Mag 07

Diario degli scrittori. (Febbraio 2020)

PAOLO DI STEFANO.

DIARIO DI UN PARANOICO (Febbraio 2020)

[Prima parte]

Qualche premessa a questo diario delle prime due settimane, altrimenti incomprensibile. Io vivo a Milano con D. e con nostra figlia M., tredicenne. Mia madre da sola nel suo appartamento di Lugano, dove abitano anche i miei due fratelli e mia sorella. Pochissimi giorni dopo l’esplosione del virus, A., il compagno di mia sorella C., ha avuto un’idea lungimirante: piazzare, con tutte le cautele (mascherina e guanti), nonché la distanza del caso, nel salone di mia madre, proprio sotto il televisore, un computer sempre acceso su Skype. Come si può immaginare, nostra madre, quasi novantenne, non ha nessuna pratica elettronica, dunque i collegamenti video con lei avvengono ancora oggi senza richiederle nessun intervento: basta chiamarla per entrare nel suo appartamento senza suonare o bussare o dire permesso, magari sorprendendola ancora in vestaglia o dormicchiante sul divano. Il più delle volte lei è seduta in salotto a guardare la televisione e nel vederci comparire sullo schermo deve solo spegnere la tv, alzarsi, avvicinarsi, adagiarsi sulla sedia stabilmente collocata davanti al computer e parlarci. Naturalmente si potrebbe obiettare che una tale soluzione, così diretta, è poco rispettosa della sua privacy, è vero ma il vantaggio è il potersi vedere quando vogliamo chiacchierando a volontà, tra l’altro gratuitamente. Se nostra madre si trova in un’altra stanza e collegandoci ci appare il salone vuoto, non ci resta che staccare e rimandare la chiacchierata, oppure chiamarla a voce molto alta data la sua mezza sordità («mamma, mamma!») così che lei cogliendo la nostra voce esca dalla cucina e, sempre un po’ pericolosamente caracollante, venga ad accomodarsi davanti allo schermo. Verso le 19, ormai regolarmente da settimane, l’ennesimo collegamento prevede, per quanto possibile, la presenza contemporanea dei quattro figli. Tutto ciò, è superfluo precisarlo, accade perché ogni contatto fisico con una donna di quell’età metterebbe a rischio la sua salute: del resto lei è abbastanza autonoma in tutte le faccende domestiche e alla spesaci pensano i miei fratelli, che all’occorrenza la depositano in sacchetti davanti alla sua porta d’entrata. Anche i dieci nipoti, così come i suoi due fratelli F. e E., hanno accesso diretto al video di nostra madre e spesso le fanno compagnia, possono mandarle e ricevere baci e abbracci a distanza. Gli altri miei figli, S. e L., trentenni, si trovano il primo a Gerusalemme e il secondo a Bellinzona, dove vive con la sua fidanzata. Io a Milano scrivo articoli in smartworking per il «Corriere della Sera». Il libro di cui si parla è il mio nuovo romanzo, Noi, previsto in uscita per Bompiani il 18 marzo e poi rimandato al 20 maggio.

Lunedì 24 febbraio. Da sabato psicosi coronavirus. Sono le 8 del mattino, ho dormito poco, forse cinque ore. Sollievo leggere i giornali sull’i-Pad. Titolo di Repubblica: Mezza Italia in quarantena. 150 contaminati, 3 morti, 5 regioni coinvolte. Coprifuoco. M. spaventata perché la scorsa settimana ha fatto ginnastica a due con una compagna di Codogno, epicentro della zona rossa. «Sai, proprio quegli esercizi faccia a faccia dove uno si alza e l’altro si abbassa alitandosi addosso a vicenda». Mamma: «Ho sofferto tanto, ho passato la guerra, e a novant’anni non pensavo di vedere anche questa». Passeggiata pomeridiana in zona Lambrate e Politecnico, città disabitata. S. si è spostato da Gerusalemme verso la Giordania per incontrare un amico. Rinviata ad aprile la mia visita cardio al Monzino.

Martedì 25 febbraio. I morti sono saliti a 7. Amuchina a ruba nei supermercati, a Napoli un tizio vende mascherine a 500 euro l’una. In cucina durante la colazione M. mi dice che è sicura di avere contratto il virus. Piergiorgio Bellocchio al telefono: «Mi rendo conto che è difficile intervistare un depresso». Si riferisce a se stesso, ovviamente. Da giorni girando battute, vignette, filmati esilaranti sul virus, come fossimo entrati in un grande varietà comico. R. mi invia su WhatsApp l’immagine dell’Ultima Cena di Leonardo, con la tavolata vuota: «Qui a Milano forse si sta esagerando…». Stasera in Tv: Chiamami col tuo nome (voto 8), non proprio l’ideale per M.

Mercoledì 26 febbraio. Fendi propone una mascherina antivirus in seta a 190 euro. Il prodotto è già esaurito. Scritto un corsivo sull’abuso dell’inglese in ogni comunicazione ufficiale. G.A mi manda l’articolo di Agamben uscito sul «manifesto»: «La paura dell’epidemia offre sfogo al panico, e in nome della sicurezza si accettano misure che limitano gravemente la libertà giustificando lo stato d’eccezione». Commento di G.A.: «Non sono un fan di Agamben, ma questa volta ha proprio ragione! Prove generali o isteria?». Fare la spesa è diventato difficile anche negli alimentari sotto casa.

Giovedì 27 febbraio. Dodici morti. Bellissima giornata calda. Si decide di andare ad Angera, in auto, Oasi della Bruschera, mangiamo panini al sacco seduti su una panchina guardando cigni e folaghe sul lago. Saranno immuni dal virus? Pochissima gente in giro. Al ritorno, beviamo un caffè in un bar sulla strada, deserto anche quello. Solo una vecchietta seduta a un tavolino a fare le parole crociate. Sto leggendo Figlio del lupo di Romana Petri per recensione: romanzo biografia di Jack London. Che gran personaggio! L’allarme ha imposto di chiudere la mensa aziendale, ma il «lunch box» pare immangiabile. Protesta del sindacato.

Venerdì 28 febbraio. Mamma: «Non uscite, mi raccomando, statevene a casa che questo virus sembra ‘na cosa seria…». «Ma se dicono che è meno di un’influenza…», dice C. «Io non mi fido». A cena dai T.: nessun bacio, nessun abbraccio, lei raffreddatissima («scusate, ho il naso che mi cola»). Lui racconta di aver attraversato in treno chissà quante volte negli ultimi giorni la zona rossa, dove di continuo saliva e scendeva un sacco di gente. E io ripenso ai miei viaggi in metropolitana. Sento lucidamente di avere tutti i sintomi che leggo sui giornali. Anche la febbre. La misuro: 35,6. «Non sarà troppo bassa?».

Sabato 29 febbraio. Mi sveglio di malumore. Mamma: «Se esci copriti, mi raccomando». Non esco. È bellissimo avere un buon motivo per restare rintanati in casa. Faccio ripetere a M. la seconda declinazione, ma il neutro è un problema. Scrivo un pezzo sull’aggettivo (insopportabile prima, figurarsi adesso!) «virale». S. mi dice che è tornato da Amman a Gerusalemme con febbre e tosse. Da quelle parti ancora niente corona. «Copriti quando esci», mi viene da dirgli. Siamo arrivati alla terza stagione de La casa di carta: la prima non era male, ma questa è una cagata pazzesca (voto 3), peggio della Corazzata Potëmkin!

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