Giu 03

Unioni e frizioni affettive tra Storia e radici in “Resto qui” di Marco Balzano

(di VIRGINIA ARCURI)

Una delle lezioni senza tempo della letteratura è l’indiscrezione della Storia. Silenziosamente o rumorosamente, essa tocca, contamina e inquina anche ciò che non si pensava potesse essere toccato, contaminato e inquinato. Ce lo insegna la vicenda di Trina, Erich, Michael, Ma’, Pa’, Marica: le anime del romanzo Resto qui di Marco Balzano (2018). A fare da sfondo è la piccola cittadina tirolese di Curon Venosta, a est di Bolzano, dove, nel 1939, la guerra bussa alla porta di casa stravolgendo l’equilibrio individuale e collettivo. Alla sofferenza generata dall’azione distruttiva della guerra si aggiunge, nel 1946, la notizia della costruzione di una diga gestita dall’azienda chimica Montecatini che avrebbe sommerso per sempre Curon Venosta e la limitrofa Resia.

Se la guerra non lascia scampo, la costruzione della diga è espressione di un progresso che «vale più di un mucchietto di case» e che, per questo, ignora ciecamente la presenza di una storia con delle radici faticosamente curate. Trina, maestra di Curon, donna «forte e fragile allo stesso tempo», dà voce a un dolore privato e a un dolore collettivo. Il ’39 è il tempo della «grande opzione», dove ai tirolesi, oppressi dal regime fascista, viene offerto il Reich come alternativa di prosperità. Così, la scelta di fuggire dal paese verso un futuro migliore coinvolge la maggior parte degli abitanti, fra cui Marica, la figlia di Trina. È a Marica che Trina racconta della sua infanzia serena, dell’adolescenza trascorsa insegnando clandestinamente l’italiano, della quotidianità condivisa con Erich, Michael, Ma’ e Pa’ nel maso, dell’adesione al nazismo di Michael, della fuga con Erich sulle montagne e della lotta collettiva contro la costruzione della diga. Trina sceglie di raccontare a Marica «del loro essere sopravvissuti», e lo fa con un’onesta fragilità che, in tempi di lotta, può trovare spazio solo nella scrittura.

Come la scrittura, così la casa diventa un riparo. In particolare, in Resto qui essa, nel suo non essere ben definita, diventa teatro di unioni e collisioni affettive. Sin da piccola, Trina è affascinata da Erich, contadino di Curon che aiutava il padre nei lavori quotidiani e che sposerà nel ’39. Entrambi scelgono di restare a Curon e, dunque, di rimanere uniti in quella che diventerà la loro «lotta quotidiana» per sfuggire alla sopraffazione. Sin dalla prima pagina del libro emerge la profonda ammirazione di Trina verso la resilienza di Erich: «Invece bisogna curarsi, stringere i pugni anche quando la pelle delle mani si copre di macchie. Lottare a prescindere. Questo mi ha insegnato tuo padre». Nei momenti di cedimento di Trina, infatti, Erich diventa un esempio di determinazione; viceversa, Trina diventa per Erich un supporto, una possibilità di mostrarsi fragili. La «furia impotente» di Erich lo porterà a sacrificare il rapporto con il figlio Michael dal momento in cui questo aderirà al nazismo fino alla sommersione di Curon. Un conflitto che non troverà risoluzione, specchio del fatto che «la vita era una questione di idee prima che di affetti».

Una possibilità di riscatto, invece, emerge dall’ambivalenza che segna il rapporto fra Michael e la madre. Trina prova un sentimento di repulsione, «uno schifo che si mescolava al desiderio di averlo al mio fianco e mettere insieme a lui le mani vicino al caldo della fiamma». Si tratta del momento in cui Trina ed Erich, in fuga verso la Svizzera per scampare al sreclutamento, vengono ospitati per un lungo periodo da una famiglia di optanti di Malles. Questa volta la casa, ancora una volta non definita nei suoi tratti fisici, diventa teatro di unioni affettive: Trina scorge delle affinità tra la donna grassa e Ma’, tra il vecchio e Pa’ e tra Maria e Marica. Confortata da questo pensiero, tenta di ricostruire un equilibrio – benché provvisorio – mentre, insieme ad Erich, aspetta la fine della guerra. La donna grassa è «distaccata dalle cose», così come per Ma’ «erano il nemico più grande, i pensieri». Per Trina che, a sua detta, si era «persa in una scala di grigi», Ma’ era un grande esempio di forza. «Spigolosa e severa» custode della casa, Ma’ era figlia del luogo in cui viveva, dove «la vita era scandita dai ritmi delle stagioni. Sembrava che (…) la storia non arrivasse. Era un’eco che si perdeva. La lingua era il tedesco, la religione quella cristiana, il lavoro quello nei campi e nelle stalle». A unire Erich e il vecchio, invece, era la stessa complicità che aveva unito Erich e Pa’. A differenza di Ma’, Pa’ aveva sempre incoraggiato Trina nelle sue inclinazioni, dal mestiere di maestra all’amore per Erich. Quello tra Maria e Trina, infine, era un rapporto profondamente materno, tanto che «quando la guardavo pensavo che forse le assomigliavi», scrive Trina rivolgendosi a Marica. Diverso è, a tal proposito, il modo in cui Erich e Trina esprimono il senso di perdita dovuto all’assenza di Marica: da un lato Trina non rinuncia a sperare nel suo ritorno e a ricordare i momenti passati insieme, dall’altro Erich appare rassegnato ad una vita senza di lei, «ci pensa senza pensarci». Il diverso modo di vivere l’assenza della figlia diventa motivo di contrasto tra i due. «Io quando mi distraggo dal suo pensiero mi sento in colpa», dice Trina, insinuando, successivamente, che Erich ignorasse il pensiero di Marica. Ben presto, però, la rassegnazione lucida di Erich si rivela essere un meccanismo di difesa necessario: egli conserva un quaderno di ritratti di Marica che, a giudicare dall’insistenza su dettagli come gli occhi, la bocca e le mani, lo aiutano a tenerne vivo il ricordo – ricordo che in Trina, dopo la sommersione di Curon, appare vago: «Non ricordavo più bene il suono della tua voce. Eri come il volo di una farfalla, lento e sbilenco eppure difficile da afferrare». Se in tempi di lotta le idee sembrano più forti degli affetti, Resto qui ci insegna come questi si rinnovino e assumano forme diverse senza spegnersi mai. Come scrive l’autore, «non mi preoccupa che vincano gli affetti, perché gli affetti non escludono le idee».

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