Nov 10

L’oasi di Leda

(di ANTONIO DI GRADO)

Vorrei, con questo intervento, porre riparo a una doppia rimozione: quella – tristemente nota – di tante figure femminili dalla nostra storiografia letteraria ancora ostinatamente “maschile”, e quella della matrice anarchica di tanta nostra letteratura.
Per far questo vi invito a trasferirvi idealmente nella Alessandria d’Egitto lussureggiante e cosmopolita, dell’inizio dello scorso secolo, tra il deserto e il mare. Giuseppe Ungaretti vi assorbiva la linfa della sua indocile poesia, e della sua connaturata anarchia (pur sempre viva oltre lo schermo delle adesioni a questo o quell’assetto o movimento, fascismo compreso, apparsi alla ribalta del “secolo breve”).
E infatti scriverà: «le ho fatte di tutte, ma se uno a quell’età è un ribelle correndo dietro magari all’errore, sarà un vivo nella vita». E in quello scritto, che è il Ricordo di Pea del 1959, ricorderà la sua assidua frequentazione della mitica “Baracca rossa” alessandrina, che fu fondata appunto da Enrico Pea e fu il circolo anarchico più famoso d’Egitto. Era un deposito di legname e marmo dipinto di rosso, che fungeva da luogo di incontro per anarchici e socialisti soprattutto di origine italiana.
Gesti eclatanti ed eroici furori, pubblicazioni libertarie e diatribe ideologiche, accesi scontri e amicizie fraterne: tutti fermenti che potevano generare poesia o azione, che generarono poi per molti clandestinità e lotta al fascismo, ma per alcuni un’avventata adesione all’ingannevole ribellismo in camicia nera.
Ha rievocato quegli anni, quegli ambienti e quei difformi destini lo scrittore Maurizio Maggiani, versiliese come Pea ma di parecchie generazioni più giovane, in un romanzo, Il coraggio del pettirosso, del 1995. Il protagonista vi narra, tra l’altro, del padre sovversivo e libertario, titolare ad Alessandria d’Egitto d’un forno che era appartenuto alla «famiglia del traditore»; e racconta dei suoi compagni di fede. Ma chi era quel «traditore», quel Giuda che aveva ripudiato la causa per convertirsi – nientemeno! – al fascismo, e tornare in patria carico d’onori?
Ungaretti: è lui il traditore della causa, ma è pure l’autore di quel Porto sepolto che disintegrava pensieri e parole peggio d’una bomba; e accanto a lui c’è un Pea anarco-cattolico, autore tra il 1922 e il ’29 della estrosa e furente trilogia di Moscardino. E la sua Alessandria, cantata in quegli stessi anni da Costantino Kavafis, anticipa la sontuosa polifonia e le torbide atmosfere del “quartetto di Alessandria” di Lawrence Durrell, con quella città trasfigurata in una fosforescente e viscida medusa, in un crogiolo di vite vendute e di morbose passioni.
Pea pubblicherà nel 1949 un suo tardo scritto autobiografico, Vita in Egitto, dalla cui scrittura, scandita in lasse lirico-evocative, emergono alcuni vividi ritratti:

Giuseppe Ungaretti, fin da ragazzo s’infervorava, dunque, in dispute di anarchici e di atei. Poi, in quella Baracca Rossa famosa di via Hamman el-Zahab, malfamata per la gente scomunicata e sovversiva che da tutte le parti del mondo ivi si dava convegno con i propositi ribelli alla società e a Dio. Ma non la comunanza delle idee rivoltose, le risse sociali di questo torbido mondo, furono polo di attrazione tra me e Ungaretti. Bensì l’amore alla poesia, che in quel bel ragazzo biondo scopersi subito: amore commisto a tanto generoso sentire d’ingenuo candore.Fu la poesia e la pazza bontà a farmelo distinguere in mezzo a quella ciurma internazionale. E subito simpatizzammo.
Da allora partecipammo alle dispute e alle risse in quell’inferno di più lingue che era la Baracca Rossa, stando all’opposizione sempre per sfogo di gioventù: spesso rivoltanti contro rivoltosi; in quell’arroventarsi c’era la voglia dei giovani: svincolarsi, rompere, per vedere come è fatta la vita. (Poi verrà la grande guerra. E nel fango della trincea scaturirà dal suo cuore gonfio di passione la polla della prima poesia.)

Ed eccoci all’oggetto del mio intervento. Dalla Baracca Rossa transitò pure una donna straordinaria, capace di far sue e imprevedibilmente coniugare le più disparate trasgressioni: Leda Rafanelli, che fu anarchica, femminista e si convertì pure all’Islam (sia pure nella variante dei sufi, l’unica che potesse conciliare, nel segno della fratellanza delle fedi e dell’abbandono mistico, gli inconciliabili integralismi islamico e anarchico); fu scrittrice ed editrice, fu tipografa e perfino chiromante (e si vedano le sue tarde Memorie di una chiromante, in cui l’autobiografia accoglie il racconto delle vite di numerose altre donne, facendosi autobiografia del gender). Volle chiamarsi Djali, che significa “di se stessa”; e in Egitto conobbe e sposò Luigi Polli, frequentatore della Baracca; ma successivamente si legò a Giuseppe Monanni, con cui avvierà in Italia una coraggiosa attività editoriale, proseguita tra perquisizioni e devastazioni anche durante il fascismo, diffondendo opere di autori come Unamuno, Valera, Kropotkin.
Una figura così insolita e anticonformista non poteva non essere trascurata dalla memoria inguaribilmente “maschile”, e prona al canone e alla norma, prevalente negli studi storico-letterari; e si devono a due studiose militanti come Fiamma Chessa e Milva Cappellini il suo recupero e la ristampa di alcuni suoi scritti. Tra i quali spicca il romanzo L’oasi, pubblicato nel 1929 nell’Italia fascista e colonialista, che non s’accorse – o finse d’ignorarla – della vigorosa e lucidissima polemica anticoloniale (unica, peraltro, nella letteratura non solo italiana di quegli anni) che animava quel singolare romanzo.
L’oasi, il deserto. Il deserto è il luogo dell’aridità e dello sgomento, del vuoto e dello spaesamento, è nella letteratura cristiana il luogo della tentazione, della lotta contro il Maligno (si pensi ai padri del deserto), ma per ciò stesso è il luogo della fortificazione, della solitudine nuda e inerme, dell’ascolto e dell’elaborazione della chiamata che ad ognuno individualmente è destinata.
Chi non ricorda I sette pilastri della saggezza di T. E. Lawrence, la religione del deserto come Lawrence la ritraeva nei suoi adepti puri e feroci? Nemico del mondo e della carne, gelido come lo sguardo dei profeti e prosciugato come i loro corpi, devoto al suo Dio astratto e muto, al suo Dio puro essere, quel credo dai deserti si riversa oggi sulle città opulente e ingiuste col suo sogno inflessibile e immateriale.
Ma veniamo al romanzo della Rafanelli. Lungo un itinerario carovaniero che è un processo di individuazione, scandito da pause-“oasi” di confronto e conferma delle proprie differenti identità e culture, si dipanano i destini di tre personaggi: lo scrittore europeo Henry, attratto dal mondo beduino tanto da viverci e scriverne, ma inguaribilmente avvinto alle sue radici e perciò non diverso, nei suoi scritti, da tanto “esotismo” letterario paternalistico e folklorico; un’altra europea, Jeanne, che invece si è felicemente assimilata alla cultura e ai costumi di quei luoghi; e soprattutto la giovane beduina Gamra, docile serva-amante di Henry ma protagonista di una progressiva presa di coscienza della propria identità e appartenenza, da cui si era svincolata, disapprovata dalla sua gente, seguendo e amando lo scrittore.
Sarà per prima un’altra donna di quella gente nomade e felice a smascherarle gli inganni della “civiltà” occidentale e a rivendicare la supremazia di quella del deserto, anche in merito alla abusatissima opinione sulla subalternità della donna nell’Islam (e questo Leda lo scrive ben settant’anni prima de L’Harem e l’Occidente di Fatima Mernissi!):

«[…] anche tutto ciò che dicono intorno alle loro donne e all’amore è una menzogna. Non è vero che i rumi [cioè gli occidentali, i bianchi: n.d.R.] amino solo una sposa. Quasi tutti, specie se sono ricchi, hanno un’altra sposa, o concubina che sia, che è tenuta sempre meglio, per amore e regali, della prima moglie. Solo che essi, le loro donne non le tengono insieme, e molte volte la prima sposa non sa che il suo signore ne mantiene un’altra e l’ama di più. Non è nemmeno vero che rispettano le loro donne, anche se ne hanno una sola; ma mentre le lasciano parlare di tutto, e perfino immischiarsi nei loro affari, poi le rimproverano, e non le ascoltano più che se parlasse un fanciullo. E, dal loro canto, le donne non amano i loro sposi meglio e più di come noi li amiamo. […] Non è vero che i rumi non fanno lavorare le loro donne: le donne povere lavorano come lavoriamo noi, e non solo sotto il comando del loro padrone, ma sotto il comando di padroni sconosciuti, in locali chiusi che chiamano “fabbriche”.
[…]
Io sono fiera di essere la prima sposa del fellah Jussuf Ain-Draham, che ha il cuore così grande da poter amare un’altra sposa come ama me. […] La nostra vita è povera, ma è anche bella perché è fatta di libertà. La nostra casa si può disfare e rialzare in un giorno solo, e quando abbiamo lavorato per quel tanto che basta a nutrirci insieme ai nostri figli, riposiamo e ringraziamo Allah Onnipotente che ci ha dato la vita per un altro giorno. Non pensiamo mai al domani; è nelle mani di Dio, e Lui solo sa quello che deve accadere e perché deve accadere. Sento invece dire che i rumi non si fermano mai, non riposano mai, e che cercano sempre di guadagnare di più, poi che pensano solo al domani, e si rodono la vita perché vorrebbero avere sempre tante altre cose. È certo che Allah li ha così condannati per castigo di essere degli infedeli.»

Sarà invece l’incontro con un francese compiutamente assimilato ai Beduini, che «non stima per niente necessario alla causa della Civiltà di assoggettarli per proteggerli e… sfruttarli in servitù», a regalare ad Henry preziosi ammonimenti: «In questa terra non si può vivere da stranieri. Ci dona troppe cose belle. E noi non facciamo che prendere, ahimé… Siamo dei rapaci, mentre questa gente è la stessa Generosità». Radicale è la critica dell’Occidente che vien fuori da queste e altre pagine: è la critica del «male europeo… il male, cioè, che ci spinge a voler tutto sapere, tutto conoscere». Peggio: «Tutto il mondo civile ha una sola legge: legge di dominio liberticida».
Scoppia intanto in Europa la guerra, e la Rafanelli, per bocca di Jeanne, non potrebbe essere più drastica, tanto più se si pensa all’interventismo dilagante in Italia prima del fatale 24 maggio, o anche alle posizioni più caute dei moderati, anche socialisti: «E dunque, la decrepita Europa, che da secoli affila le sue armi contro tutti i popoli da sfruttare, prova alfine la bontà del suo metodo in casa propria? Oh, che si sgozzino tra di loro, i bravi soldati delle Nazioni civili, e lascino tranquilli i paesi che non chiedono altro che di essere lasciati in pace!»
Il richiamo alle armi di Henry comporta la dolorosa constatazione della irrimediabile separazione dalla civiltà del deserto e dai legami che vi aveva contratto: «ma di mia volontà non ritornerò, ché sarò troppo diverso, se vivo, ed ancora più lontano dall’intima pace che è necessario avere, per vivere tra i Mussulmani». Tra i due mondi non può che esserci un aut-aut. Anche tra i due generi, maschile e femminile? La femminista Rafanelli sembra velatamente suggerirlo nel finale, quando «l’Oasi è riconsacrata» da una micro-comunità di donne e bambini – al centro Gamra e Jeanne – che «nelle serene notti del plenilunio […] parlano piano, si raccontano storie d’amore». Una Comune anarco-femminista? Meglio dire: un canto d’amore per l’Africa, per il deserto, per il nomadismo della mente e del cuore. Qualcosa di simile, un inno talmente nobile e accorato a quel continente oppresso e incompreso, saprà fare solo, tre decenni più in là, il Romain Gary di Le radici del cielo.
Ma intanto spero che siano bastate queste mie brevi considerazioni a rivelare nel romanzo di Leda Rafanelli un’oasi di chiaroveggenza squisitamente femminile nella nostra letteratura così maschile e così eurocentrica, e a recarci il dono di una sorprendente lucidità che forse solo dalla solitudine dei deserti può venire – e illuminarci.

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