Mag 08

Diario degli scrittori. (Marzo 2020)

PAOLO DI STEFANO.

DIARIO DI UN PARANOICO (Marzo 2020)

[Seconda parte]

Domenica 1° marzo. Chissà perché hanno annullato la partita Juventus-Inter, anche a porte chiuse: me la sarei guardata volentieri. «Che mangiate stasera?» è la solita domanda della mamma. Pizza. Cominciato a leggere Oliver Twist ad alta voce con D. e M. dopo cena. Tre capitoli alla volta, a turno. Una meraviglia, caro Dickens! Viene voglia di urlare dalla bellezza. Un’ora di cyclette leggendo La peste scarlatta.

Venerdì 6 marzo. Sveglia alle quattro con un micidiale bruciore di stomaco: non sarà un sintomo da coronavirus? Leggo che Che Guevara era alto un metro e 75. Pensavo di più. Con i due contagiati della Val d’Aosta, tutte le regioni sono colpite. 41 morti. Il virus è arrivato in Italia non dalla Cina ma dalla Germania. O forse dalla Cina e dalla Germania. S. è a casa in quarantena per precauzione. Ho passato un’ora buona a pulire il lavandino d’acciaio della cucina con Smac, ma le strisce e gli aloni controluce rimangono.
Uscendo, facciamo una ventina di metri verso via Pacini, e ci troviamo di fronte a un tizio, fermo davanti al bar dell’angolo, proprio nel momento in cui lascia andare un clamoroso starnuto a bocca aperta senza coprirsi né con le mani né con il gomito. Il farmacista di via Grossich ci dice che nel quartiere non risulta che ci siano casi di contagio. Il deficiente dello starnuto riesce a cambiarmi l’umore. Peggio ancora quando da Bompiani mi dicono che il libro non esce. Mi è arrivata la prima copia, bellissima, ma cadono il viaggio in Spagna, le presentazioni alla Feltrinelli, a Brera, a Bologna, niente Siracusa e niente Palermo, nessun giro in Puglia… Salta tutto. «Io ho paura» dice la mamma «sono vecchia, ho paura, e voi, mi raccomando, non uscite».

Sabato 7 marzo. Andiamo al parco di Monza, affollato come in ogni fine settimana. Tavolini dei ristoranti tutti allegramente occupati. Il coronavirus non esiste più: bambini ovunque, ciclisti, uomini e donne che corrono, anziani che camminano chiacchierando. Mangiamo piadine sdraiati sul prato e verso le cinque siamo di ritorno. Prendo una forbice, mi metto davanti allo specchio del bagno e provo a tagliarmi i capelli. Il risultato fa esplodere D. e M. insieme in una sonora risata che dura qualche minuto.
La serata è un incubo. Si chiude la Lombardia e qualche altra provincia del Nord. «Come cazzo è possibile che vi ritroviate in questa situazione?», mi chiede V. al telefono dalla Svizzera. Chiuse le dogane tranne per i lavoratori frontalieri. Di notte F. è venuta in auto a prendere suo figlio Matteo per riportarlo a Lugano, dove si sentono al sicuro. Penso a certe scene avvenute sul confine italo-svizzero tra il ’43 e il ‘44 e lette sui memoriali degli esuli o su qualche romanzo neorealista. Non esagerare, mi dico. Non è una guerra.

Domenica 8 marzo. L’Angelus del Papa in streaming. Passeggiata al parco di Porta Venezia per smaltire la pasta al forno: niente di strano nell’aria. Vado a ritirare la posta in via Solferino, dove nulla sembra diverso dal solito. Al ritorno incontro un paio di ex colleghi: ridiamo del virus e di noi che ci salutiamo a distanza. Scritto un commento sul mercato dei libri al tempo dell’epidemia. Intervista a Jean-Paul Manganaro sulla traduzione letteraria.
Mamma: «Benedetto questo Skype, in questa solitudine finirei per impazzire». Se devo essere sincero, la prospettiva che il mondo si fermi per un po’ non mi dispiace per niente. «Non siamo pronti ad affrontare l’emergenza», mi confessa al telefono il collega L. Inside man (8) durante la pedalata in cyclette.

Lunedì 9 marzo. Il bruciore è scomparso, ma i sintomi del virus no: tosse, raucedine, un velo di congiuntivite. «Sei un paranoico», mi dice D., e per fortuna ha ragione. La febbre non c’è. Sarò parzialmente asintomatico. «Sei solo paranoico», ripete D. 6387 positivi, 366 morti. La pubblicità della Nivea: «Ripartiamo insieme, con positività e fiducia». Positività no, per piacere! Per Trump questa è l’epidemia degli stupidi e non colpirà mai gli Stati Uniti. Arriva a M. il secondo messaggio YouTube dalla prof di italiano per un saluto rassicurante ai ragazzi e pieno di speranze per il futuro. Arriva anche la spesa da Esselunga, dopo venti giorni dall’ordinazione online ed è come se arrivasse Babbo Natale.
Le carceri sono in rivolta e la mamma si assicura che la porta di casa sia ben serrata, perché ha paura che uno degli evasi da Foggia finisca a Lugano e si infiltri nel suo appartamento. Un pezzo sulla peste di Manzoni destinato all’online. Chiusi anche i musei: persa l’occasione di vedere la mostra di Canova e quella di La Tour. Continua l’ebbrezza su WhatsApp: «Il divano patrimonio mondiale del Nun Esco». Berlusconi che sorride beato leggendo l’ordinanza del governo: «Sì all’uscita con minori». Mamma: «Che mangiate stasera?». Zuppa di ceci con pasta. È l’ora di Lilli Gruber. M.: «Papà, che ne dici di spegnere?». Ma sì spegniamo, c’è Oliver che ci aspetta.

Martedì 10 marzo. Papà sta benissimo, sono io il solo a sapere che non c’è più niente da fare e morirà nel giro di poche ore, forse minuti, forse secondi. Non riesco a nascondere l’angoscia e mamma mi chiede perché sono così agitato, papà mi guarda con un mezzo sorriso come per farmi capire che anche lui sa. Poi dentro il suo sguardo precipito a testa in giù come in un pozzo. Così mi sveglio senza fiato e non mi addormento più anche se è l’alba, almeno a giudicare dal rumore del camion dei rifiuti che si muove sulla strada. Ieri 97 morti e 1598 nuovi positivi, l’Europa ha bruciato 608 miliardi, la borsa italiana ha perso l’11,17% e io penso che oggi devo scrivere un lungo articolo sull’Ulisse di Dante nelle pagine di Primo Levi. Sono tornato con più determinazione sul lavandino della cucina e i risultati sono lì da vedere. «Il solito paranoico».
Come va, mamma?, chiedo. «Che vuoi che stia, pi’ mmia agghiorna e scura, diceva la nonna». Era da tempo che, dopo la morte di papà, non le sentivo dire una frase in siciliano.

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