Ago 05

“Il colibrì” di Sandro Veronesi

(di CLAUDIA CARMINA)

Il colibrì di Sandro Veronesi, pubblicato da La nave di Teseo e vincitore del Premio Strega, ha suscitato un dibattito acceso: battezzato come un «grande romanzo europeo» da Antonio D’Orrico il giorno stesso della sua uscita, entrato subito nella classifica dei libri più venduti, è stato accompagnato da un coro di apprezzamenti (culminato nella recensione di Piperno apparsa il 2 novembre sul «Corriere della Sera» e costruita al modo di un vero e proprio omaggio a Veronesi), ma ha incassato di recente anche le vibranti stroncature di Luperini e Zinato (https://www.laletteraturaenoi.it/index.php/il-presente-e-noi/1227-sul-colibrì-di-veronesi.html). Per Luperini il libro propone una serie di «banalità», in cui la normalità del non-senso «non scandalizza» e «la rivelazione tragica è diventata merce di consumo».

A me invece il libro è piaciuto. E qui proverò a spiegare perché, secondo me, Il colibrì è un libro da leggere. Da leggere per due motivi: insegue il senso di una totalità che si rivela per frammenti discontinui e pedina le vicende di un personaggio, Marco Carrera, che resiste all’insignificanza, quasi suo malgrado, con un agonismo propriamente umano. Il colibrì è cioè un romanzo che parla della vita, della sua dispersività, della suo scorrere disordinato che oppone resistenza a qualsiasi interpretazione, raccontando nella sua interezza la storia di un uomo qualunque. Marco Carrera è un personaggio “senza qualità”, il cui eroismo prosaico consiste nel vivere il fallimento esistenziale con una calma dignità. Eppure proprio da questo rifiuto dei toni accesi e del patetico, dalla sobrietà paratattica della narrazione emerge la contraddizione tragica di un’esistenza che non può essere ricapitolata in destino.

Quarantasei quadri staccati, tutti titolati, non numerati e ancorati ad una data precisa si giustappongono in ordine caotico fino a restituire, nella loro disorganicità frammentaria, la storia di una vita. Dal 1960 al 2030: attraverso andirivieni temporali, salti, ritorni, e brusche ellissi, Veronesi ripercorre la vicenda di Marco Carrera, concentrando su di lui il fuoco della narrazione.

Marco è «il colibrì» cui fa riferimento il titolo: questo soprannome, coniato da una madre inquieta per alludere affettuosamente alla sua bassa statura, nelle lettere della donna amata e mai veramente posseduta, Luisa Lattes, assume la valenza di un acrostico da decifrare. Nella Terza lettera sul colibrì Luisa sembra arrivare ad una comprensione definitiva del «mito del colibrì»: «tu sei un colibrì perché come il colibrì metti tutta la tua energia nel restare fermo. Settanta battiti d’ali al secondo per rimanere dove già sei. Sei formidabile, in questo. Riesci a fermarti nel mondo e nel tempo, riesci fermare il mondo e il tempo intorno a te, certe volte riesci addirittura anche a risalirlo, il tempo, e a ritrovare quello perduto, così come il colibrì è capace di volare all’indietro» (p. 296). Eppure anche questa è una interpretazione parziale, soggettiva e, alla fine dei conti, inattendibile.

La forza quieta del protagonista sta invece nella sua capacità di seguire il filo della corrente, senza strappi, senza rivolte disperate, senza colpi d’ali: quella “virtù” che agli occhi di Luisa appare come una tenace immobilità è invece la perseveranza di chi non si ferma ma riesce ad «avanzare così tanto, così dolorosamente, senza crollare» (p. 318). «Non posso continuare. / Continuerò», recita l’epigrafe di Brecht che apre il libro, e in questo «continuare», anche quando il mondo tutt’intorno sembra cadere a pezzi, si esprimono «il privilegio e l’ordinarietà» (p. 13) del protagonista. Veronesi si compromette di continuo con la materia narrata, guarda con ironia benevolente e con simpatia al suo personaggio, richiede la complicità del lettore e ne sollecita l’immedesimazione. Così la scena conclusiva che raccoglie buona parte dei personaggi della storia intorno a Marco Carrera al momento del suo incontro con la morte, senza «commozione», senza «languore», senza «autocommiserazione» (p. 345), acquista la valenza di un congedo non solo del protagonista dalla vita, ma anche e soprattutto dell’autore dalla sua opera.

Il romanzo avanza inglobando forme di scrittura diverse, intercalando ai passaggi più propriamente narrativi lettere, messaggi wathsapp, dialoghi, un inventario, il testo di una conferenza: il montaggio di questi materiali difformi compone una architettura coesa, in cui la circolarità della narrazione è espressamente segnalata dal ricorrere della frase refrain («Preghiamo per lui, e per tutte le navi in mare») che scandisce la fine del primo e dell’ultimo capitolo. La frammentarietà è risarcita da una tensione alla sintesi. La vita di Marco, raccontata per brani, compendia quella di tutta una folla di personaggi della buona borghesia romana, illuminando di sbieco i tic e le contraddizioni di una classe sociale il cui benessere economico e l’agiatezza, vissuti come uno “stato di natura”, non costituiscono però un argine contro l’infelicità. Gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza di Marco scorrono nell’«impressione di vivere se non nel migliore dei mondi possibili almeno nel più bello – primato di cui la roba accumulata da suo padre e da sua madre era la prova» (p. 45); la promessa di prosperità, ordine e felicità, di cui si fanno garanti l’apparente stabilità dell’istituzione familiare e i beni materiali a disposizione della generazione nata all’epoca del boom economico, è implacabilmente contraddetta dalla feroce confusione in cui si dibattono le esistenze irrequiete dei personaggi. La tragedia privata della famiglia Carrera infrange l’immagine idealizzata, e a tratti ipocrita, della società del benessere ed esprime una crisi di valori collettiva.

La vicenda raccontata da Sandro Veronesi in Il colibrì ripropone da una angolatura diversa, e a prezzo di un ribaltamento, l’esplorazione di quella condizione di «caos calmo» indagata nel romanzo del 2005. Lì il quarantenne Pietro Paladini, protagonista e voce narrante, reagiva alla morte improvvisa della compagna lasciandosi irretire da una sorta di culto dell’immobilità, trascorrendo giornate intere nel giardinetto situato dinanzi la scuola frequentata dalla figlia Claudia. Il tempo della narrazione era chiuso tra due eventi cruciali (l’esperienza della perdita e il ritorno alla vita attiva sollecitato dall’intervento di Claudia); lo spazio si riduceva fino a coincidere quasi per intero con il perimetro della piazzuola alberata antistante la scuola: qui Paladini si era ritirato a elaborare un lutto che ingenerava in lui non tanto angoscia o desolazione, quanto uno stato di calma paradossale. In Il colibrì invece vorticano più tempi e più luoghi: il lettore si confronta con una «storia dai molti altri centri» (p. 13), in cui un mulinante flusso narrativo ruota intorno ad un personaggio-principe che ne costituisce il vero asse portante. Mentre il “caos calmo” richiamato nel titolo del 2005 corrispondeva ad una stasi che si apriva all’avventura di incontri significativi, in quest’ultimo libro di Veronesi, viceversa, la disposizione alla calma di Marco Carrera si fa movimento, nasce dalla fatica di chi si immerge nella caoticità dell’esistenza, senza negarla, ma accettandone il male e il bene. Quel tanto di costruito, di artefatto che emergeva dalla struttura fin troppo calibrata di Caos calmo qui si scioglie e si dispiega in una narrazione che ha un passo lungo e fermo, e insieme sussultante.

Dolore e vitalità si intrecciano fino a che la sofferenza non sembra trovare un risarcimento nell’utopia finale, cui approda Marco Carrera quando un «pensiero da fanatico» si incardina «alla perfezione nella sua esistenza sobria e piena di dolore» (p. 320). Marco vuole credere che i fatti dolorosi della sua vita lo abbiano preparato ad una missione: l’accudimento dell’«uomo nuovo», la nipote Miraijin (un personaggio-araldo, forse il personaggio più piatto del romanzo), destinata a fondare una nuova umanità. Eppure questo tentativo di rintracciare retrospettivamente nel coup de dés del caso il disegno di un destino suona falso, e non convince del tutto. Il lettore percepisce che quella di Marco è solo un’illusione: un’illusione comunque perdonabile, perché Marco Carrera non ha la lucidità intellettuale per affrontare l’insensatezza accettandola per quello che è, non è un eroe del disinganno. È un uomo «semplicemente rimasto in piedi»: per «continuare» ha bisogno di pensare che «tutto è accaduto per uno scopo» (p. 318), sforzandosi di dare senso una volta di più, ancora e ancora, ad un caos senza senso.

About The Author