Giu 10

Poesia e prosa in Marco Balzano

(di NOEMI COTTONE)

Ad una prima lettura dei versi o di un romanzo di Marco Balzano, l’elemento caratterizzante che cattura l’attenzione del lettore è il suo stile essenziale, asciutto, ma allo stesso tempo prezioso per la scelta dei lessemi. Balzano sceglie per sé il profilo dello scrutatore. La percezione del dettaglio, colto dal suo sguardo attento, si traduce in parole sulla pagina. Allo spessore semantico ed estetico della parola, non a caso, è dedicato il suo ultimo saggio Le parole sono importanti (Einaudi, 2019), laddove torna a riproporre il binomio inscindibile tra parola e immagine. Al fondo di tale saggio vi è la centralità che Balzano intende tornare ad attribuire all’etimologia, instituendo così un rapporto interessante con la poesia.

Dal dialogo fitto tra poesia ed etimologia si possono estrarre i significati più profondi della realtà. La parola è in grado di prendere vita, di narrare dettagli nei quali il lettore può rispecchiarsi. Lo scrittore è capace di mettere a fuoco questi frammenti, creando dei fotogrammi che scandiscono l’impianto del suo dettato poetico. Scorrendo le poesie della raccolta Mezze verità del 2012, edita da La vita felice, si ha la percezione piena della forte contaminazione tra linguaggio poetico e linguaggio prosastico. I temi di questo volumetto di versi, riecheggiano alcuni motivi costitutivi della poetica leopardiana, molto cara all’autore. La lezione del poeta di Recanati, già presente nei primi componimenti, costituisce un tratto distintivo: la natura “matrigna”, il tempo che passa velocemente e, come scrive Giancarlo Pontiggia nell’introduzione a Mezze verità, “il senso stesso della poesia, dalla quale ci attenderemmo verità definitive e, che invece, proprio come la vita, sembra limitarsi soltanto a mezze verità.”

Il poeta-scrutatore, come scrive Balzano stesso, poggiato alla ringhiera di un balcone, guarda lo spettacolo della vita e con il suo sguardo prensile cattura fotogrammi di una vita vera e reale senza filtri: “Mi sono disteso a pancia in giù sul marciapiede/ a guardare la formica che ha famiglia laggiù, in fondo”. (Mezze verità, p. 17)

Così scrive Balzano, mostrando di prediligere, come spesso avviene nel corso dell’intera raccolta, dettagli di vita minima, apparentemente insignificantui, a cui però egli affida un valore  da condividere con il  lettore. In uno dei componimenti, appartenente alla seconda sezione della raccolta, Attraverso altre esistenze, viene descritta, ad esempio, l’imminente caduta di una goccia di rugiada:

che ne sarà di quella goccia di rugiada … quando dimenticato il temporale
la foglia di salvia la lascerà cadere
con tranquilla noncuranza?

È la “libertà dello sguardo”, di cui scrive Pontiggia nell’introduzione, che permette a Balzano di cogliere attenti particolari, che diventano metafora del forte e singolare rapporto tra uomo e natura. In questa versificazione, si colgono spesso inclinazioni prosastiche. La descrizione accurata, le pochissime rime e la lunghezza non indifferente dei versi, danno alla raccolta un andamento narrativo, i cui tratti rifluiscono anche nella tessitura narrativa di Resto qui, nel periodare breve, nell’uso insistente della punteggiatura, nell’alternarsi di frasi brevi e lunghe, che danno a loro volta un’idea di ritmo poetico. Talvolta, inoltre, la conclusione dei capitoli sembra essere scandita da una sentenza finale, da una frase conclusiva, quasi una chiosa poetica, una sintesi delle sensazioni dominanti legate agli eventi narrati. Tali passi del romanzo, sembrano possedere un assetto poetico, spicca la scelta della sospensione delle frasi, in cui si coglie il ritmo iterativo, che è uno dei tratti maggiormente distintivi della poetica dell’autore: “Ti fa sentire una ladra certe volte l’amore” (pag. 6); “Io la guardavo ridendo, con gli occhi socchiusi per la luce del sole” (pag. 14); “Ti dirò quello che è successo qui a Curon. Nel paese che non c’è più” (pag. 55); “Il fuoco lentamente s’infilava tra le pagine crepitando, riprendendo vita” (pag. 90); “Andare avanti è l’unica direzione concessa. Altrimenti Dio ci avrebbe messo gli occhi di lato. Come i pesci.” (pag. 175)

L’incipit del romanzo fa cogliere questa disposizione dell’autore, attraverso la voce narrante di Trina, che racconta una storia che non deve essere dimenticata. “Saprei descriverti nei minimi particolari”, scrive la protagonista alla figlia Marika:

“Anzi, certe mattine [..] mi vengono in mente nuovi dettagli. Qualche settimana fa mi sono ricordata di un piccolo neo che avevi sulla spalla e che quando ti facevo il bagno nella tinozza mi indicavi sempre”    (p. 5).

Significativa torna la centralità del particolare anatomico, cui lo scrittore consegna una funzione identitaria. Balzano introduce così il lettore all’interno della storia narrata e lo rende partecipe dell’innamoramento Trina, delle emozioni degli altri personaggi, della maturazione di Micheal della costruzione della diga, della fuga malinconica da Curon, del ritorno, della resa. E, in un ultimo fotogramma finale, lo rende testimone della Curon sommersa con il  campanile che emerge dalla diga.

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