperienze vissute dagli italiani emigrati al norditalia si fonda l’orchestrazione narrativa dell’Ultimo arrivato con modalità che lo stesso Marco rievoca nella postfazione al romanzo.

“Durante quegli incontri ho volutamente evitato di prendere appunti, in modo che le loro parole potessero risuonare e confondersi liberamente nella mia testa al momento della scrittura. I loro racconti mi hanno dato modo di recuperare il fascino di una lingua viva, di penetrare meglio una memoria insieme individuale e collettiva: una memoria a volte mitizzata, altre dolente. Mi hanno infine permesso di dare voce a vite così diverse dalla mia eppure così vicine nel tempo, così presenti sotto i nostri occhi”. Analogamente, nella postfazione a Resto qui, si ribadisce come il romanzo non possa fare a meno di “falsificare e di trasfigurare” senza per questo che personaggi storici o eventi narrati vengano intaccati nella sostanza anche quando filtrati dalla libera creazione, ancor più se attraverso la voce di Trina lo scrittore voglia far parlare “il silenzio, l’assenza, gli spettri”.
Si ripropone così un’accezione di fedeltà al reale che non ne mistifichi l’essenza documentaria pur “cingendola” della “fatua veste” della finzione direbbe Elsa Morante, attraverso le cui pieghe far trapelare i sensi riposti, le contraddizioni più stridenti, schiudendo chiavi interpetative inattese. Per questa sua intrinseca vocazione rivoluzionaria “scrivere” si conferma per Marco Balzano, “sempre un atto di ribellione”.

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