Giu 15

“Importanza e imponenza della parola” in “Resto qui” di Marco Balzano

(di CHIARA FERRARO)


Marco Balzano, nel romanzo Resto qui, all’interno della sezione conclusiva Nota, scrive dell’«importanza e impotenza della parola» (Resto qui, Einaudi, 2018, p. 179.). Importanza e impotenza. È interessante soffermarsi su questo concetto, che l’autore spesso pone al centro delle sue riflessioni. Importante, rilevante, essenziale: come può la parola essere al tempo stesso impotente?

A riguardo, nell’introduzione del suo saggio Le parole sono importanti, scrive di aver scelto «parole, passatemi l’ossimoro, semplicemente complesse» (Le parole sono importanti, Einaudi, 2019, p. 16). Osservando la produzione dell’autore sembra che egli prediliga spesso l’ossimoro, inteso quale gioco di apparenti contraddizioni. Soffermandosi sull’etimologia, la parola (dal greco Oksýmōron: composto di oksýs «acuto» e mōrós «stolto, sciocco»), vuole indicare propriamente ciò «che è acuto sotto un’apparente stupidità». È così possibile osservare come l’intrinseca componente ossimorica della parola nel romanzo: essa è una delle cose più semplici, piccole, a stento talvolta percepibili, eppure di una semplicità che non le preclude una notevole “importanza”, che invece si sprigiona per la sua essenzialità. Questa essenzialità è rappresentata talvolta dal lasciare solo una parola, quella giusta, altre volte non è la parola pronunciata, altresì la sua stessa mancanza, un dialogo silenzioso che si serve della scrittura.

Volendo proporre un esempio in questa direzione, un dialogo emblematico nel romanzo è quello tra Trina e Maria, la bambina muta che la protagonista incontra nel maso durante la fuga con il marito:


– Con me Maria non aveva occhi assenti ma infantili e giocondi. Mi indicava tutto quello che vedeva. (…) Trascorrevo con lei quelle giornate infinite, a cui era difficile dare un senso.
– Disegni perché non sai scrivere? – le domandai.
Allora le presi la mano e la guidai a comporre il suo nome. A Maria veniva da ridere a vedere le lettere che si formavano.
– Ti ricordi adesso?
Faceva di sì con la testa, piena di stupore, e mi prendeva eccitata la mano pregandomi di scrivere ancora. Le indicavo i pini, le nuvole, il sole e poi le facevo scrivere su un foglio quelle parole.
(Resto qui, p. 113)

Questo stupore è paragonabile all’“entusiasmo” di fronte ad una scoperta etimologica di cui Balzano parla nell’introduzione del libro Le parole sono importanti: «evidentemente siamo di fronte a una rivelazione. Quando ci raccontano un’etimologia, qualcuno ci svela cosa c’è dentro la parola e la trasforma in un mondo da esplorare, pieno di elementi che erano sotto i nostri occhi ma che non avevamo mai notato. Proviamo un entusiasmo immediato perché riconosciamo qualcosa che non sapevamo di sapere» (Le parole sono importanti, p. 8). La parola diventa così una terra nascosta da scoprire, un tesoro da scovare, custodire, cui dar valore, e la scoperta etimologica, di conseguenza, assume le caratteristiche di una rivelazione epifanica, che getta una nuova luce sul terreno dell’esistenza.

Proprio per questo durante la guerra Trina continua a scrivere, conosce e coltiva il valore della parola, sempre. Contro la paura, la devastazione, la violenza, come uno scudo con cui difendersi. Sono tanti i personaggi del romanzo che non comprendono lei e la sua scelta: eppure questo non la fa desistere dalla ferma intenzione di voler insegnare, nonostante la sua testardaggine porti la gente a considerarla sciocca. L’insegnamento e le parole rappresentano in Trina la testimonianza di un modo di stare al mondo che non è mai resa ma al contrario un’acuta consapevolezza.

Nel suo saggio, Balzano dedica ogni capitolo alla trattazione di una parola. Vorrei qui soffermarmi su due che mi sembrano particolarmente rilevanti e rivelanti: “Parola” e “contento”. In relazione alla prima, leggiamo che «scribere etimologicamente vuol dire “incidere”. Lo dobbiamo immaginare come un atto scultoreo […] L’incisione riguarda esclusivamente una parola importante e ricca, che superi i confini della comunicazione.» (Le parole sono importanti, p. 73) Ecco perché Balzano dice che Trina, la dimostrazione della sua dignità, la lascia ai gesti: «resta ancora oggi la custode migliore di ciò che crediamo un valore […] la parola finisce per rivelarsi ciò che di più tangibile rimane di noi» (Le parole sono importanti, p. 73). È proprio così che fa Trina per Maria. A ben pensarci, cosa avrebbe cambiato quel piccolo abbecedario realizzato insieme? Eppure:“con lei trascorrevo quelle giornate infinite a cui non sapevo dare un senso”. (Resto qui, p. 113)

Balzano è fermamente convinto della necessità di far risuonare le parole. Il suo è un invito al riascolto, alla scoperta e alla cura della profondità, per imparare a scegliere quelle parole essenziali, per essere capaci di scoprire ciascuno le proprie e accogliere senza pregiudizi quelle altrui. In Resto qui, il linguaggio diventa l’unica forma di appartenenza anche nel momento del fallimento, rappresenta una forma d’identità dalla quale si attinge la forza per una nuova narrazione: la scoperta di poter raccontare e dare testimonianza.

La seconda parola è “contento”. Nel romanzo Trina si definisce come contenta, esattamente nell’accezione dell’autore nel saggio. Come insegna lo stesso Balzano, è importante partire dal verbo: contineo, composto da cum e teneo, che significa “mantenere unito”, “racchiudere”, “portare dentro”. Egli descrive graficamente questa condizione: «se immaginiamo un cerchio, il contento è colui che sa essere appagato di quello che ha, di ciò che possiede nel suo spazio» (Le parole sono importanti, p. 57). Non contento di questa visione, forse riduttiva, si pone ancora due domande che scavano più a fondo: «cos’è la contentezza? È veramente quel miscuglio di gioia e allegria o è qualcosa di più preciso che possiamo cercare di mettere a fuoco meglio? (…) E il contento chi è? È semplicemente colui che ha abbassato le aspettative? Se contento è chi si tiene con quello che ha, allora costui è anche qualcuno che sa apprezzare ciò che possiede» (Resto qui, p. 57).

Balzano intende qui il verbo “apprezzare” proprio nell’accezione di “dare un senso”, “attribuire un valore” alla realtà che ci circonda. Continua l’autore «chi è contento riconosce di possedere qualcosa e sa trovare un significato in ciò che ha portato nel suo cerchio» (Resto qui, p. 58) fin dall’inizio del romanzo non smette di interrogare le parole per scoprirlo con maggiore lucidità. C’è un momento in cui tutto cambia, in cui ci si sente persi a casa propria, il paese diventa il posto da cui fuggire. Si percepisce, costante, il terrore di dover diventare altro. Quella di Trina non è una prepotente persistenza, è una coraggiosa resistenza, frutto di una consapevole scelta. Anche quando all’inizio partire si prospetta come l’unica scelta sensata, lei non si ferma. La sua “contentezza” emerge anche in ogni relazione che intrattiene con i membri della famiglia. Anche quando non è d’accordo, Trina trova il giusto modo di pronunciarsi, come quando Michael va via. E non è una rassegnazione, semplicemente impara a stare nel presente che le è toccato. Anche quando la sua azione sembra inconsistente, in realtà lei fa ciò che meglio sa fare e non smette di farlo. Offre le parole al marito per portare avanti la battaglia contro la diga, le offre a Barbara tramite lettera, le offre a chi non sa farsi capire, le offre a sé stessa tenendo in vita la figlia Marica che non entra quasi del tutto in scena ma esiste solo nelle parole della madre, attraverso una scrittura che tenta di colmare coraggiosamente la perdita. «La contentezza» continua l’autore «non è mai un territorio privo di pericoli. Infatti la parola stessa ci dice che il contento può essere anche “colui che si accontenta”» (Resto qui, p. 58), l’opposto di ciò che fa Trina.

La protagonista, che pure più volte lascia emergere la nostalgia del tempo passato e la consistenza del dolore, non smette mai di agire. Quando segue Erik, in quella fuga sulla neve, in quella corsa senza respiro e le gambe che non sembrano più sopportare il peso del corpo, si erge tutta la sua contentezza. Trina corre fino alla fine: «Il contento tiene umilmente lo sguardo ad altezza d’uomo, si concentra sul presente. Etimologicamente, la sua azione non è de-siderare ma il suo esatto contrario, con-siderare, guardare quello che ha con sé (cum), non quello che gli manca (de). Si tiene dignitosamente agganciato al qui e ora»(Resto qui, p.58) della vita va in ogni caso sostenuto. Ed è esattamente questa la dignità di Trina, perché il carico della vita va in ogni caso sostenuto.

Trina sa anche “accontentare”, perché il contento è anche colui che sa dare ciò che possiede, come fa con gli alunni, con Erik, con Maria. Per questo Trina spesso appare come contenuta. Perché la contentezza che intende Balzano è «l’atteggiamento umile ma vigile sul presente», (Resto qui, p. 60), come la ginestra leopardiana contenta dei deserti (G. Leopardi, La Ginestra, v. 7.). La dignità della ginestra che resta dritta fino al momento in cui la forza impari della lava piegherà il suo capo innocente. Questo atteggiamento «non maschera il dolore di un’esistenza che si identifica con la sofferenza, ma si rivela il modo più coraggioso di affrontare con consapevolezza il mal che ci fu dato in sorte / e il basso stato e frale» (Le parole sono importanti, p. 56).

Come la lava, allo stesso modo la violenza della Storia, di cui parla l’autore, mira alla cancellazione. Trina fa scrivere a ciascun bambino una lettera perché non si costruisca la diga. Le raccoglie tutte e le porta nell’ufficio dell’uomo col cappello. Un ingenuo nulla, contro i sotterfugi della Montecatini: Non basteranno le parole a salvarvi (Resto qui cit., p. 13). Trina lo sa, che la parola ha la sua impotenza. Ma è lì che risiede la sua identità. Ed è lì che risiede la sua importanza.

Esattamente come la parola, ogni cosa ha al suo interno una componente di fragilità. Ed è qui che ritorna l’ossimoro: chi rimane, chi sembra avere perso ogni cosa (si pensi al paese trasformato e ad Erik e Trina che scappano senza avere più nulla), sembra sempre uno sconfitto, che non vince. Ma ciò che resta è proprio ciò che resiste. Così come la parola è «semplicemente complessa», perché non è pochezza ma essenzialità.

All’inizio del romanzo Trina pone una domanda: perché vivere vuol dire per forza andare avanti? (Resto qui, p. 160). Esattamente alla fine l’autore colloca la risposta: Andare avanti è l’unica direzione concessa (Resto qui, p. 175).

E la protagonista lo fa, non prima di aver trovato il suo modo di pronunciarsi.

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